IN PURISSIMO AZZURRO

IN PURISSIMO AZZURRO – Numero 4/09

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

Abbiamo ciò che cerchiamo.
Non dobbiamo rincorrerlo.
E’ stato sempre lì,
e se gli diamo tempo
si svelerà a noi.

Thomas Merton

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N. 4 – Anno 2009
IN PURISSIMO AZZURRO
direttore: Maria Di Lorenzo
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PRIMO CONCORSO LETTERARIO INEDITI 2009

I vincitori del concorso:

- Sezione Poesia

Parole di Qohelet di Ardea Montebelli

Al di la’ del Cedron di Alessandro Ramberti

Charta Stellada di Fernando Vertemara

- Sezione Narrativa

Un libro in dono di Guido Grittini

La luce di Caravaggio di Giuseppina Zupi

Caterina e il mare di Maria Gisella Catuogno

> Leggi i testi dei vincitori

SECONDA EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO

IN PURISSIMO AZZURRO

Il bando di regolamento del nuovo concorso:
sono aperte le iscrizioni per il 2010.

Leggi il bando di concorso e partecipa!

PREMIO LETTERARIO IN PURISSIMO AZZURRO 2009

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

I VINCITORI DEL PRIMO CONCORSO LETTERARIO

IN PURISSIMO AZZURRO


Il 31 agosto scorso si sono concluse le iscrizioni per partecipare alla prima edizione del concorso letterario indetto dalla rivista culturale “In Purissimo Azzurro” e riservato agli inediti. Il concorso era aperto a tutti i cittadini residenti in Italia, che avessero compiuto 18 anni di eta’ entro il 31/08/2009, ai quali era permesso di concorrere in una soltanto delle sezioni del Premio. Nel bando si esprimeva che, fermo restando la natura libera e gratuita del concorso, questi avrebbe privilegiato nei temi quei testi che fossero stati in grado di “elaborare in forma matura e convincente la moderna ricerca dell’assoluto, il senso profondo della vita con le domande sull’uomo e il suo destino, i valori ineludibili dello spirito capaci di veicolare il sentimento religioso del tempo attraverso i molti chiaroscuri dell’esperienza umana”. Dopo un lungo e laborioso scrutinio delle moltissime opere pervenute alla nostra Redazione, la Giuria – composta dai collaboratori della rivista “In Purissimo Azzurro” e presieduta dall’editore della stessa, Dott. Paolo Gasparini, si e’ alla fine espressa sui vincitori delle sezioni – poesia, narrativa, saggistica – in cui il Premio era articolato.

SEZIONE POESIA

Primo classificato: Ardea Montebelli con Parole di Qohelet, “per la forma matura e convincente con cui ha rappresentato la piu’ moderna ricerca dell’assoluto nel confronto dialettico con un testo biblico del passato ma attualissimo nelle interrogazioni profonde sul destino dell’uomo”.

Secondo classificato: Alessandro Ramberti con Al di là del Cedron, “che fa rivivere il dramma della Passione di Cristo attraverso i simulacri della nostra contemporaneita’ frantumata e scissa, sulla soglia di una scelta sempre differita e per certi versi tragica che informa il nostro vivere quotidiano”.

Terzo classificato: Fernando Vertemara con Charta Stellada, “dove la lingua lombarda, nella fattispecie il dialetto milanese, si colora nobilmente di letterarieta’ nel rappresentare con viva immediatezza gli umori e i sapori di una civilta’ sospesa tra passato e futuro, continuamente alla ricerca di una ricomposizione spirituale che – attraverso il dettato cristiano – da’ senso all’esistere e getta ponti fra il transeunte e l’eterno”.

Per la sezione Narrativa e per la sezione Saggistica, la Giuria ha ritenuto di operare una scelta precisa, decidendo di non assegnare nessun vincitore alla sezione riservata al saggio o articolo lungo-breve, non ravvisando nelle opere presentate i requisiti preposti all’assegnazione del premio, mentre per quanto riguarda la sezione Narrativa la scelta e’ caduta all’unanimita’ sui racconti dei seguenti autori:

SEZIONE NARRATIVA

Primo Classificato: Guido Grittini con Un libro in dono, “dove due generazioni sono messe a confronto, due lacerate identita’, con un segreto che solo alla fine verra’ svelato e che dara’ il senso a tutta la storia, che appartiene un po’ alla storia di ciascuno di noi”.

Secondo Classificato: Giuseppina Zupi con La luce di Caravaggio, “un tormentoso andare verso la sorgente chiara della vita che deve farsi strada tra boschi di pregiudizi e irrisolti nodi da sciogliere in vista dello svelamento della verita’”.

Terzo Classificato: Maria Gisella Catuogno con Caterina e il mare, “una favola dolceamara da ascoltare con le orecchie del cuore per abitare una casa le cui pareti sono fatti di ricordi tenuti su con il collante della vita vera, che preme alle soglie della coscienza a realizzare un destino di donna che si svelera’ a poco a poco nella sua lieve e poetica pensosita’”.

Leggi le opere dei vincitori:

POESIA

1) Parole di Qohelet di Ardea Montebelli

2) Al di là del Cedron di Alessandro Ramberti

3) Charta Stellada di Fernando Vertemara

NARRATIVA

1) Un libro in dono di Guido Grittini

2) La luce di Caravaggio di Giuseppina Zupi

3) Caterina e il mare di Maria Gisella Catuogno

[Leggi il regolamento del concorso letterario In Purissimo Azzurro 2010]

“Caterina e il mare” di Maria Gisella Catuogno

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

MARIA GISELLA CATUOGNO

Terza Classificata

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Narrativa

con il racconto CATERINA E IL MARE

“una favola dolceamara da ascoltare con le orecchie del cuore per abitare una casa le cui pareti sono fatti di ricordi tenuti su con il collante della vita vera, che preme alle soglie della coscienza a realizzare un destino di donna che si svelera’ a poco a poco nella sua lieve, poetica pensosità”.


Caterina aveva otto anni, due grandi occhi verdi e un baschetto di capelli castani. Abitava a Cavo, un piccolo paese di una piccola isola, l’Elba: suo padre era marinaio, stava via molte settimane ma quando tornava era una gran festa; così lei viveva con la mamma, un fratellino e i nonni in una grande casa a due passi dal mare.
Per questo ne era innamorata; al mattino, prima ancora che la chiamassero, si svegliava al suo richiamo e ne indovinava subito l’umore: se non era vento, le piccole onde sulla battigia erano come una carezza sulle guance, di quelle che le faceva la mamma, quando si rifugiava nel suo grembo; se invece soffiava lo scirocco, lo immaginava gonfio e furioso, capace di mangiarsi per la rabbia anche pezzi di strada. Lo salutava tutti i giorni appena alzata, con lo sguardo ancora pieno di sonno; lo faceva giocare al suo ritorno da scuola, quando, nel sole del pomeriggio, scendeva a passeggiare sulla riva e faceva a gara con lui a chi faceva prima a ritirarsi; lo pregava di restituirle presto suo padre quando la nostalgia mordeva più forte.
Lì intorno non c’erano bambini e dunque il mare era il suo amico più fedele: si divertiva a tracciare parole e disegni sulla sabbia che poi lui inevitabilmente cancellava in un baleno o costruiva dighe e castelli meravigliosi che un’onda dispettosa abbatteva d’un colpo, ma Caterina non se la prendeva perché il mare, si sa, è un gigante buono ma impulsivo, che non va sfidato e contraddetto.
In quei casi la bambina si teneva a debita distanza e si accontentava di raccogliere sassi, vetrini e conchiglie che poi portava a casa, liberava dal salino e racchiudeva in barattoli di vetro che rendevano preziose le mensole della cucina.
Riccardo, il suo fratellino, tentava inutilmente di prenderle, le indicava col ditino, si attaccava alla sua sottana per averle, ma lei, che pure gli voleva un bene dell’anima e che per lui avrebbe scalato le montagne, su questo punto era irremovibile:
“Quando sarai più grande, ti ci farò giocare, andremo insieme a raccattarle sulla riva, ma ora no, è pericoloso, le puoi mettere in bocca e affogare!!!”
Caterina era felice d’andare a scuola la mattina, perché così poteva stare con i suoi compagni, leggere, scrivere, ascoltare la maestra Marcella quando leggeva le avventure del “Piccolo alpino”, che la commuovevano sempre.
La sua era una pluriclasse e mentre il suo gruppo faceva il dettato o scriveva i pensierini, che lei adorava, i piccoli di seconda si applicavano nelle operazioni, nella soluzione di un problema o disegnavano.
Nell’intervallo era bello poter giocare, scherzare, mangiare in compagnia le fette di pane portate da casa e su cui la mamma aveva sparso un sospiro di burro e marmellata, mentre fuori, dai vetri spruzzate di salsedine, si vedevano le onde che si rincorrevano allegre e che andavano a rompersi fragorosamente sugli scogli sottostanti.
Non le pesava nemmeno farsi a piedi tutti i giorni il lungomare di quasi un chilometro: la mamma all’andata l’accompagnava un pezzetto, ma poi doveva ritornare a casa perché c’era il fratellino appena sveglio che reclamava la colazione e i nonni che pure si affidavano a lei.
Ma Caterina non aveva paura: cartella in mano, fascia colorata tra i capelli e cappottino rosso, andava lesta lesta verso il paese; se era una bella giornata e il sole, già alto all’orizzonte, si rifrangeva in schegge di luce sull’acqua, si sentiva gaia e leggera e poteva anche godersi lo spettacolo del traghetto in arrivo da Portoferraio e diretto a Piombino, che al largo aspettava il barcone con i passeggeri pronti ad imbarcarsi: la nave era bianca, enorme e magnifica, non ne immaginava una più bella! Guardando quella scena, rammentava sempre l’emozione del suo primo viaggio in continente, l’avvicinarsi progressivo della barca, carica di gente, alla nave in attesa, l’impressione della sua imponenza, che la spingeva a chiudere gli occhi per l’inquietudine.
Se invece soffiavo lo scirocco e il cielo basso e pesante sembrava schiacciare anche l’orizzonte costringendo i gabbiani a rinunciare ai consueti voli, il mare si scatenava, urlando tutta la sua furia: le onde si schiantavano allora con violenza sulla massicciata e invadevano la strada, per ritirarsi risentite, poco dopo, in un trionfo di schiuma. I collegamenti marittimi, in quelle circostanze, erano sospesi ed il passaggio lungo strada diventava un problema.
Caterina in quei giorni, cartella in mano e batticuore in petto, sceglieva i campi soprastanti per passare; non importava se impiegava più tempo e se proprio lì accanto si ergeva, in tutta la sua maestosità, una bella villa con i merli, che tutti chiamavano “il castello”e del quale si diceva che ospitasse fantasmi: lei sapeva che girano solo di notte e si dissolvono alla luce del giorno, perciò riusciva a tenere l’ansia sotto controllo!
Non sempre la bambina era sola a percorrere il lungomare: talvolta divideva la strada con Orlandina, una vicina anziana, simpatica e senza figli che, nelle giornate di tempo buono, non aspettava la generosità di qualcuno, ma andava a fare la spesa da sé, di buon mattino, con la sporta di paglia in mano, per procurarsi le verdure più fresche o il pesce appena pescato.
A Caterina piaceva molto parlare con lei, perché aveva letto tanti libri e tanti ne possedeva: così ogni volta le raccontava una storia diversa che la faceva sognare a occhi aperti. La mamma e la nonna fin da piccolina le avevano letto o raccontato di Cappuccetto rosso, Cenerentola, la Bella addormentata nel bosco o Biancaneve: ora imparava a conoscere anche le avventure di capitan Achab e Moby Dick, i voli di Peter Pan e della fatina Trilli, i misteri dell’Isola del tesoro.
“Vieni, Caterina, a sceglierti un libro, sono molto vecchi e un po’ sciupati, ma ti piaceranno lo stesso…” le disse un giorno Orlandina e lei accettò con entusiasmo perché quelli che aveva a casa li aveva letti e riletti, tanto da conoscerli quasi a memoria…e poi, ora che era più grande, era attratta da storie di bambine o ragazze in cui identificarsi e con cui condividere emozioni e commozioni.
Così quello stesso pomeriggio andò in quella casa vicina alla sua, dove non era mai entrata, tutta ordinata e profumata di lavanda, e tra le vecchie copertine che si ritrovò fra le mani, fu attratta da quella di ”Piccole donne”: quel libro sarebbe stato uno dei suoi preferiti e lei sarebbe diventata la quarta sorella di Meg, Jo, Beth ed Amy.
Orlandina le preparò una tazza di tè e la fece sentire molto importante perché scomodò per l’occasione un suo vecchio servizio di tazze e le offrì dei dolcetti fatti in casa: la bambina si sentiva un po’ in soggezione anche per la presenza di Luigino, il marito di Orlandina, un omino piccolo e gobbo che pareva uscito da una fiaba e che dimostrava più dei suoi anni. Non gli aveva mai parlato, ma lo aveva visto tante volte nell’orto e nel giardino, sempre indaffarato: camminava male e non andava mai in paese. In quell’occasione lo trovò molto buono e simpatico, le chiese notizie del babbo e dei nonni e la salutò con gentilezza.
Quei due vecchi non erano mai diventati nonni, ma solo zii di nipoti che abitavano lontano, a Livorno, così lei divenne ben presto la loro beniamina e in quella casa tornò molte volte, a fare un po’ di compagnia e a restituire e prendere libri in prestito.
Un giorno Caterina accompagnò la mamma e il fratellino al barcone Laura, che portava al traghetto chi doveva partire. A Piombino avrebbero preso il treno e raggiunto il babbo a Civitavecchia, dove si trovava con la nave per lavori di manutenzione.
Caterina era fiera d’avere un padre marinaio, pensava che lui potesse avere un rapporto speciale con il mare, capirlo anche nei suoi momenti di pazzia ed amarlo così com’era, ma le pesava la sua mancanza e quando il libeccio soffiava raffiche rabbiose che sollevavano i panni stesi sui cespugli o faceva mulinare le foglie secche, andava dalla mamma per essere rassicurata: “Non ti preoccupare, la nave è appoggiata, è in un posto sicuro, a ridosso del vento”, ma lei non si convinceva e non era tranquilla finché non ritornava la bonaccia.
In quelle settimane sarebbe stata lei la “capofamiglia”: sarebbe andata a scuola, avrebbe aiutato i nonni e fatto qualche servizio. La mamma al ritorno le avrebbe portato sicuramente un bellissimo regalo, magari una bambola di porcellana con i boccoli biondi, il cappello di seta e il vestito d’organza, da giocarci un’ora al giorno e poi tenerla sul cuscino, sopra il letto, per figura, col magnifico abito aggiustato tutto intorno.
Uno di quei pomeriggi, quando i nonni andarono a riposare, giocò un po’ a palla sulla terrazza affacciata alla pineta, ma lo scirocco, dalla mattina, aveva fatto progressi rabbiosi, rovesciando i vasi dei gerani e tormentando gli oleandri e gli ibischi.
Stava dunque per rientrare in casa e mettersi a fare i compiti, quando si sentì chiamare. “Caterina, Caterina…” Era Orlandina, la voce concitata e affannata: “Bisogna chiamare il dottore, Luigino sta male…”.
La bambina non si fece pregare, lasciò un biglietto ai nonni sul tavolo di cucina, prese il suo cappottino rosso e via…verso il paese.
Il lungomare era a intermittenza colpito violentemente dall’urto dell’acqua che, in alcuni punti, riusciva a ricoprire interamente la strada.
Ma non c’era tempo da perdere: Caterina quella volta non scelse i campi per passare, affrontò senza indugi l’asfalto, nel momento in cui l’onda si ritirava e, pur bagnandosi un po’ per gli spolverini di schiuma, riuscì ad arrivare presto in paese.
Bussò all’abitazione del medico:”Presto, c’è Luigino d’Orlandina che sta male…”
“Andiamo subito” rispose il dottore prendendo al volo la sua borsa ”vieni con me in macchina! Ma come, sei venuta giù da sola con questo tempaccio?!”
Caterina annuì e in silenzio seguì l’uomo.
Ora, al sicuro e al caldo, dentro la Seicento, era divertente sentire gli spruzzi sbattere contro il vetro, mentre lei se ne stava all’asciutto, e smise di tremare.
Da Orlandina c’erano anche i nonni svegliati dai rumori e in ansia, dopo aver letto il biglietto della nipotina, anche per lei. L’abbracciarono forte, con le lacrime agli occhi.
Il dottore, visitato Luigino, disse: “ Temo che sia un infarto, ma ce la dovrebbe fare, grazie a Caterina!”
Lo sguardo che le rivolse e il pizzicotto che le regalò furono per la bambina il momento più bello di quella lunga giornata.

Copyright (c) Maria Gisella Catuogno – All rights reserved

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L’AUTORE

Maria Gisella Catuogno è nata a Cavo (Isola d’Elba); dopo vari soggiorni in continente, abita stabilmente a Portoferraio da trent’anni, è sposata e ha tre figli. Laureata in Lettere all’Università di Firenze, insegna Italiano e Storia in un Istituto Tecnico. Il suo rapporto con la scrittura è sempre stato rimandato, per impegni professionali e familiari, fino a cinque anni fa circa, quando è scattato l’impulso irresistibile di mettere finalmente mano alla penna e alla tastiera del computer. Ha così partecipato ad un concorso per la pubblicazione di una raccolta poetica e quasi contemporaneamente ha cominciato a pubblicare racconti e poesie in un sito di scrittura on line. Da queste esperienze sono nati i suoi tre primi lavori: Parole per amore (Ed.Libroitaliano, Ragusa) Il mio Cavo tra immagini e memoria (autoedito, un omaggio al suo paese natale) e Mare, more e colibrì (Ed. Studio 64, Genova). Racconti e poesie sono stati pubblicati su varie antologie (Navigando nelle parole. Vol. 24, Ed. Il filo; Lo specchio, Ed. Liberodiscrivere; Antologia italiana, Libroitaliano; Pensieri d’autore (9) e L’amore, la guerra Ed. Ibiskos ecc). Ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni tra i quali primo premio di poesia Anna Maria Salerno, Roma, 2006 con Dal mare s’impara; primo premio di poesia Bartolommeo Sestini, Capoliveri, Isola d’Elba, 2006 con Sul mare di Lacona; finalista nell’ultima edizione di poesia Autori per l’Europa; primo premio di narrativa Gente di mare Viareggio aprile 2007; primo premio di poesia Montegrotto Terme con Stillano i giorni, settembre 2007; terzo premio poesia edita Carlo Cassola, dicembre 2007 con il volumetto Brezza di mare; primo premio Domenico Rea-Città di Empoli con Il tuo corpo di miele e di dolore (Sezione Poesia sociale) settembre 2008. Nel 2009 sono stati editi Riviere (Ed. Aletti), una raccolta di racconti al femminile e Vento nelle vele (ovvero in crociera con Georges e Tigy Simenon) Ed. Aletti, romanzo tratto da un diario di bordo di Simenon. Collabora al mensile “L’isola di Capri Anacapri e costiere”; e al trimestrale “Lo scoglio dell’Isola d’Elba”.

“La luce di Caravaggio” di Giuseppina Zupi

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

GIUSEPPINA ZUPI

Seconda Classificata

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Narrativa

con il racconto LA LUCE DI CARAVAGGIO

“un tormentoso andare verso la sorgente chiara della vita che deve farsi strada tra boschi di pregiudizi e irrisolti nodi da sciogliere in vista dello svelamento della verità”.


Verso la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 veniva pubblicato un giornale, forse mensile: Meridiano 12 che forniva un’informazione seria e obiettiva, sfaccettata in varie tematiche attualità, politica, scienze.
Il direttore, un apprezzato professionista, curava una rubrica di corrispondenza con i lettori nella quale scorrevano, come in un cortometraggio, storie di vita problematiche, struggenti, tutte comunque meritevoli di riflessione.Un momento di confronto ma anche di duro scontro, nel cui ambito, il direttore manifestava la propria opinione in modo onesto e leale, motivato dalla speranza e dalla fiducia nelle capacità e nelle risorse dell’umanità.
Nel mese di gennaio per la prima volta viene pubblicata la lettera di Stefano, giovane studente oppresso dal male di vivere.
“Caro direttore, Sono le quattro di notte. I lampioni accesi lungo la strada sembrano scheletri dimenticati in una città surreale. Non si vede neanche una stella, il cielo è una coperta nera avvolto in un silenzio totalizzante: forse era questo l’universo prima della vita.
Ti scrivo perché sai ascoltare o almeno sei così abile da farlo credere. Forse sei anche tu un borghese opportunista come mio padre, non avresti il ruolo che hai, ma lui neppure mi vede.
I miei genitori sono separati. Mio padre ha sempre tradito mia madre che ad un certo punto è crollata ed è tornata dalla nonna perché non è in grado di accudire neanche se stessa; io sono temporaneamente affidato a mio padre.
Ho provato rabbia e dolore perché mia madre ha deciso di distruggersi per mio padre che non lo merita di certo. Tra la speranza che potevo rappresentare io e la dannazione ha scelto quest’ultima scendendo tutti i gradini dell’esistenza.
Frequento il terzo liceo classico, a scuola sono mediocre. In realtà studio pochissimo perché non sopporto le imposizioni, le regole, gli obblighi tuttavia leggo sempre perché sono curioso, anzi avido e questa patologia in qualche modo compensa la totale svogliatezza.
I professori mi odiano però non infieriscono perché, mio malgrado, sono preparato su molti argomenti.
La sera di tanto in tanto esco con un gruppo e facciamo cose terribili per non pensare. Bevo e fumo di tutto fino a stordirmi e a vomitare anche me stesso. A volte mi devono riportare a casa. Mio padre una volta se ne è reso conto e ha urlato che sono matto come mia madre, forse è vero.
E’ quasi l’alba, la coperta nera è sbiadita da striature bluastre, sta per sorgere un nuovo giorno che sarà uguale al precedente e al successivo.
Detto questo ti chiedo: dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.
Ciao Stefano.”
Risposta del direttore
“Stefano non voglio deluderti ma le motivazioni per vivere nessuno può darle, né puoi usufruire di quelle altrui, le devi trovare da solo perché sono dentro di te. La tua lunga lettera mi ha colpito perché so che la sofferenza dei ragazzi è più crudele, impietosa e violenta. Posso rassicurarti che la parte più violenta con il tempo scomparirà, l’altra parte più sottile intermittente e subdola ti accompagnerà e sarà parte di te. Posso invitarti a qualche riflessione.
Sei un giovane sensibile, intelligente, forse più dotato del
normale, non ti buttare via, non ti sprecare. Ricordi la parabola dei talenti? Non gettarli al vento, falli fruttare, sviluppali.
A cosa ti serve vomitare tutto? Non mi sembra un sistema efficace per liberarsi dal dolore, che va guardato, vissuto e attraversato. Ti consiglio di non giudicare, non puntare l’indice accusatore: tu vedi la punta dell’iceberg ma esiste una realtà sommersa a te sconosciuta. A tale proposito voglio dirti un’ultima cosa. Sono un anziano signore borghese forse come tuo padre e guadagno abbastanza. Devi sapere, però, che quando avevo poco più della tua età ho iniziato a lavorare in redazione, all’inizio gratis, semplicemente perché adoravo questo mestiere. Non avevo e tuttora non ho orari, né festività. Ho quattro figli, di cui l’ultima, Gabriella, è una fantastica ragazza adottata, ora splendida come il sole ma con la quale abbiamo lottato insieme anni per gravi problemi di salute.
Ciao, a presto, fatti vivo.”
A distanza di qualche mese nuova lettera di Stefano.
“Caro direttore sono le due di notte, questa volta la coperta nera che ci sovrasta è puntinata da migliaia di luci, la luna è uno spicchio perfetto, una bellezza sublime sprecata a cui non sento di partecipare né di appartenere.sei stato molto disponibile per cui non posso scomparire nel nulla anche se vorrei. Ho vissuto un’esperienza devastante di cui ti metto a parte.
E’ venuto a trovarmi un amico da Trento, conosciuto anni addietro in settimana bianca, con il quale siamo sempre rimasti in contatto. Si è fermato una decina di giorni a casa mia, la mattina io andavo a scuola e lui “visitava” la città, il pomeriggio e la sera ci siamo divertiti da paura. A mio padre non piace ma lui è un tipo fichissimo un vulcano di idee e iniziative. Abbiamo scovato negozietti stranissimi tra Campo dei Fiori e Piazza Navona. Si è comprato, con poche lire, le cose più assurde: una vecchia tromba di ottone, un antico telefono a cornetta di quelli che si appendevano al muro. Abbiamo visitato con stupore i dipinti di Caravaggio nelle chiese di San Luigi dei Francesi e di Santa Maria del Popolo a Piazzale Flaminio. E’ coltissimo, un appassionato di arte. Mi ha mostrato come la luce di Caravaggio può dare il colore della vita o l’ombra della morte ad oggetti, ambienti, personaggi. Un’esperienza fantastica.
Un giorno, tornato da scuola, non lo trovo; sparito. Un biglietto “Ti sono grato per l’ospitalità, sono stato bene, devo andare P. ”Trascorrono alcuni giorni, nessuna notizia.
Mi sono sentito abbandonato e triste.
Una sera al telegiornale delle 20: “Rapina in banca, conflitto a fuoco, un agente di custodia brutalmente ucciso. Catturata una cellula eversiva che effettuava rapine per autofinanziare la propria organizzazione.” Una frazione di secondi, vedo P. con il giaccone sulla testa, spinto nella macchina della polizia che parte sgommando con quella maledetta sirena dalla luce azzurra, che ancora gira vorticosamente nella mia testa senza mai arrivare a destinazione. Sono pericolosamente scivolato nel vittimismo. Perché mi sono trovato inconsapevole protagonista di un episodio così grave e doloroso? Anche lui mi ha fregato, imbrogliato, strumentalizzato? Perché? Questa sera mi scolerò di tutto lo so.
Non è finita.
Ho trovato in uno dei miei cassetti, nascosto sotto una felpa,
uno zaino, l’ho aperto: giornaletti, carta, tanta carta, apro, non finisce mai tutta quella carta… che avvolge due pistole!
Ora cosa devo fare? E’ ancora notte di bellezza surreale ma non per me. Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita. Stefano.”
I lettori di M.12 chiedono notizie di Stefano, qualcuno offre il proprio aiuto concretamente, molti chiedono di poter comunicare direttamente con lui.
Trascorre un nuovo periodo di silenzio, a maggio una nuova lettera.
“Caro direttore sono le cinque di mattina, ci sovrasta un lenzuolo acceso e infuocato di rosa e arancione ma sta già sfumando con l’azzurro del nuovo giorno. Ringrazio te e la solidarietà dei tanti lettori che si sono interessati a me. Mi avete indotto a guardare con occhi nuovi, ho scoperto l’esistenza della solidarietà e dell’umanità, elargite generosamente non da chi ti aspetti, ma da sconosciuti nei quali ho percepito la “condivisione.”
Tra due mesi ho la maturità classica, sto studiando forsennatamente, e sto in “ritiro coatto”. Ho deciso di iscrivermi a medicina, per poter essere utile a qualcuno e non sprecare “i talenti” come tu dici.
E’ giorno, sto meglio ma non basta come motivazione per continuare questo schifo di vita”. Ciao Stefano.”
La storia di Stefano, con cadenze irregolari, continuava a scorrere lasciando la sua impronta sulle pagine di M.12. Sensibile, tormentato, ha condiviso la sua vita, tra alti e bassi, con tanti lettori, attraversando momenti di scoramento in cui voleva abbandonare tutto e trovare un lavoro e momenti di esaltazione in cui era affascinato dagli studi e la meta che si era prefissa non gli sembrava poi così irraggiungibile.
Marzo “Caro direttore, sono le tre e mezza di notte, sono ore
e ore che piove ininterrottamente, sembra che il mondo stia annegando nelle sue stesse lacrime. Mi è capitata un’esperienza dolorosa.
Premetto che lo studio, anche se massacrante, mi coinvolge moltissimo perché è finalizzato per cui cerco di sopportare le costrizioni, le regole, e tutte quelle formalità che costituiscono la parte più bieca del mio impegno.
Frequento il reparto di cardiologia all’Umberto I° di Roma sotto la guida del mio docente titolare di cattedra.
Un giorno, terminato il giro delle visite, un degente, un vecchietto mi chiama con un filo di voce: “Dottorino vieni”.
Un corpicino rannicchiato dentro un pigiama divenuto ormai sproporzionato. Sta aspettando che il suo cuore si fermi, ha davanti poche ore di vita. Mi dice che non è stato un santo, non ha mai temuto niente e nessuno; è vissuto nella ricchezza smodata e nella povertà assoluta. “Adesso ho paura.”
Finito il turno col Prof, sono andato al reparto di cardiologia dal vecchietto. Si era aggravato, entrando in uno stadio irreversibile, non parlava , aveva gli occhi chiusi e rantolava emettendo un sibilo sinistro che squarciava l’aria immota e rarefatta dell’ospedale. Gli ho preso la mano, ho sentito come una leggera stretta, poi più nulla. Sono rimasto un paio d’ore finchè il rantolo è diminuito si è calmato e, senza paura, si è addormentato aura in un sonno senza tempo.
Ho chiamato il medico del reparto, gli ho staccato la flebo, gli elettrodi, sono uscito. Sotto le lenti degli occhiali mi scorrevano le lacrime. Mi sono seduto fuori in una panchina e mi è presa una crisi. Ero scosso dai singhiozzi e non riusci
riuscivo a calmarmi . Perché?
Verificavo il saldo della mia vita e il bilancio è disastroso: sprecato tanto e dato nulla.
La mattina successiva il mio Prof, informato sulle mie reazioni da qualche bastardo, mi ferma in corridoio con gli occhi fuori dalle orbite. “Stefano una cosa del genere non deve mai più accadere. Così non diventerai un medico. Sai benissimo che occorre serietà e professionalità, il coinvolgimento impedisce di aiutare e curare il malato. Con un comportamento così infantile non imparerai neanche a suturare una ferita. Hai capito bene?”
Avrei voluto strapparmi il camice, buttarlo via e scappare da quel luogo dove i malati si curano con strumenti d’avanguardia, con tecnologie avanzate, con professionalità asettica, non con amore. Non l’ho fatto perché quel mostro del Prof. ha ragione! Ormai è pieno giorno.
Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.. Stefano.”
“Caro amico, ormai sei tale, la tua sensibilità, che rappresenta al tempo stesso il tuo limite e il tuo punto di forza, ti ha sovrastato. Voglio dirti che un amico pediatra, ormai anziano, dice che ogni volta che vede nascere un bimbo ancora si commuove e prova grande emozione dinanzi ad un miracolo sempre nuovo. Viceversa quando un essere umano ci abbandona, muore con lui una parte di noi. Coraggio prosegui!”.
Giugno “Caro direttore sono le due di notte; il cielo è nero e lattiginoso, avvolto in una bolla d’afa che toglie linfa ad ogni cellula vivente. Forse è l’ultima volta che scrivo. Ti comunico che lascio tutto, vado via, troverò un lavoro. Perchè? Perché qui in reparto, ma penso dovunque, è un’indecenza e mi sento sprco solo ad entrare. I concorsi sono lottizzati e pilotati dalle case farmaceutiche, in realtà gigantesche finanziarie multinazionali che operano incontrollate, i politici ne sono azionisti.
Gli strumenti, i macchinari che vengono acquistati, la ricerca le assunzioni, è tutto predeterminato da questi mostri
spietati. E’ ancora notte fonda , forse lo sarà sempre. Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.”. Stefano.
“Caro amico animo, non mollare,non ti fermare. Ricordi cosa scrive Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo quando il Principe Fabrizio rifiuta la candidatura di deputato nel costituendo Regno d’Italia? Scrive che se i migliori rifiutano e si tirano indietro resteranno solo gli sciacalli e le iene Rifletti”.
Nella seduta di laurea Stefano ha invitato il direttore di M12. “Ti devo molto caro direttore perchè non mi hai abbandonato e non ti sei stancato di ascoltarmi”.
P:S: “Vieni , potrei fuggire all’ultimo minuto”.
“Mio giovane amico i tuoi “notturni” sono magnifici, li ho conservati tutti, mi verrebbe voglia di invitarti, ogni tanto, a collaborare con me in redazione ma la tua strada è diversa. Se la discussione della tesi non avverrà nel cuore della notte, è per me una grande soddisfazione partecipare.”
Arrivò il Direttore, distinto, brizzolato ed elegante nel doppiopetto blu. Era accompagnato dalla numerosa e variegata famiglia, alla quale voleva far conoscere, Stefano, di cui aveva spesso parlato e per il quale era spesso stato in pena senza mai darlo a vedere.
Qualcuno lo riconobbe e gli chiese se era venuto per suo figlio.
Rispose che si trattava di un grande amico che nel percorso dei suoi tormentati anni, nell’impegno e nella fatica di trovare la propria vocazione gli aveva insegnato molto.
Poco prima della discussione della tesi, gli occhi si Stefano incontrarono quelli di Gabriella.
Qualche tempo dopo il padre, rivolto a Gabriella disse: “Figlia mia non so se sarai felice, so di certo che hai incontrato una bella persona”.
A volte quando Stefano rincasa la notte, e torna a casa da Gabriella, dopo un turno in ospedale, guarda quell’umanità sommersa e devastata che il giorno misteriosamente sparisce. Materassi e cartoni occupati da sagome inquietanti, giovani esanimi, occhi persi nel vuoto e pensa che il confine tra la vita e la disperazione senza ritorno era stato per lui spesso labile, Il destino, qualcosa o qualcuno lo aveva sempre riportato verso la luce, verso il colore della vita.

Copyright (c) Giuseppina Zupi – All rights reserved

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L’AUTORE

Giuseppina Zupi è nata a Roma il 22/09/55. La casa editrice romana Tespi ha pubblicato una sua raccolta di racconti, ha avuto inoltre vari riconoscimenti e segnalazioni in concorsi letterari.

“Un libro in dono” di Guido Grittini

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

GUIDO GRITTINI

Primo Classificato

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Narrativa

con il racconto UN LIBRO IN DONO

“dove due generazioni sono messe a confronto, due lacerate identita’, con un segreto che solo alla fine verra’ svelato e che dara’ il senso a tutta la storia, che appartiene un po’ alla storia di ciascuno di noi”.

Vi racconterò una storia… potrebbe essere vera oppure solo una leggenda, una tradizione. Poteva succedere, poteva non succedere. Ma potrebbe essere successa.
A Milano viveva una famiglia dalla storia, come qualcuno è solita definirla, classica. Il padre, Riccardo, professore di storia e filosofia presso il Liceo classico “Giovanni Berchet”, la madre, Annalisa, impiegata presso uno studio notarile in piazza San Babila e quattro figli: Lucia, Filippo, Matteo e Giovanni.
All’epoca dei fatti, però, il tempo aveva già modificato, con la forza degli eventi, la situazione appena descritta. Lucia, Filippo e Matteo erano ormai sposati e con una propria famiglia, mamma Annalisa era morta a causa di un male incurabile. Giovanni, il figlio più piccolo, concepito inaspettatamente da Riccardo e Annalisa ormai in età avanzata, aveva vissuto tutti questi eventi forse in una condizione non naturale e con il risultato di un carattere molto differente dai fratelli.
La morte della madre e soprattutto il vederla venir meno, lentamente, giorno per giorno, lo segnarono profondamente. Il sacerdote della sua parrocchia assieme a suo padre Riccardo cercarono in tutti i modi di star vicino a Giovanni e di aiutarlo a trovare delle risposte, forse troppo difficili da ottenere per un ragazzo ancora non pronto ad affrontare una delle prove più difficili della vita.
Questo creò, in realtà, un risultato opposto rispetto all’intenzione che aveva mosso i loro animi.
Divenne spietato con chi commetteva errori, intollerante verso la religione e incapace ad ascoltare.
L’intolleranza verso la religione aveva causato una forte rottura con il padre, uomo cresciuto con valori cristiani che cercò sempre di trasmettere anche ai propri figli. Il condividere unicamente con il padre il tetto di casa non aveva aiutano nessuno a disbrigare quella matassa, che ogni giorno si aggrovigliava sempre più.
Giovanni stava ormai per concludere l’università e tra i parenti e i conoscenti c’era l’abitudine, da parte dei genitori, di regalare un’automobile al neo-laureato. Era accaduto così anche per Lucia, Filippo e Matteo. Nessuno dubitava che sarebbe successo anche per Giovanni, che spesso e pubblicamente aveva annunciato il suo desiderio: un coupé rosso.
Il giovane Giovanni era sicuro di trovarla, scintillante e con il serbatoio pieno, davanti alla porta di casa il giorno della sospirata laurea. Per la sera aveva organizzato una festa in un locale molto rinomato di Milano e già immaginava il suo arrivo con la sua nuova automobile.
Enorme fu la sua delusione, quando, il giorno fatidico, il padre gli venne incontro sorridendo, ma… con un libro in mano. Accade il finimondo in casa Castoldi.
Non racconterò qui cosa si dissero padre e figlio sotto gli occhi dei fratelli e della madre, presente attraverso una foto su un tavolino, ma la rottura fu netta e inevitabile.
In realtà fu solo Giovanni a parlare, mentre Riccardo si fece come un albero silenzioso nella foresta, che senza proferire parola si lasciò abbattere dai colpi d’ascia del figlio.
Il vero problema era il fatto che quello non era un libro qualunque: era una Bibbia.
Il giovane scagliò via rabbiosamente il libro e da quel giorno non rivolse quasi più la parola al padre.
Un giorno Riccardo chiese al figlio notizie di Sara, la ragazza di Giovanni.
«Giovanni, è un po’ di giorni che non vedo Sara» – disse Riccardo.
«Ci siamo lasciati» – rispose Giovanni senza nemmeno alzare gli occhi dal computer.
«Come lasciati?» – riprese il padre.
«Senti, papà, lo dici sempre tu che il fidanzamento è fatto per conoscersi, no? Che il matrimonio è un sacramento e che va valutato e ponderato».
Riccardo non proferì parola dinnanzi a questo atteggiamento così provocatorio e polemico. Nel profondo del suo cuore custodiva una domanda angosciosa: se fosse stato lui a fargli odiare così aspramente i valori sui quali aveva deciso di dare fondamenta alla sua vita.
«L’unico problema di Sara» – continuò Giovanni – «è che non ha mai fatto niente. Quella ragazza è annoiata e non facendo niente per tutto il giorno, sente il bisogno di scaricarsi su di me».
«Veramente a me sembra che Sara sia una ragazza piena di interessi, intelligente, sensibile e come tutti noi ha bisogno di amore» – rispose il padre.
«Te lo spiego io cos’è l’amore: quando diventa un matrimonio, fuoco e fiamme per tre anni, poi cenere per trent’anni».
«Beh, mica per tutti» – disse Riccardo – «Sai cosa dice la Bibbia? Troverai la gioia nella sposa della tua giovinezza».
Lo sguardo di Giovanni si fece furente e dopo aver contratto la mascella disse:
«Proprio tu mi vieni a parlare di Bibbia? Ancora? Roba che a quell’epoca avevano tre mogli, schiave, concubine. Tra l’altro io provo un’invidia per quei tempi e ti chiedo perchè loro sì e noi no?».
«Per la stessa ragione per cui tu come dono di laurea vuoi un coupé rosso e non un cammello» – rispose coraggiosamente Riccardo.
Giovanni picchiò un pugno sul tavolo e disse:
«Complimenti, papà, sei veramente simpatico!»
Detto questo si diresse decisamente verso la porta sbattendola aggressivamente dietro di sé. Riccardo al ritorno del silenzio tra le mura della camera di Giovanni fu in grado, singhiozzando, di dire solamente:
«Grazie…».
Passarono giorni nei quali le mura di quella casa non udirono parole di uomo, fino a quando Riccardo fece un nuovo vano tentativo.
«Ha risposto qualcuno alle tue domande di lavoro?» – chiese rispettosamente il padre.
«Da quando ti interessi alla mia vita?» – ribatté Giovanni.
«Cosa dici, Giovanni?» – chiese Riccardo.
«Quello che mi hanno riferito!»
«Chi?»
«Alcune persone che ti hanno sentito parlare sul mio conto».
Riccardo sospirò profondamente, poi disse:
«Quelle persone avrebbero fatto meglio a parlare con me, anziché origliare alle spalle».
«Certo certo, come dici tu, non bisogna giudicare dalle apparenze. Lo dice la Bibbia, no?» – disse provocatoriamente il figlio.
«Sì, ma è anche scritto: nel giudicare gli altri condanni te stesso» – concluse il padre.
Il cucchiaio lanciato nel piatto fece diventare mosso il mare di brodo fino a quel momento calmo. E venne emessa la sentenza da parte di Giovanni: «Mi è passato l’appetito».
Il silenzio tornò improvvisamente padrone di quella casa. E in questi casi il silenzio è la più grande persecuzione.
Dopo qualche mese dalla laurea Giovanni trovò lavoro a Genova. Riccardo seppe di questa decisione solo la sera prima della partenza del ragazzo, vedendolo fare le valigie.
La mattina seguente Giovanni lasciò definitivamente la casa dove era cresciuto. Padre e figlio non si salutarono. O meglio, Giovanni organizzò tutto per non incontrare il padre in quella mattina.
Nei due anni successivi nessuno udì la voce dell’altro.
Solo un evento fece tornare Giovanni alla sua casa d’origine: la morte del padre. Venne informato da suo fratello Matteo che il padre era deceduto nel sonno, quasi sicuramente a causa di un infarto. La notte del funerale, mentre rovistava tra le carte della scrivania del padre, aprendo un cassetto, trovò la Bibbia che il padre gli aveva regalato. Completamente paralizzato e in preda a un vago rimorso, rimase diversi minuti ad osservare quel libro, che solo ora, incredibilmente, attirò la sua attenzione. Prese poi il libro e, togliendo un po’ di polvere che si era depositata sulla copertina, lo aprì. Scoprì tra le pagine un assegno, datato il giorno della sua laurea e con l’importo esatto dell’automobile che aveva scelto. Sulla seconda pagina di quella Bibbia trovò poche righe scritte a mano dal padre: «La verità è come l’acqua del fiume: non può essere spinta, non può essere arginata, scorre da sé e alla fine giunge al mare».

Copyright (c) Guido Grittini – All rights reserved

*


L’AUTORE
GUIDO GRITTINI è nato a Magenta (MI) il 13 agosto 1980.

“Al di là del Cedron” di Alessandro Ramberti

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

ALESSANDRO RAMBERTI

Secondo Classificato

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Poesia

con AL DI LA’ DEL CEDRON
per tre voci sole e coro delle stesse
in endecasillabi franti

“che fa rivivere il dramma della Passione di Cristo attraverso i simulacri della nostra contemporaneita’ frantumata e scissa, sulla soglia di una scelta sempre differita e per certi versi tragica che informa il nostro vivere quotidiano”.


Coro
Prologo

Hai lacerato il buio
e ci hai donato
i mobili confini
dell’eterno
mettendo in stallo Satana
hai aperto
a nuove direzioni
il cuore incerto
dei figli d’uomo. Abbracciando
il tuo petto
martoriato, già ora
nel segmento
di terra che dà luogo
al nostro fiato,
ci viene incontro il cielo
del tuo regno:
su quel legno hai gridato
anche per noi.

Voce I
Cedron

Giuda ha voltato le spalle
alla Pasqua.
Gli altri discepoli ancora
accompagnano
il Maestro nell’orto
non lontano
dalla città
sulla collina a Est
oltre il Confuso
ferito di sassi
gli olivi fremono
come partecipi.

Voce II
Giuda

Ti sei armato: un’anima
dal manico
tagliente quanto la lama.
Il Getsemani
per dire addio ad amici
spersi, flebili
- pensi nella tua sfida
sfiduciato -
capaci solo di aspettare
e dire:
“Vediamo che succede,
che fa il Rabbi;
del resto abbiamo fatto
i nostri passi
condiviso il pane
tante volte
(con lui anche il poco
diventava molto).”

Voce III

Hai perso la pazienza
devi agire
quindi osi (così
credi, ma sei
manipolato
dal maligno idolo
che ti avvelena mente,
cuore e fegato).

Coro

Quanto è colpevole
il tuo bacio, Giuda?
Qual è il prezzo
del tuo infelice gesto?

Voce III

A chi ha
viene dato ancora più
amore e tu tradendo
ne hai bisogno
assoluto: Gesù
ti resta amico!
non Satana
che ti aggroviglia i visceri.
Voce I
Getsemani

È ormai buio e le lampade
hanno un campo
di luce limitato.
I sacerdoti
rinchiusi nelle vesti
del sinedrio
ricorrono alla forza
per sussistere
così come fa Roma
nel suo impero:
navigano sull’onda
del potere
di una piccola casta e
timorosi
si aggrappano a una legge
che non vivono.
Preparano con ansia il
loro antidoto
gettando lampi
sinistri e bagliori
metallici nell’uliveto
inquieto -
il Nazareno è un virus
da schiacciare.

Voce III

Essuda infatti sangue e sa
che calice
lo attende:
prega e trema in solitudine
(neanche i discepoli
più stretti sono
riusciti, invasi dal sonno,
a vegliare).

Coro
Nazareno

Il profeta del Regno
avanza, lascia
che lo si prenda.
Pronunciano il Nome
del ricercato: “Sei tu
che vogliamo!
Figlio dell’Uomo, non sei
più dei nostri,
né la tua autorità
riconosciamo.
Nessun messia
si comporta così.”

Voce II
Figlio dell’Uomo

Cercate Colui che è
continuamente
benché ne abbiate paura.
Volete
dominare ma avete
i cuori a terra.

Io ci sono da sempre,
senza me
vacillate come Mosè
sul Sinai
presso il roveto bruciante
di Spirito.

Voce I
Colui che è

Per farsi avanti ci vuole
coraggio:
“Il Goèl è opportuno
eliminarlo”
si accordano i custodi
della legge.
Lui s’offre: porta
in prima persona
il peso degli errori
di ciascuno,
chiede che i suoi discepoli
non vengano
toccati, loro,
così timorosi
incerti e dubitanti
in piena notte.

Voce III
Coraggio

La perdita assoluta?
Il non avere
libertà,
non riuscire a definire
orizzonti percorribili,
quelli
che smarcano i confini
di persona.

Coro

Se la nostra presenza
se ne va
col tempo, nulla va
perso di quella
salvata dalla storia
del Messia.

Voce I
Libertà

Simone sguaina
la spada e recide:
ha dato spazio
alla paura agendo
con l’impulso
disperato di chi
non ha capito molto
del Maestro.

Voce III

Un re può essere schiavo
dei suoi
proclami,
uno scriba può subire
il fascino delle
interpretazioni,
un discepolo può essere
sconvolto
dal crollo di concrete
aspettative.

Voce II

Non serve esibire la rabbia
il calice
è pronto a scorrere:
il sangue di Malco
prefigura il sacrificio
del Re.

Coro
Sangue

La morte mette in scacco
ogni vivente,
persino l’etica per cui
tu sei
un universo
insostituibile.
Cristo ne assume fino in fondo
il limite
così lo ricapitola
più oltre.

Voce II

L’anziano sacerdote ha in Anna
un genero
saggio? Bloccare
eliminare il leader
che comincia ad avere
troppo seguito:
uno al posto di tanti
e così i suoi
stessi nemici ne affermano
l’omen.

Voce III
Omen

Non siamo tutti “prossimo”
al medesimo
modo. Ci sono date prove
in cui
si rivela la nostra
povertà.

Per salvarci neghiamo
quel che siamo
cercando di affermare
un’apparenza
più accettabile al comune
sentire:
eppure sono gli altri
che ci dicono
“tu menti” e in noi il ventre
si commuove.

Voce I

Ci si riscalda ad un fuoco
comune
(il giudizio ci ha lasciato
scoperti
come una Pietra in mezzo
alle macerie
che si considera inutile
e fragile).

Voce III
Giudizio

La verità è nascosta
a chi non l’ama
a chi si pone al centro
della scena
e annulla tutto il resto
o lo asservisce…
ma Cristo non ha annunciato
un timore
servile:
il Suo è un amore irriducibile
che libera i talenti
e sa donarsi.

Voce II
Timore

Pietro continua a far finta
di niente:
e lì, fra i servi, rinnega
la sua
amicizia con quello
che ormai è
un corpo estraneo… il verso
del gallo
frantuma la debolezza
di fede.

Voce I
Debolezza

Gesù va giudicato
col rigore
della legge del sinedrio
o con quella
imperiale di Pilato
il politico?
I grandi sacerdoti
restan fuori
dal luogo “impuro” del giudizio
in cui
si decide per diritto
romano:
gli accusatori
fanno appello all’evi-
denza di una
colpevolezza utile.

Voce II
Colpevolezza

Un capopopolo
non controllabile
è il motivo della condanna
a morte:
così il potere si compatta
un nuovo
re sfuggirebbe
di mano alla pax
(quella col pollice verso
sarà
meglio lavarsela
di fronte a tutti).

Voce III
Pax

Il qui ha bisogno
di pietre miliari
di punti cardinali
di confini…
il qui del regno dei cieli
è dovunque.

Coro

Se si ragiona col cuore
anche il tempo
si flette in un altrove
indefinibile
e l’umiltà si irradia
di divino.

Voce I
Regno

La parola di Cristo
è verità
rivelata da quello
che ha compiuto:
fatti che non si possono
negare.

Voce II
Verità

La Via si pone ai piedi
di chiunque
ne accolga la bellezza
faticosa
e si incammini.
Alcuni preferiscono
puntare a mete più semplici
a un “figlio-
del-padre” – questo vuol dire
Barabba -
a un assassino comune
perché
seguire il Figlio di Dio
fa tremare
chi conta sulle sue forze
orgoglioso.

Voce I
Via

Si emette la condanna
della croce.
Flagellato schernito
torturato
esposto alla condanna
popolare,
al facile ludibrio
della truppa
nel litostrato
l’umanità langue
si annichilisce in lui
e attorno a lui.


Voce III

Croce

Il luogo del supplizio
è un nudo scalpo
di collina oltre le mura.
Tre carni in-
chiodate lo rivestono
di morte
lenta e affannosa.
In mezzo c’è il cartello
ben visibile:
eccovi il Messia,
Giudei, può solo
regnare sul vuoto
di una corona di spine
e morire.

Coro

Tirano a sorte la sua
bella tunica,
un pezzo unico,
quattro soldati
dividendosi il resto
come Davide
ha cantato nel suo
struggente salmo.

Voce II
Vuoto

L’ultimo sguardo all’amico
e alla mamma
poi lo spirito assetato
si affida
all’Abbà. Prima che inizi
la Pasqua
si spezzano le gambe
agli altri due
per far morire anche loro.
La lancia
di un soldato verifica
il decesso
di Gesù. Si può toglier
dalla croce
il cadavere – viene avvolto
in lini
portato nella tomba
di Giuseppe
scavata nella roccia
di recente.

La nera barba pende sopra il petto. / Il volto non è il volto dei pittori. /

È un volto duro, ebreo. / Non lo vedo / ma insisterò a cercarlo /

fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra. (J.L. Borges)

Voce I
Roccia

Maddalena, trascorso
il giorno santo,
prima dell’alba viene
e vede aperto
il vuoto del sepolcro.
Assieme alle altre
donne nota le bende flosce,
e corrono
da Pietro e dal discepolo
più giovane
che giunge prima al Golgota
ma aspetta.

Coro

I lini sgonfi, il sudario
riavvolto
a parte… ancora non sanno
spiegarsi
il mistero di una assenza
del corpo
che va oltre la
trasfigurazione
e salva con la forza
del vangelo
il corso della storia
di ogni uomo.

La verità si è rivelata
al mondo.

Copyright (c) Alessandro Ramberti – All rights reserved

*

L’AUTORE

…………………
Nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960, Alessandro Ramberti si è laureato in Lingue Orientali a Venezia (borsa nel 1984-85 presso l’Università Fudan in Shanghai). Nel 1988 ha conseguito il Master in Linguistica presso la UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Da allora lavora in ambito editoriale. Ha vinto il premio “l’Astrolabio” con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, Pisa, 1991), il II premio al Città di Mestre con la poesia Già c’è, la I edizione del concorso “Versificando 2005” (Giulio Perrone Editore, Roma) con la poesia Tracce indistruttibili, il premio Ad un passo dalla poesia 2005 (Tollo, CH) con la poesia Dietro le spalle. Con la raccolta In cerca (Fara, 2004) ha vinto il premio Alfonso Gatto 2005 opera prima (Salerno), il premio “Città di Solofra” 2006, il premio Voce dal Ponte 2006 (Monopoli, BA), il premio speciale Città degli Acaja 2006 (Fossano, CN). Nel 2005 ha pubblicato Tela di bordo in appendice al volume Piccolo canzoniere di città – Da luoghi intravisti (Fara, 2005). La silloge Pietrisco (Fara, 2006) ha vinto la V edizione del concorso POESI@ & RETE 2006 (Trapani-Palermo) e la VI edizione del Premio biennale di poesia Cluvium 2006. Ha pubblicato come Johan Thor Johansson La simmetria imperfetta (Fara 1996). È tra i vincitori della rassegna in cammino con Gesù 2007 per la poesia Tavola mistica. Nel 2008 vince il II premio del concorso Guerriero di Capestrano sezione poesia inedita. Nel 2009 è V all’XI Concorso di Scrittura amorosa di Bellaria Igea Marina (inserito nell’antologia delle Opere vincenti a cura di Chiara De Luca, Edizioni Kolibris, 2009) e pubblica con le Edizioni L’Arca Felice di Salerno la plaquette Inoltramenti (con un pensiero visivo di Francesco Ramberti).

“Parole di Qohelet” di Ardea Montebelli

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

ARDEA MONTEBELLI

Prima Classificata

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Poesia

con la silloge PAROLE DI QOHELET

“per la forma matura e convincente con cui ha rappresentato la piu’ moderna ricerca dell’assoluto nel confronto dialettico con un testo biblico del passato ma attualissimo nelle interrogazioni profonde sul destino dell’uomo”.



Vanità delle vanità, dice Qohelet,

vanità delle vanità: tutto è vanità.

Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica

con cui si affanna sotto il sole?

(Qo 1,2-3)

Così viviamo

viziati dalle cose di qui,

così viviamo

una volta,

una volta soltanto.

Nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro

che saranno si conserverà memoria presso

quelli che verranno in seguito

(Qo 1,11)

Non sappiamo fidarci dell’anima

ma ci avvince il suo ritmo,

il suo canto

che di striscio

ci fa da memoria.

Mi sono proposto di ricercare

ed esplorare con saggezza

tutto ciò che si fa sotto il cielo

(Qo 1,13)

Pare che tutto

si voglia nascondere,

anche la nostra umanità.

Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole,

ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro

al vento

(Qo 1,14)

La differenza

non sta nel togliere

qualcosa agli avvenimenti,

nell’aggiungere alcune diversità

ma è un’attesa.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento

ha il suo tempo sotto il cielo

(Qo 3,1)

…poi chiedi

se il bene lasci traccia di sé

senza sapere quale parte

ti appartenga;

è così

è stato così

ma tu vuoi capire

quel senso di attesa

che intuisci sotto pelle,

un desiderio non compreso

che è tuo

è nostro

ci accompagna.

In verità chi teme Dio riesce bene in tutto

(Qo 7,18)

Chi conosce la sapienza delle cose?

(Qo 8,1)

In cielo e in terra

il cuore dell’uomo

compie il suo cammino:

germoglia gradualmente

è figlio legittimo del tempo.

Segreti irraggiungibili

si stendono sugli occhi,

le voci diventano di fuoco

nel grembo della vita.

Il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza

dimora in loro mentre sono in vita

(Qo 9,3)

Il cielo si ammala di veleni

e la strada perversa

rovescia la ragione.

C’è un limite in cui

l’inquieto e l’infinito si incontrino?

Come tu non conosci la via del soffio vitale

né come si formino le membra nel grembo d’una donna incinta,

così ignori l’opera di Dio che fa tutto

(Qo 11,5)

Mi persuadono

l’odore della pioggia

la fatica e l’amore

strappati alla terra.

Ci abituiamo a vivere

senza nostalgia.

Temi Dio e osserva i suoi comandamenti,

perché qui sta tutto l’uomo

(Qo 12,13)

La mia presunzione

é volerti bene.

Invocarti in silenzio

mi concede una tregua,

un gesto di pietà

a te caro.

Copyright (c) Ardea Montebelli – All rights reserved

L’AUTORE

Ardea Montebelli, insegnante, si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Ha pubblicato: nel 1989 Alchimia dei sentimenti e Laudato sii e nel 1993 Pietre di paragone tutti per i tipi delle Edizioni Forum di Forlì; nel 1996 L’anima del mare (Panozzo Editore, Rimini); nel 2001 Il paradosso della memoria, una meditazione in versi sulle lettere di S. Giovanni (Fara Editore, Rimini) ; nel 2002 un catalogo fotografico dal titolo Cari, vecchi frammenti (Ed. Giusti, Rimini); nel 2005 Ma tu non dartene tormento, una meditazione in versi sulla Shoah (Guaraldi Editore, Rimini); nel 2008 Ma il cielo ci cattura (Fara Editore, Rimini); nel 2008 la plaquette dal titolo Quel libero andare, una meditazione in versi sulla prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi (Edizioni L’Arca Felice, Salerno).

“Charta Stellada” di Fernando Vertemara

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

FERNANDO VERTEMARA

Terzo Classificato

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Poesia

con la silloge CHARTA STELLADA

“dove la lingua lombarda, nella fattispecie il dialetto milanese, si colora nobilmente di letterarieta’ nel rappresentare con viva immediatezza gli umori e i sapori di una civilta’ sospesa tra passato e futuro, continuamente alla ricerca di una ricomposizione spirituale che – attraverso il dettato cristiano – da’ senso all’esistere e getta ponti fra il transeunte e l’eterno”.


Tre liriche scelte dalla silloge “Charta Stellada”:


VIVI NO’ DOMA’ DE POESIA,
MA VIVI NO’ SENZA DE LEE

Vivi nò domà de poesia
da mattina a sera,
in sul tram ch’el va el vegn da Milan
e ‘l me porta a destinazion.

Ogni dì ‘l passa e me metti a l’opera,
me nutrissi de quell che dà la terra,
vedi, tocchi e m’innamori
de la natura e de l’umanitaa
cont i sò propost e attrazion,
che ciappen el mè corp e la mia ment.

Vivi nò senza poesia,
creazion de la fed e de l’amor
per on quajvun e per Vun,
o di volt per on quajcoss,
che i brivid me fann sentì
su la pell e in del coeur che batt.

Vivi nò domà de poesia,
ma vivi nò senza de lee
da quand me alzi a quand voo a dormì,
intant che la sfera la gira,
in sul tram ch’el va el vegn da Milan,
quattà da la nott e ris’ciarà dal dì.

5/7-3-2008

NON VIVO SOLO DI POESIA,
MA NON VIVO SENZA LEI

Non vivo solo di poesia
da mattina a sera,
sul tram che va e viene da Milano
e mi porta a destinazione.

Ogni giorno passa e mi metto all’opera,
mi nutro di quello che dà la terra e la comunità,
vedo, tocco e m’innamoro
della natura e dell’umanità
con le loro proposte e attrazioni,
che prendono il mio corpo e la mia mente.

Non vivo senza poesia,
creazione della fede e dell’amore
per qualcuno e per Uno,
o a volte per qualcosa,
che i brividi mi fanno sentire
sulla pelle e nel cuore che batte.

Non vivo solo di poesia,
ma non vivo senza lei
da quando mi alzo a quando vado a dormire,
intanto che la sfera gira,
sul tram che va e viene da Milano,
coperto dalla notte e rischiarato dal giorno.

*

*

AMAA DA L’AMOR
(Efesini 2, 4-10; Giovanni 3, 14-21)

Semm amaa da l’Amor che ‘l ghe vegn incontra.
Intorna a nùn, creatur de palta e d’or, Lù
el cammina ai noster pass semper arent.
El dà ‘l Fioeu, la vitta, el pan de l’esistenza,
el ghe brascia su ‘l ghe ama tra i noster ombrii e paur,
sotta la falsa lus che inganna ‘l nost temp.

27-5-2009

AMATI DALL’AMORE

Siamo amati dall’Amore che ci viene incontro.
Intorno a noi, creature di fango e d’oro, Lui,
cammina ai nostri passi sempre vicino.
Dà il Figlio, la vita, il pane dell’esistenza,
ci abbraccia e ci ama tra le nostre ombre e paure,

sotto la falsa luce che inganna il nostro tempo.

*

*

L’UNIVERS CHE VEGN INCONTRA
(Giovanni 20, 1-9)

Nient de portà, la mia storia grama domà,
forsi lacrim, debolezz e povertaa
ghe voeuren per incontrass con la vitta.
Al primm ciaror del dì vedaroo la preja
e in del corr, sentaroo l’amor ch’el nass e ‘l viv
a l’aria fresca de l’univers che vegn incontra.

1-5-2008

L’UNIVERSO CHE VIENE INCONTRO

Niente da portare, solo la mia storia difficile,
forse lacrime, debolezze e povertà
ci vogliono per incontrarsi con la vita.
Al primo chiarore del giorno vedrò la pietra
e nel correre, sentirò l’amore che nasce e vive
all’aria fresca dell’universo che viene incontro.

Copyright (c) Fernando Vertemara – All rights reserved


L’AUTORE

Fernando Vertemara è nato il 6-11-1952 a Nova Milanese, dove tuttora vive. Ha svolto la professione di disegnatore meccanico dipendente, tranne una breve parentesi come insegnante di apprendistato. Ha scritto per un settimanale locale. Oltre a poesie, spesso in dialetto milanese, ha scritto anche qualche racconto in lingua italiana e si dedica a ricerche biografiche e di pensiero. Opera per alcune Associazioni di volontariato. Sue poesie compaiono in antologie pubblicate in occasione di Concorsi nei quali e’ stato premiato o segnalato.

CONCORSO LETTERARIO IN PURISSIMO AZZURRO 2010

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Dicembre 2009

SECONDA EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO

IN PURISSIMO AZZURRO – ANNO 2010



IL BANDO

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla seconda edizione del concorso letterario indetto dalla rivista culturale “In Purissimo Azzurro”. Il concorso e’ aperto a tutti i cittadini residenti in Italia, che abbiano compiuto 18 anni di eta’, ai quali e’ dato di concorrere in una soltanto delle sezioni in cui si articola il premio, che sono: poesia, narrativa, saggistica. Il tema degli elaborati e’ libero, ma saranno privilegiati quei testi che sapranno elaborare in forma matura e convincente la moderna ricerca dell’assoluto, il senso profondo della vita con le domande sull’uomo e il suo destino, i valori ineludibili dello spirito capaci di veicolare il sentimento religioso del tempo attraverso i molti chiaroscuri dell’esperienza umana.

I testi presentati devono essere tutti rigorosamente inediti, pena l’immediata esclusione dal concorso. Per inedito si intende un testo mai pubblicato prima, in nessuna forma, ne’ su carta ne’ sul web. Tre sono le sezioni del premio in cui si puo’ concorrere:

POESIA

A) poesia singola (non più di 2 cartelle, pari a 60 righe)

B) raccolta di poesie (tra 50 e 80 cartelle)

NARRATIVA

A) racconto (max 10 cartelle)

B) romanzo o raccolta di racconti (max 200 cartelle)

SAGGISTICA

A) articolo o saggio breve di argomento culturale (max 8 cartelle)

B) saggio lungo di carattere culturale o religioso (biografia, pamphlet, testimonianza, saggio critico, monografia) della lunghezza massima di 150 cartelle (ricordiamo che per cartella si intende un testo della lunghezza di 1800 battute, ovvero 1800 “caratteri spazi inclusi” del programma di videoscrittura: si veda Strumenti – Conteggio parole).

Ogni testo va inoltre inviato esclusivamente in allegato rtf (non in “documento doc”, pena l’esclusione dal concorso) con una mail di accompagnamento, la quale deve contenere: nome, cognome, data di nascita del concorrente, indirizzo postale, telefono, email, titolo dell’opera inviata con la dicitura “testo inedito”, breve nota biografica dell’autore (con l’indicazione di eventuali libri precedentemente pubblicati), autorizzazione all’utilizzo dei dati personali per le esclusive finalita’ del concorso.

Il premio consistera’ nella pubblicazione dei testi vincitori sul numero di dicembre 2010 della rivista “In Purissimo Azzurro” (sezioni: poesia singola, racconto, articolo e saggio breve) mentre per i testi primi classificati nelle altre sezioni (raccolta di poesie, romanzo, libro di racconti, saggio lungo) e’ prevista la pubblicazione presso i tipi della casa editrice indicata dagli stessi membri della giuria come la piu’ idonea a recepire la pubblicazione dell’opera vincente. La Giuria del concorso, scelta fra i collaboratori della rivista “In Purissimo Azzurro” e tra personalità di chiara fama in campo culturale, si riserva di non assegnare il premio come anche di segnalare autori particolarmente meritevoli fuori della rosa dei premiati, che potranno ricevere una proposta di pubblicazione.

La Giuria ricevera’ ogni elaborato in forma anonima, privo cioe’ di contrassegni atti al possibile riconoscimento delle opere, cosi’ da assicurare trasparenza e liberta’ di giudizio di ciascuno dei membri chiamati a esprimersi con voto. Il giudizio della Giuria e’ da ritenersi insindacabile.

Gli elaborati devono pervenire via posta elettronica alla redazione di “In Purissimo Azzurro” entro e non oltre il 12 luglio 2010.

Nell’oggetto della vostra mail inserite la dicitura “concorso letterario 2010″. L’invio degli elaborati va fatto al seguente indirizzo: inpurissimoazzurro@yahoo.it.

“La strega” di Minnie Alzona

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Dicembre 2009

di LILIANA PORRO ANDRIUOLI

A un anno dalla scomparsa di Minnie Alzona, una scrittrice che ci ha lasciato una copiosa produzione fra romanzi e racconti, tutti di notevole livello e molto apprezzati dalla critica, vorrei dedicarle un ricordo, parlando proprio di uno dei suoi romanzi; ho scelto La strega (Milano, Rizzoli, 1964), che è uno dei suoi primi, ma senza dubbio uno fra i suoi più riusciti.

E’ ambientato a Triora, un grazioso borgo della Valle Argentina, nel Ponente Ligure, tristemente famoso per un processo di stregoneria che vi si svolse sul finire del ‘500. A quel processo, di cui si sono occupati diversi storici, s’ispira anche l’Alzona, costruendo, però, una storia, nella quale, come ella avverte in una nota in fondo al libro, i personaggi sono tutti “immaginari”, quantunque gli avvenimenti narrati appaiano, per la dovizia e la precisione dei particolari riportati, desunti con rigore ed esattezza dai verbali di un processo di stregoneria.

Molto verosimile è appunto lo svolgimento dei fatti e fedele la ricostruzione sia dell’ambiente che del periodo storico nel quale la vicenda si svolge. La narrazione, e ce ne accorgiamo fin dalle prime pagine, è di tipo memoriale, scaturendo la trama del romanzo dai ricordi, dai rimorsi e dai rimpianti di un io-narrante, della cui identità sulle prime, l’Alzona, da provetta narratrice, ci svela poco o nulla: il suo profilo infatti viene tracciato lentamente, passo dopo passo, sì da acuire in noi la curiosità e coinvolgerci maggiormente nello svolgimento di questo complesso racconto.

Sapremo così gradualmente che il nostro protagonista è un Vicario dell’Inquisitore di Genova, inviato a Triora per istruire un processo di stregoneria. E poco oltre leggeremo ancora che è un gesuita, studioso di demonologia, il quale, sinceramente convinto di contribuire in tal modo alla “riedificazione della Chiesa”, ha abbandonato le sue ricerche per mettersi a servizio dell’Inquisizione, “in favore di un’azione più immediata” e incisiva nella società del tempo (p. 45). Solo a lettura ultimata, dalla firma riportata in fondo al libro, scopriremo che la persona in questione è Gerolamo del Carretto.

E’ attraverso quanto egli ci narra della sua vita, prima a Triora e successivamente a Genova – una narrazione che può considerarsi una specie di lunga e dolorosa confessione di quanto si agitava nel suo animo confuso – che la scrittrice, nella sua consumata bravura, ricostruisce la storia di quell’esecrando processo, che molte polemiche suscitò per la severità dei suoi inquisitori (specie di quelli civili, inviati in un secondo tempo dal Governo di Genova). Il racconto prende appunto le mosse dall’arrivo di Gerolamo del Carretto nel borgo ligure (siamo nell’autunno del 1587), dove viene accolto da Arrigo Malerba, il medico che ha avuto l’incarico di ospitarlo per tutta la durata della sua permanenza in quella “podesteria”.

Alla vista del luogo il gesuita è subito colto da uno strano senso di disagio, che non è certamente attribuibile alla responsabilità connessa al suo nuovo lavoro, potendo egli vantare una notevole esperienza nel campo, avendo già due processi di stregoneria al suo attivo. E’ pertanto propenso ad attribuire quella strana sensazione ad “un ammonimento dell’inconscio”, quasi ad una specie di presagio che dei tristi eventi stiano per incombere su di lui. Certo è, in ogni caso, che il Vicario comincia a dubitare di quelle certezze su cui finora aveva contato; a temere che quella “salda realtà”, di cui si era sino a quel momento “compiaciuto”, sia sul punto di vacillare. Anche l’interesse e la passione che lo hanno sempre accompagnato nel suo lavoro, sembrano ora venir meno e cedere il posto al tedio e all’indifferenza. Si sente incerto sulla strada da seguire, dubitando finanche della fermezza dei suoi principi e della validità del suo operato, quasi si trovasse invischiato in una imprevista e improvvisa crisi spirituale.

Per converso estremamente deciso e accanito contro alcune donne, presunte streghe e ritenute responsabili della carestia che affliggeva il paese, è inizialmente lo stato d’animo della maggior parte della popolazione del luogo. Galata, “la strega” del titolo, ci viene incontro sin dalle prime pagine del libro, come una figura di donna un po’ enigmatica e distaccata, “dotata di un fascino singolare”, ma dal carattere fermo e sicura delle proprie convinzioni. Anche nel vestire rivela un certo riserbo, così come nei suoi gesti, espressione di una bellezza più spirituale che fisica e perciò pericolosa più per la ragione che per i sensi. “Estremamente casta, un poco altera, sempre assorta in una sua delicata, gentile follia”; così Galata del Pozzo apparve all’Inquisitore, o “quanto meno” così – egli dice – “mi piacque credere che fosse”.

La conoscenza fra i due avvenne in modo del tutto casuale: fu il Malerba, che una sera lo introdusse in quella casa, volendogli presentare un suo cugino, Urbano del Pozzo, che era appunto il padre di Galata. Il Vicario tuttavia considera fin dall’inizio quell’amicizia come una fatalità, un gioco del destino nei suoi riguardi. Sta però di fatto che immediatamente egli prova un forte interesse per quella giovane donna, sensibile e intelligente, e non tralascia occasione per poterla incontrare. Con notevole bravura l’autrice conduce il suo racconto su due piani, che inizialmente si presentano ben distinti e separati: da un lato quello del complesso sentimento che il Vicario prova, quale uomo, per Galata, dall’altro quello professionale, cioè della conduzione del processo che egli, pur fra dubbi e contraddizioni, deve, in quanto Inquisitore, svolgere. Ben presto però i due piani s’intersecano e tendono a confondersi, forse anche a sovrapporsi; e ciò non avviene solo nella mente dell’io narrante, ma avviene anche nella effettiva realtà dei fatti, perché Evelina Savio, l’ultima delle donne incriminate (proprio l’ultima, sembra quasi essere una beffa del destino), riferendo di una tregenda a cui confessa di aver partecipato, fa scivolare, “quasi sbadatamente”, il nome di Galata. E così Galata del Pozzo verrà aggiunta alla lunga lista delle presunte streghe e dovrà affrontare il processo.

La sua figura uscirà però da quella triste esperienza come nobilitata e con molta dignità. L’accusa rivolta a Galata fornisce sulle prime un momentaneo alibi al nostro Vicario, propenso com’era a quel tempo a credere più alla colpevolezza della donna che non ad ammettere la propria personale debolezza. Egli può in tal modo considerare il suo sentimento verso Galata come una specie di magia che lo soggioga a dispetto della sua volontà, rendendolo così meno responsabile e tacitando, almeno in parte, la sua coscienza, che pure gli mostra la gravità e i pericoli di quel sentimento, sbocciato in modo così imprevisto e imprevedibile. Lo perseguita il dubbio se credere Galata una donna “scaltra e diabolica” o, al contrario, considerarla una “vittima inerme” di una “sinistra congiura” (p. 49) e in tale dilemma, che giorno e notte lo tormenta, si arrovella, senza trovare una via d’uscita.

Iniziata l’istruttoria, le testimonianze a carico dell’imputata si susseguirono per più giorni, ma poco valsero a far chiarezza su di lei e sulla sua triste vicenda. Non emerse quasi nulla di certo: qualche supposizione, qualche allusione, mai niente di preciso; tutti concordarono nell’ammettere che Galata fosse una “fanciulla schiva, severa, solitaria”(p. 54). Durante la sua escussione Galata conservò un contegno distaccato e indifferente e mantenne una grande padronanza di sé, mostrandosi sempre a proprio agio e spigliata, ma al contempo controllata e ferma, tanto da apparire un teste d’accusa più che un’indiziata (p. 63); non palesò mai un segno di ribellione o di spavento. Non respinse le incriminazioni che le vennero notificate, anzi ne riconobbe la fondatezza (p. 70). Le sue risposte lasciarono però tutti molto sconcertati, alludendo, seppure in modo celato, ad una sua colpa passata: non confessò infatti esplicitamente di aver operato un maleficio; disse solamente di aver provocato una morte, che tuttavia non aveva desiderata. Parole dalle quali s’intuisce subito, senza ulteriori spiegazioni, come le ragioni del suo comportamento andassero ricercate lontane nel tempo, in quella presunta colpa, il cui rimorso non le aveva mai concesso tregua ed ora la induceva ad autodistruggersi.

Dopo le prime due sedute il processo subì una battuta d’arresto perché gli Anziani di Triora (inizialmente favorevoli ad una linea di intransigenza e severità verso le streghe), non appena furono incarcerate alcune “matrone” del luogo, si lamentarono con il Doge e con i governatori di Genova per la severità con cui l’inchiesta era condotta dai due Vicari. Gravi ne furono le ripercussioni: Gerolamo del Carretto dovette recarsi a Genova per conferire sugli atti dell’istruttoria con l’Inquisitore capo, Uberto Incoronato, e per le tredici streghe, rimaste ingiudicate a Triora (fra le quali c’era Galata), fu deciso il trasferimento nel carcere genovese. Particolarmente efficace è il modo in cui l’Alzona descrive l’arrivo del brigantino, a bordo del quale viaggiavano le tredici donne, nel porto del capoluogo ligure: siamo verso le “prime ore del crepuscolo” di una tranquilla sera di primavera inoltrata (è la sera del l8 giugno 1588) e netto è il contrasto fra questa idilliaca pace dell’ambiente esterno con il carico di dolore che la nave sta trasportando alla volta di Genova. Appena sbarcate le detenute vennero trasferite su un carro e condotte al carcere. Fu una scena molto umiliante, quella del loro passaggio attraverso le vie cittadine; umiliante al punto che la narratrice, per non indulgere a sentimentalismi, non la descrive nemmeno, affidandola alla fantasia del lettore.

Cercando di passare inosservato fra la gente, il Vicario che, trovandosi già a Genova, si era recato al porto per incontrare Galata, riuscì comunque a seguire il carro fino al suo arrivo “in prossimità del Palazzetto” e a vedere così Galata, che voltatasi gli sorrise. Un momento chiave nello svolgimento del romanzo si rivela il colloquio fra il gesuita e la donna nella buia cella del carcere genovese, nel quale la narratrice mette a fuoco l’intera vicenda del suo personaggio, riallacciandosi a fatti precedenti e chiarendo le ragioni del mistero che fino a quel momento l’aveva ravvolta. Proprio durante quel drammatico colloquio egli ha infatti un’ulteriore prova dell’innocenza della donna e la certezza che deliberatamente cercasse la morte. Il Vicario in verità anche prima si era prodigato in vari modi per scuoterla dal suo torpore, ma inutili si erano rivelati tutti i suoi tentativi, che non avevano avuto altro risultato che quello di comprometterlo di fronte ai suoi superiori.

Il racconto del protagonista è vivacizzato dall’Alzona con l’espediente di un manoscritto, che Galata consegna al Vicario, allorché si separarono, nel quale è narrata la sua storia. Proprio nel passato della donna infatti risiedono le vere ragioni del suo dramma irrisolto, iniziato con il suo infelice amore giovanile per Tommaso, il figlio della sua nutrice, che sfociò nella tragica morte del ragazzo, dapprima incoraggiato e poi respinto. Quelle vaghe ammissioni da lei fatte durante il processo avevano dunque un loro fondamento di verità…. A lettura ultimata l’Inquisitore comprende appieno il dramma segreto della donna e si rende conto che il suo destino è ormai segnato, così come del resto, per una strana coincidenza, è segnato anche il suo. Anch’egli infatti è ormai compromesso di fronte ai superiori e verrà pertanto consegnato agli inquisitori di Roma, dove certamente troverà la morte; così come a Genova la troverà Galata.

Due destini simili, dunque, quello del Vicario e quello di Galata, entrambi protagonisti di due amori infelici per l’impossibilità del loro realizzarsi, data nel primo caso dall’ordinazione sacerdotale dell’Inquisitore e nel secondo dall’insormontabile differenza sociale tra i due innamorati. Due destini che si incrociano per dare luogo ad un’analoga tragica fine, ma anche due forme di espiazione: il Vicario espiando la colpa, di essersi innamorato di Galata e di aver tradito con ciò il suo mandato e Galata espiando quella di aver trascinato Tommaso in un amore impossibile che lo portò alla morte.

Mi sembra sia questo il significato più profondo del romanzo, in cui l’Alzona dimostra una grande acutezza di penetrazione psicologica ed un’estrema perizia di analisi, oltre ad un’alta bravura stilistica. Il libro è infatti condotto con sobrietà e con rigore formale e in maniera sempre molto avvincente, così da potersi considerare tra le prove maggiori della nostra scrittrice, se non la maggiore in senso assoluto.

Orfana di mia figlia

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 28 Novembre 2009

Che cosa succede quando un’esistenza apparentemente tranquilla e felice si spezza in due? C’è un prima e c’è un poi. “Prima”, è il tempo di Federica, il tempo vissuto con Federica, in modo forse lieve e inconsapevole. Dopo, è invece il tempo senza Federica. Il tempo senza tempo, da cui bisogna comunque tirare fuori ragioni nuove per vivere. Federica è la figlia adorata, unica. Che un giorno viene strappata via all’affetto dei suoi cari. Una storia triste? Una storia soprattutto vera. E’ la storia di Morena Fanti, raccontata in Orfana di mia figlia (Il Pozzo di Giacobbe, 2007). Su Flannery è in corso una conversazione a cui siete tutti invitati.

La mangiatrice di sogni

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 24 Novembre 2009

Su Flannery, il forum letterario dedicato alle donne che scrivono, si parla di Minnie Alzona. Una scrittrice di grande talento, venuta a mancare il mese di novembre di un anno fa, dopo una lunga e affascinante vita tutta dedicata alla scrittura. Nata a Genova, Minnie Alzona ha svolto una intensa attivita’ letteraria e di impegno nel campo della critica e delle organizzazioni culturali. Autrice di diversi libri, alcuni dei quali tradotti in Spagna, Francia, Turchia e Croazia; molte pagine di suoi romanzi sono incluse in antologie di narrativa e di fantascienza. Per tutta la sua opera di scrittrice ha ottenuto il premio della critica “Renato Serra”; nel 1985 ha vinto il premio “Citta’ di Genova”, mentre il Ministero della cultura francese le ha conferito la croce di “Chavailier des arts et des lettres”. Questo il link diretto per partecipare al post, siete tutti invitati!

Volpe bellissima. Liriche per Alda Merini

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 14 Novembre 2009

Volpe bellissima (copertina)

Curata dalla scrittrice Lorella De Bon per conto del portale culturale «L(’)abile traccia», Volpe bellissima è un’antologia elettronica che, destinata a diventare presto cartacea, raccoglie i versi di quattordici autori: Liliana Arrigo, Alberto Barina, Andrea Cambi, Margot Croce, Lorella De Bon, Maria Stella Filippini, Vittorio Fioravanti, Silvana Fiori, Fabio Franzin, Sara Grosoli, Ardea Montebelli, Alessandro Monticelli, Francesco Scaffei, Sara Scialdoni.

Sulla scorta d’immagini o riflessioni a volte sorprendenti, rette da un’ispirazione schietta e lirica che osserva con eleganza vuoi la natura vuoi la vita quotidiana, i trentadue componimenti del volume – espressamente dedicati alla geniale Alda Merini, di recente scomparsa – affrontano a viso aperto i temi più cari a questa grande poetessa milanese: l’amore, l’eros, la follia, la morte, Dio, il sentimento religioso. E tutto ciò sia per dare maggior risalto ad un’artista d’inoppugnabile valore, forse mai assurta al grado di notorietà che le sarebbe spettato di diritto – e che ambienti letterari poco attenti le hanno negato ingiustamente -, sia per inneggiare alla figura della donna in genere, che da sempre relegata nel corso della storia a ruoli marginali, è colpevolmente sottovalutata perfino in seno alla società odierna, che pecca ancora d’eccessivo maschilismo.

Volpe bellissima si puo’ scaricare gratuitamente dalla seconda tabella bianca dall’alto della pagina web http://www.labileabile-traccia.com/rivista_000000.htm

Il Cristo di Alda Merini

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 5 Novembre 2009

jesus

Io che sono vicina alla morte,
io che sono lontana dalla morte,
io che ho trovato un solco di fiori
che ho chiamato vita
perchè mi ha sorpreso,
enormemente sorpreso
che da una riva all’altra
di disperazione e passione
ci fosse un uomo chiamato Gesù.
Io che l’ho seguito senza mai parlare
e sono diventata una discepola
dell’attesa del pianto,
io ti posso parlare di lui.
Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
e ti dirò, anche se tu non credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.
E questa è la fede, e questo è lui,
che ti cerca per ogni dove
anche quando tu ti nascondi
per non farti vedere

ALDA MERINI
(Mistica d’amore)

Sigrid Undset, conquistata da una pittoresca rovina

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 5 Novembre 2009

undsetCade quest’anno l’anniversario della morte dell’autrice scandinava Sigrid Undset, premio Nobel per la letteratura nel 1928, che mori’ per l’appunto sessant’anni fa, nel 1949.

“È venuto a cercarmi nel deserto”: così Sigrid Undset descrive il suo incontro con Cristo. È il momento determinante della sua conversione al cattolicesimo, poco più che quarantenne, culminata nel 1924 durante un viaggio a Montecassino, dopo inquietanti esperienze giovanili e un lungo percorso di maturazione religiosa.

Sul forum letterario di Flannery e’ appena stato pubblicato un ricordo di questa grande scrittrice che e’ anche un invito alla lettura dei suoi testi cosi’ intensi. Potete partecipare con vostri spunti e riflessioni cliccando su questo link

Invito alla lettura: Marina Pizzi

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 31 Ottobre 2009

Sul forum letterario Flannery dedicato alle donne che scrivono e’ appena stato pubblicato un invito alla lettura della poesia di Marina Pizzi. I versi inediti della poetessa romana, una delle voci piu’ interessanti del nostro tempo, autrice di testi visionari e potenti che registrano come il negativo di una pellicola fotografica la vita implosa del mondo, potete seguirli su questo link:

http://flannery.blog.kataweb.it/2009/10/28/marina-pizzi-linvadenza-del-relitto/

Julia Kristeva folgorata sulla via di Teresa d’Avila

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 14 Ottobre 2009

kristevacopChe cosa hanno in comune una semiologa di formazione atea e il Dottore della Chiesa che ha scalato le vette della mistica cristiana?

Julia Kristeva e Teresa d’Avila: un incontro fatale sulle sponde della riflessione interiore e sull’orlo appena sfiorato dell’estasi.

Atea convinta, figlia dei Lumi, semiologa, psicanalista, intellettuale, romanziera, bulgaro-francese-europea. Julia Kristeva incontra il mistero di Teresa d’Avila, Teresa la grande, e se ne innamora. Ne esce un libro edito da Donzelli, Teresa mon amour.

Sul forum letterario Flannery dedicato alle donne che scrivono è appena iniziata una conversazione su questo tema, affascinante e controverso. Partecipate tutti su questo link:

http://flannery.blog.kataweb.it/2009/10/14/julia-kristeva-folgorata-sulla-via-di-teresa-davila/

Master di scrittura creativa Inchiostro

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Ottobre 2009

MASTER DI SCRITTURA CREATIVA ORGANIZZATO DA INCHIOSTRO A PANTELLERIA

La rivista letteraria Inchiostro organizza, per la ventottesima volta, un Master di scrittura creativa con la formula della vacanza-studio, articolato complessivamente in 38 ore di lezione + colloqui individuali con i docenti.

Il titolo del Master è «La cassetta degli attrezzi dello scrittore» e l’appuntamento è dal 17 al 25 ottobre nell’incantevole isola di Pantelleria (Trapani).

Obiettivo del Master sarà l’acquisizione dell’equipaggiamento (o, per l’appunto, della “cassetta degli attrezzi”) che faccia emergere le abilità di ciascun partecipante come autore o, quantomeno, come eccellente artefice di composizioni letterarie. Anche il più valido dei laboratori non può infatti “creare” scrittori, ma può e deve comunicare e indicare le metodologie e gli strumenti atti a trasformare ogni partecipante in un buon narratore.

Il laboratorio «La cassetta degli attrezzi dello scrittore» prevede una fondamentale parte di natura teorica, ma riserverà notevole spazio alle esercitazioni pratiche, in modo che il partecipante possa acquisire metodologie e trucchi del mestiere e verificare subito la validità delle nozioni apprese.

Al termine del Master verrà rilasciato un ATTESTATO DI FREQUENZA.

Informazioni, costi e iscrizioni: www.rivistainchiostro.it, oppure contattando la redazione di Inchiostro, tel. 045/8301594 (10.00-14.00/16.00-19.00), tel. 338-6158645, e-mail: redazione@rivistainchiostro.it

Maria nella letteratura italiana

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Ottobre 2009

È in libreria il volume Maria nella letteratura d’Italia (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 368, euro 28), di cui riportiamo uno stralcio dell’introduzione a cura di Neria De Giovanni.

IRZLqXWqRZzw-mMaria Vergine, figura centrale nella devozione popolare, protagonista privilegiata della creatività artistica, soprattutto pittorica, occupa senza dubbio un posto rilevante anche nelle nostre lettere, nello sviluppo letterario del secondo millennio, dal volgare del Duecento fino al Duemila.

Grande è il fascino della Madre di Dio esercitato sui laici. Laica è soprattutto la produzione letteraria di questa raccolta con l’aggiunta, soltanto, di alcune pagine di scrittori religiosi e, a volte, santi come san Francesco o san Luigi Orione o sant’Alfonso Maria de’ Liguori oppure elevati al soglio papale come Giovanni Battista Montini.

In questa raccolta dedicata alla Vergine non poteva mancare la pagina di prosa limpida e toccante in cui Lucia Mondella de I promessi sposi manzoniani, colta da disperazione nel castello dell’Innominato, fa il voto di castità alla Madonna.

Si dice che Alessandro Manzoni dopo la conversione al cattolicesimo, nel progetto degli Inni sacri avesse in programma di inserire anche un’Annunciazione. Ci resta comunque l’inno Il nome di Maria che mette in risalto soprattutto l’accettazione da parte della Vergine del grande compito di diventare Madre di Dio.

Sempre a Le feste della Vergine si è ispirato il cavaliere gerosolimitano Angelo Maria Ricci che negli anni venti diede alle stampe versi sfarzosi su Maria.

Cesare Cantù scrive sulla Madonna risentendo certamente dell’influenza di Manzoni, così come Giuseppe Bonghi.

Abbiamo voluto antologizzare la devozione a Maria del secondo Ottocento nei sonetti di Giovanni Camerana, “insospettabile” portavoce dei poeti scapigliati che fecero conoscere in Italia anche l’opera di Charles Baudelaire, dei poètes maudits francesi e del visionario americano Edgar Allan Poe.

Al cosiddetto “secondo romanticismo” appartengono le liriche di Giovanni Prati e fors’anche quelle di Giacomo Zanella che chiudono il secolo così come la nostra raccolta sull’Ottocento.

Una breve prosa di Antonio Fogazzaro, scrittore cattolico tormentato tra tradizione e modernismo, ci conduce già agli albori del Novecento, in una delicatissima area di passaggio che i manualisti definiscono età del decadentismo.

Il Novecento è decisamente il secolo più ricco di scritti mariani. Era nostra intenzione presentare un gran numero di autori contemporanei perché, inoltrandoci nel nuovo millennio, ci pareva molto interessante accostarvicisi con una più alta percentuale di testimonianze letterarie rispetto ai secoli precedenti. Non abbiamo di certo forzato la mano alla verità: il secondo millennio si chiude e il terzo millennio si apre con rinnovata e robusta attenzione dedicata a questo straordinario personaggio femminile.

Poiché il nostro tempo è ricco di colpi di scena, di cambiamenti ideologici – spesso purtroppo cruenti – anche la letteratura ed il mondo delle idee risultano quanto mai variegati e multiformi. Pertanto nello stesso secolo, il Novecento, e nei primi anni del Duemila, trovano accostamento testi molto diversi che rispondono a spaccati culturali i cui mutamenti sono avvenuti ed avvengono sempre più celermente. Risultano accostati testi di autori che pur appartenendo al Novecento sono distanti tra loro a volte più che se appartenessero ad epoche diverse. Così, per correttezza anagrafica, sono collocati nel medesimo secolo voci di cattolici-ultras, “cattolici belve” come Domenico Giuliotti e Giovanni Papini insieme ai cattolici intellettualmente più misurati come Diego Valeri, Angelo Silvio Novaro e Mario Luzi insieme ancora ai laici Ada Negri, Pier Paolo Pasolini, Laura Bosio, Elio Fiore per fare soltanto qualche nome ed accostamento…

Se nel corso di cento anni è normale riscontrare un’evoluzione culturale, è vero che il nostro Novecento ha subito un’accelerazione temporale tale da produrre rapidi cambiamenti, a volte veramente radicali. Anche nell’approccio a Maria, scorrendo il secolo che ci ha preparato al nuovo millennio, abbiamo la possibilità di percorrere itinerari letterari grandemente variegati.

Ancora all’area decadente può ascriversi la sensibilità di Giovanni Pascoli. Alla fervida “stagione delle riviste” del primo ventennio del secolo appartiene invece l’intensa spiritualità del “vociano” Clemente Rebora.

Giovanni Testori con Interrogatorio a Maria riscopre nel secondo Novecento la stessa forza drammatica e drammaturgica che fu già delle laudi. E così come quelle antiche canzoni alla Madonna spesso si presentavano nella parlata popolare locale, nel nostro secolo anche Biagio Marin si cimenta in paleo-veneto, come tutta la sua produzione poetica, con Le litanie alla Madonna.

Toscanissimi invece Federigo Tozzi, molto noto come narratore, qui presente con una poesia alla Vergine di grande intensità umana e Piero Bargellini, che a Maria ha dedicato una serie di racconti sulle varie tappe della Sua vita terrena.

Tra i pochi religiosi presenti nella nostra raccolta letteraria, nel Novecento spicca la poesia appassionata di padre David Maria Turoldo e la prosa limpida di don Giuseppe De Luca, “il segretario della Madonna” come lui stesso amò definirsi. Non poteva però mancare Giovan Battista Montini, eletto Papa col nome di Paolo VI, per una specifica raccolta di Preghiere a Maria e gli splendidi testi di san Luigi Orione.

Il romanzo riscopre la storia di Gesù, e quindi la figura di Maria, con volumi che sono stati anche dei best sellers di lettura. Tra questi, La gloria di Giuseppe Berto, un autore “culto” negli anni della contestazione giovanile e E volete andarvene anche voi? di Luigi Santucci che occupa un posto del tutto particolare per sensibilità spirituale ed evocazione di linguaggio.

Primo Mazzolari, Renzo Pezzani, autori cari a molti anche per l’inserimento delle loro opere nella manualistica scolastica, accanto ai più “intellettuali” Guido Manacorda, Giovanni Cristini e Marco Beck cantano nei loro versi Maria riconoscibile nella Sua vicenda terrena e storica ma insieme ritratta in una consuetudine quotidiana attraverso cui si attualizza la motivazione stessa della poesia: Pierfrancesco Bruni, poeta calabro-pugliese perfettamente mediterraneo, nel poemetto inedito dialoga con Maria, Donna su tutte le donne.

La nostra antologia è dedicata alla letteratura degli italiani. Per questo ci è sembrato di non poter trascurare alcuni autori che si sono espressi nel dialetto materno o in una lingua come quella sarda di matrice neolatina identica a quella della lingua italiana. Trovano quindi collocazione i testi in napoletano di Ferdinando Russo e Michele Goldieri, in romanesco di Trilussa, in paleo-veneto di Biagio Marin, in sardo di Preti Andria e Benvenuto Lobina, in pugliese di Albino Pierro, in siciliano Pietro Fullone.

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Teresina è uscita dal gruppo

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Ottobre 2009

therese13di SIMONA LO IACONO

Ci sono vite che si chiudono in un guscio di noce. Che a guardarle dentro fai fatica ad afferrarle. Masticandone il gheriglio puoi sentirne il gusto mieloso, che trapunge la lingua d’un aroma dolce.

Sono piccole vite. Non le coglieresti neanche se il vento non ti rimandasse il suono dei rami in cui si annidano, se l’alba non le illuminasse assecondandone l’ombra. Le dimenticheresti se la natura non se ne facesse carico. Hanno piccole storie. E tuttavia talvolta accade.

La noce si schiude. Lascia affiorare la polpa. Semina silenziosamente altri semi. Non si arresta, ma s’impianta ritta a sfida del tempo.

Frutti così non sono solo delle piante. A volte è la tramatura dell’esistenza a darceli, a farli rotolare tra noi maturi, già sazi. Già pronti a riprodursi. Quando accade, quando piccole vite sostano tra le nostre, ecco, è perché hanno un tempo breve ma molto coraggio.

E’ perché la benevolenza di quella piccolezza si inerpichi sulla nostra umanità restituendocela umile ma forte.

E’ così che Teresa Di Lisieux affiora dalle pagine di Maria Di Lorenzo. E’ così che viene dipinta ed evocata: una vita che potrebbe essere contenuta da un guscio di noce. Nel suo “Teresina è uscita dal gruppo”, infatti, la santa viene raccontata attraverso la sua piccola esistenza. Un’infanzia subito assediata dal dolore per la perdita della madre. Una crescita che si snoda tra malattie gravi e tepore casalingo, sulle ginocchia di un padre irrobustito da una potente vocazione e quattro sorelle che voleranno presto tra le grate della clausura. Giochi semplici e un grande sospiro: il cielo, amarlo in tutto, essere tutto, volere tutto.

Teresina capisce presto che la strada per le altitudini è quella che si nasconde. Quella che canta in segreto. Quella che nel minuscolo regno della farfalla o di uno stelo d’erba coglie la potenza e l’immensità del cuore di Dio.

Si decide risolutamente a uscire dal gruppo. Apparterrà a quel cuore. Lo sovrapporrà al suo. Sarà – essa stessa – il cuore di Dio.

Nello slancio che la anima c’è tutta l’irruenza della santità, tutto il non detto dei desideri più amati. Non è uno slancio incomprensibile. E non è neanche lontano da noi, da noi che cerchiamo l’origine dei sogni in posti talvolta sbagliati, o che crediamo di trovarli per poi restarne delusi.

Maria Di Lorenzo ne è consapevole e alla narrazione della vita della santa alterna lettere di uomini, donne, adolescenti. Tutti in ricerca di una felicità vagheggiata e mai afferrata, di una pienezza il cui ricordo si perde nell’incavo dell’anima, di una domanda, di una risposta. Di un “senso”.

Teresina non ha avuto bisogno di una vita molto lunga per trovarlo. Né di oggetti o abiti, di un lavoro o di una famiglia. Non ha avuto niente di ciò che noi chiamiamo felicità e che – come la felicità – ci manca. Eppure è svolata tra le altitudini che contemplava senza paura. Ha affondato il viso nella galassia che la sovrastava senza neanche alzare lo sguardo.

Ha guardato in basso, Teresina, quando è uscita dal gruppo.

Copyright © Simona Lo Iacono

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La recensione di Simona Lo Iacono è pubblicata dal periodico “La voce dell’isola” (21 Giugno 2008).

The Lord of Souls

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 29 Settembre 2009

di ELIO FIORE


Tu verrai e libererai nella luce

queste finestre sbarrate di luce,

ed io, polvere, ritornerò nella luce.

Ti chiamerò: – Chi come Dio?

san michele

E mi farai vedere un fiume

delle mie canzoni perdute.

Ora, mi dirai, non devi temere più:

Israele è il tuo cuore,

tutte le creature sono risorte.

Aprono le braccia colme di luce.

.

[dalla raccolta: In Purissimo Azzurro, Garzanti, Milano 1986]

La strana giornata di Alexandre Dumas

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 27 Settembre 2009

copertinadumas2E’ appena iniziata sul forum letterario Flannery una conversazione su un romanzo molto interessante, uscito nei mesi scorsi, che a nostro avviso merita tutta la vostra attenzione: il personaggio femminile che ci viene incontro sulle pagine di questo libro e’ tra i più misteriosi e affascinanti che ci sia mai capitato d’incontrare. Ne sarete presto convinti anche voi. L’autrice e’ Rita Charbonnier e la storia che ci presenta, scritta in modo veramente superbo, e’ La strana giornata di Alexandre Dumas, un poderoso romanzo storico edito da Piemme.

Non vi tragga in inganno il titolo, perchè il personaggio principale del libro non e’ il grande romanziere francese, la vera protagonista e’ infatti Maria Stella Chiappini, una donna realmente esistita tra la seconda meta’ del ‘700 e la prima metà dell’800 che lotto’ tutta la sua vita, inutilmente ma con grande coraggio e determinazione, per veder riconosciuti i propri nobili natali, sullo sfondo di uno scandalo che avrebbe potuto travolgere la corona di Francia. Una ricerca infinita che Maria Stella, ormai anziana, racconta nella sua casa di Parigi a un interlocutore speciale: lo scrittore trentenne Alexandre Dumas.

Il romanzo della Charbonnier si avvita attorno ai temi del destino e dell’identita’. Temi universali, a ben vedere, simili sotto ogni latitudine. Ci sono interrogativi sottesi e tuttavia molto pressanti nella storia raccontata: di chi siamo veramente figli, di chi ci genera o di chi ci alleva?

La conversazione su Flannery e’ appena cominciata, e siete tutti invitati!

Questo e’ il link diretto: http://flannery.blog.kataweb.it/2009/09/26/la-strana-giornata-di-alexandre-dumas/

Pimpa e la gloria delle piccole cose

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 25 Settembre 2009

IL MONDO VISTO DALLA CAGNOLINA A PALLINI ROSSI

Pimpa e la gloria delle piccole cose

pimpa
di Elena Buia Rutt

Pimpa è una cagnolina a pallini rossi, apparsa per la prima volta nel 1975 sulle pagine del “Corriere dei piccoli”. Da allora in poi, la cagnetta cicciottella, con lingua e orecchie a penzoloni, non smette di strappare il sorriso a generazioni di piccoli lettori.

Il personaggio, creato dalla matita di Altan, è divenuto via via sempre più popolare al punto da esordire in televisione e in teatro, vincere premi internazionali, essere tradotto in diverse lingue straniere, senza contare i prodotti incentrati sulla Pimpa che nelle librerie si vanno moltiplicando. È inoltre prevista, proprio in questi giorni, l’uscita di Piccole storie, quattro narrazioni riadattate in formato più grande e in cartone leggero (Modena, Franco Cosimo Panini Editore, 2009, pagine 22, euro 4,50).

Le avventure di Pimpa, che vive in campagna con Armando, un signore mite, con due baffoni e sempre in cravatta, prendono tutte inizio dalla curiosità della loro protagonista. Più precisamente, a mettere in moto l’azione sono un costante interesse e stupore verso il mondo circostante. Pimpa vuole sapere dove e cosa ci sia al centro della terra, si chiede il motivo delle stelle cadenti, non capisce perché il sole divenga rosso al tramonto. Si tratta di una domanda messa in moto da un sussulto, da un’intuizione “francescana” di bellezza, da quel senso di meraviglia per il creato che Aristotele, nel primo libro della Metafisica, stabilisce essere una condizione essenziale per il cammino verso la saggezza. Una domanda che sprigiona energie creative in modo immediato, naturale, spontaneo:  la Pimpa va a vedere, indaga, si mette in gioco; non si chiude a rimuginare, ma esperisce in libertà.

La realtà, nelle avventure del personaggio di Altan, diviene il trampolino di lancio che permette di fare il grande salto nell’immaginazione. E da qui il mondo di Pimpa inizia a popolarsi di animali, piante e oggetti che parlano, giocano, ridono e soffrono con lei. “Io vivo nella possibilità”, incalza il primo verso di una poesia di Emily Dickinson:  e l’apertura al possibile, l’esposizione a quelle che Jack Kerouac definisce “le cose potenti di questo mondo” caratterizzano il fresco slancio vitale di queste storie.

Le esperienze fantastiche di Pimpa non sono affatto pura evasione, ma vere e proprie “visioni” della realtà; sono esperienze conoscitive complesse che seguono una logica diversa da quella ordinaria. Le esperienze del reale della cagnolina a pois sono talmente originali ed efficaci, da rendere possibile lo svelamento di diversi livelli di realtà in un’immagine o in una situazione. Si tratta di una prospettiva ampliata capace, secondo un verso di William Blake, di “vedere un mondo in un granello di sabbia”.

E questo mondo è semplice, generoso, solidale, creativo. In una notte di pioggia, Pimpa accompagna Luisa, la lampada del suo comodino, a portare latte caldo e cappotto allo zio lampione, affinché si protegga dal freddo. Offre succo di ciliegia all’albero sradicato dal vento, regala uno scatolone con un bacio dentro a Gianni, il suo amico cane. Alla Pimpa piace dare:  è sempre affaccendata nell’incartare o a preparare merende per Armando e i suoi amici. La cagnolina si muove a suo agio nel mondo, in armonia con esso:  il suo comportamento esprime una radicale fiducia verso un presente con cui è in comunione fraterna. La semplicità dei gesti che non è affatto assenza di profondità, ma esprime “la gioia di quell’ampia elementare simpatia” che Walt Whitman celebra in Foglie d’erba.

Le storie di Pimpa sono coloratissime:  il rosso squilla affiancato al rosa intenso, mentre il turchese, il giallo limone, il verde smeraldo rendono riconoscibili queste strisce di fumetti ad una prima occhiata. I colori esuberanti sono il segno della ricchezza che abita il mondo, la traccia di quella “bellezza variopinta” del creato, in nome della quale un grande poeta come Gerard Malnley Hopkins rende gloria a Dio nei suoi versi. La cagnolina si muove in un universo quotidiano che si anima rispondendo alla sua chiamata. “La smettete di piovere?”, chiede la Pimpa annoiata alle nuvole. “Subito. Questa è l’ultima goccia”, rispondono loro. Se la percezione libera di Pimpa attiva una relazione con gli oggetti, il suo desiderio di relazione li “fa parlare”, facendoli uscire dalla loro fissità neutra. Il suo è uno sguardo che apre spazi e vivifica:  uno sguardo che senza esitazione potrebbe definirsi contemplativo, teso com’è a intuire la gloria nelle piccole cose.

Tutte le avventure di Pimpa si concludono con un breve dialogo con Armando, una sorta di resoconto finale della storia, una specie di “ritorno alla realtà”; ma qualcosa è cambiato rispetto alla situazione di partenza. Come quando Pimpa, per capire a cosa servono le scarpe chiodate, va con Coniglietto a fare una corsa e dai buchi provocati nell’asfalto escono fiori. Armando, una volta tornato a casa, dice di aver fatto tardi perché l’autostrada era inspiegabilmente fiorita e anziché schiacciare i fiori ha guidato a zig zag con prudenza. Armando non normalizza il mondo fantastico di Pimpa, né tantomeno lo sconfessa o lo deride. Dimostra la sensibilità di accoglierlo come possibilità-altra, opportunità, buona notizia. Armando risponde con un atto di fede, con una volontaria sospensione dell’incredulità.

Le “visioni” di Pimpa richiedono quella fiducia di base, che ci permetta di rimettere in questione la nostra percezione comune delle cose, la nostra personale esperienza. Richiedono un affidamento, tipico dell’infanzia, rivolto a quella dimensione sorgiva della vita, in grado di cogliere, come recita un verso della poetessa inglese Elisabeth Jennings, “la danza nel cuore delle cose“.

(© L’Osservatore Romano – 25 settembre 2009)

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Finito e infinito in Emily Dickinson

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 25 Settembre 2009

Sul blog letterario Flannery si parla della grande poetessa americana Emily Dickinson. Una poetessa conosciuta e amatissima in tutto il mondo, attraverso le epoche e le generazioni.

Scelse di autorecludersi in casa e di vestire sempre di bianco, quasi vestale del Mistero. Che cosa significava la sua scelta? E perchè lo fece? Secondo voi che ruolo ha avuto nella letteratura non solo americana che è venuta dopo? Vi affascina il suo duplice percorso spirituale e poetico?

La conversazione su Flannery è aperta a tutti, e tutti siete invitati:

http://flannery.blog.kataweb.it/2009/09/09/finito-e-infinito-in-emily-dickinson/

Giuni Russo, l’estasi in una voce

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 25 Settembre 2009

A cinque anni dalla scomparsa, un libro e un dvd ripercorrono la vita e la svolta spirituale della cantante

giuni
DI ANDREA PEDRINELLI

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2004 moriva la cantante Giuni Russo, icona pop di Un’estate al mare nell’82 e poi pudica protagonista di un percorso di fede. Che proprio su Avvenire grazie ad una commovente intervista rilasciata a Gigio Rancilio, venne resa pubblica: e che avvicinò Giuni Russo – anche nella musica – a Santa Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Ebbene, cinque anni dopo può esserci ancora interesse davanti ad una figura tanto anomala, per certi versi scomoda?

Una bella risposta la dà la gente: che ha costretto il Festivaletteratura di Mantova a cambiare sede alla presentazione del cofanetto Giuni Russo da un’estate al mare al Carmelo, libro con cd e dvd che esce oggi per Bompiani. E che avrebbe dovuto essere presentato dall’autrice Bianca Pitzorno e da Franco Battiato, regista del dvd sull’artista, domenica prossima al Teatro Bibiena. Già invece esaurito: tanto che la presentazione avverrà invece, sempre nell’esatto anniversario della scomparsa di Giuni Russo, al più capiente Teatro Sociale (ore 11.30).

I valori di una vita si intersecano con biografia ed aneddotica, nella multiforme testimonianza che l’opera editoriale regala di una Giuni Russo in continua ricerca: di sé e di orizzonti, espressivi ed interiori. Il cd raccoglie i passaggi più decisivi della sua arte, nel recupero di provini originali di canzoni importanti: cui aggiunge un inedito, La sua voce. Del dvd, firmato come detto da Battiato, si parla accanto. E nel libro la scrittrice Bianca Pitzorno ripercorre la vicenda della cantante: la madre persa subito e lezioni di canto (anche già famosa) per migliorarsi; rifiuti e successi; la malattia e la fede. Il tutto detto con accenni dialettali della Sicilia di Giuni e tono colloquiale: perché nasce da un’amicizia, questo progetto che ricorda l’artista cinque anni dopo.

«Sono stata amica di famiglia di Giuni – racconta la signora Pitzorno -. Un giorno, già si sapeva che era incurabile, mi disse: ‘Si dovesse mai scrivere di me vorrei lo facessi tu’. E mi raccontò episodi dell’infanzia. Altri li sapevo, molti li ho scoperti dopo grazie a Maria Antonietta Sisini, che con l’Associazione Giuni Russo Arte mi ha incaricato del libro. Per il quale è stato naturale puntare sull’oralità. Riferirvi i nostri dialoghi. Con però l’intento preciso di narrare il privato di Giuni solo quando ha a che fare col pubblico. Con la vocazione di essere artista».

Dall’insieme esce la natura «guerriera», come la definisce la Pitzorno, di un’artista irriducibile nell’esigenza di libertà. «È questo, credo, che Giuni vorrebbe si ricordasse di lei. Andava fiera di essere stata una delle poche a rimanere libera di fronte all’industria del disco». Di cui peraltro il libro non risparmia né dettagli pirandelliani (come il primo contratto capestro dell’artista) né coraggiosi nomi e cognomi di discografici inetti, o peggio. Però, in alcuni passaggi discutibili delle scelte dell’artista, non si avverte la necessaria distanza critica dell’autrice-amica.

Che ribatte: «Ero dalla sua parte. Anch’io da scrittrice conosco quanto può pressare l’industria. Volevo sottolineare il più possibile che chi ha valore dovrebbe sempre potersi esprimere, anche se è bizzarro od orgoglioso». In compenso, nel delicato capitolo della fede di Giuni, il volume, pur restando approfondito, non cede alla retorica. «Lei era così. Aveva iniziato il cammino di conversione negli anni Novanta ma non ne parlava molto. Non voleva fare l’esempio, né dare spettacolo. Era una cosa sua: che è entrata nella sua arte e alla fine le ha consentito di affrontare la morte con una serenità diversa».

Chissà, forse è stato proprio questo a restare nel cuore della gente, pronta ad affollarsi per ricordare un’artista che comunque, garantisce la Pitzorno a parole e nel libro, non aveva affatto perso il successo scegliendo la libertà. Ne aveva scelto un altro: «Di nicchia, raffinato, faccia lei: c’era». Un’artista che – per dirla con il giornalista Gianfranco Capitta, scelto sul finale a sintetizzare il senso «di una vocazione e di una esperienza umana come quelle di Giuni» – «Cercando per sé l’assoluto» è riuscita a «squarciare a chi l’ascolta» prospettive ultraterrene.

Già. E se magari non vi fosse mai capitato di ascoltare quanta profondità risuona nell’arte di Giuni Russo, provate a cercare il brano La sua figura, ispirato da parole di Giovanni della Croce. Noi l’abbiamo rivisto nel docufilm di Battiato: riprese amatoriali e stonati studi tv, per una Giuni Russo – malata – che canta. Queste parole: «Come un bambino stanco ora voglio riposare, e lascio la mia vita a te». Scuoteva su disco, scuote su video; scuoteva nel ’97, scuote oggi. E per forza che chi l’ha conosciuta renda retorica la nostra domanda se possa interessare ancora Giuni Russo. Con la sua capacità di dare senso, nell’arte e senza gridare, ad un’ansia di tutti. Trovare una risposta: e non avere più paura.

Copyright (c) Avvenire 10 settembre 2009

“Lenzuoli sulla spiaggia” di Maria Gisella Catuogno

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 25 Settembre 2009

Una poesia civile di Maria Gisella Catuogno

da leggere su Flannery:

http://flannery.blog.kataweb.it/2009/09/20/lenzuoli-sulla-spiaggia/

Un colloquio con la regista Jessica Hausner

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 8 Settembre 2009

Jessica Hausner: «Questo film mi ha messo in crisi»

di LUCA PELLEGRINI

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Jessica Hausner è viennese. La sua città è infarcita di testimonianze storiche, artistiche, sociali e di presenze che richiamano un florido cattolicesimo. Anche sereno. Ma nella conversazione avuta, il suo animo dimostra di non esserlo. Il contatto con Lourdes, con le contraddizioni di Lourdes, con la sofferenza di Lourdes, le celebrazioni, le preghiere, anche i piccoli gesti esteriori di comprensibile e umano fanatismo, sembrano averla resa più riflessiva, meno convinta. Specifica, però, di non aver voluto dirigere un film sul santuario e sulla fede cattolica, sul mistero e sulla sofferenza, ma sul miracolo: “Ho fatto molte ricerche e quello che mi ha affascinato di più di Lourdes è proprio il fatto che soltanto lì è possibile fare un’analisi approfondita del miracolo e di quella che io chiamo la sua ambivalenza, ossia un fenomeno reale che rimane totalmente inspiegabile”.

Questa fascinazione da cosa dipende?

Vedo il miracolo come una elevazione, un desiderio di felicità, la volontà di raggiungerla a ogni costo, credendo nell’impossibile. Qualche cosa che può succedere anche a chi la fede non ce l’ha. Io volevo raccontare questa tensione che genera dubbi: è al centro del mio film.

Ma Lourdes è un luogo di fede, un santuario mariano: si prega, si celebrano i sacramenti.

Mi sono informata, ho letto, partecipato a pellegrinaggi, convissuto con i malati. Il responsabile dell’ufficio medico del santuario, il dottor Theiller, parlando dei miracoli e dei miracolati, mi confessava che più i miracoli si analizzano, cercando prove, più sorgono dubbi. È stato così anche per me.

Ritiene che la totale assenza di posizione, nel film, possa essere apprezzata o rifiutata dallo spettatore credente?

Io posso rispondere soltanto per quello che è la mia sensibilità e la mia situazione. Certamente non intendo offendere né i credenti né i non credenti. Durante la preparazione del film ho avuto la possibilità di parlare con diversi sacerdoti, ho rivolto loro molte delle stesse domande che troviamo nel film. Sono rimasta stupita che molti di loro percepissero l’ambiguità del miracolo.

È stata a Lourdes molte volte: si sono modificati il suo giudizio e la sua fede nel corso di queste visite?

La prima volta sono rimasta davvero shockata: trovavo terribile che ci fossero persone così profondamente malate che avessero però anche così tanta speranza in una possibile guarigione. Era triste per me, perché forse non ci credevo. Mi sono anche resa conto che questo non sarebbe stato sufficiente per il mio film. Nei viaggi successivi mi sono aggregata all’Ordine di Malta, mi sono fatta una visione diversa, sono riuscita a “relativizzare” Lourdes e questo mi ha permesso di girare un film che in fondo voleva soltanto descrivere una felicità che può rivelarsi caduca.

Le autorità ecclesiastiche locali l’hanno aiutata nel corso delle riprese?

C’è stata una attenta fase di preparazione, di ricerca, nel corso della quale ho avuto molti incontri con le autorità ufficiali del Santuario. Volevano sapere tutto, anche perché l’ultimo film che era stato girato in quei luoghi nel 1987, Le miraculé di Jean-Pierre Mocky, era stato molto critico, mentre io non volevo assolutamente criticare. Ho cercato di spiegare che non volevo fare alcuna ironia su Lourdes, ma soltanto parlare dell’ambivalenza del miracolo.

Quando la giovane Christine si alza dal letto, compie gesti ordinari. Attorno a lei è il gelo, l’indifferenza, la diffidenza, l’invidia, la gelosia. Perché non esiste la gioia?

Questo miracolo non porta la felicità, quello che accade nel cuore di chi sta vicino a Christine è cosa cattiva. Volevo concentrami su questi aspetti umani. Inoltre, non sappiamo se questo miracolo reggerà, come spiega il medico che esamina la guarigione e come lascia presupporre il finale aperto.

Questa esperienza fatta a Lourdes prima e durante le riprese, personalmente l’ha aiutata o ha reso più difficile il suo rapporto con Dio?

Mi spiace confessarlo, ma credo mi abbia allontanata. La storia che ho voluto girare a Lourdes è stata innanzitutto un cammino personale per tentare di dare risposte ad alcune mie domande. Un senso dell’ingiustizia è gravato pesantemente sulle mie spalle: io sono sana, altri no; io vivo, e alla fine ecco la morte. Ma se mi arrendessi a questo pensiero, so che non potrei più vivere.

La fede, nel cuore e nell’animo di Jessica Hausner, fa capolino percorrendo altre strade.

(© L’Osservatore Romano – 6 settembre 2009)

Fede e spiritualità al festival del cinema

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 8 Settembre 2009

«Lourdes» e «Via della croce»:
fede e spiritualità al Festival del cinema di Venezia

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Nel segreto del cuore degli altri
di LUCA PELLEGRINI

Tutto è molto chiuso, essenziale, per Christine che arriva a Lourdes sulla sua carrozzella. Tutto, tranne il suo sguardo. Aperto, sereno. Il refettorio, la camera da letto, la stanza per le immersioni, l’ambulatorio, la cappella, anche la grotta: sono ambienti che la circondano, la sovrastano, circoscrivono il suo orizzonte, che si concentra così sulla sofferenza sua e degli altri. Tutto è chiuso e tutto è molto programmato nel pellegrinaggio assistito dalle dame e dai barellieri dell’Ordine di Malta: i pasti, le celebrazioni dei sacramenti, le preghiere, le processioni, la visita alla grotta, i piccoli svaghi. Tutto è programmato, tranne il miracolo.

Avviene in una notte, semplicemente, silenziosamente: Christine, affetta da sclerosi multipla, si alza, va in bagno per pettinare i suoi bei capelli biondi. La ritroviamo, la mattina seguente: beve il caffè afferrando la tazza con le proprie mani. Sorride, i suoi vicini la guardano. Non sorridono.

Alla sensibile e attenta regista austriaca Jessica Hausner in Lourdes - film inserito in concorso al Festival del cinema di Venezia – non interessa il rapporto tra Christine e la fede, forse la ragazza ne ha molto meno dei suoi compagni pellegrini. A lei interessa indagare il cuore umano quando è messo a confronto diretto con l’inspiegabile, il soprannaturale. Il miracolo, appunto, che suddivide in due parti questa rigorosa, austera, oggettiva riflessione, recitata da un gruppo di attori bravissimi, tra i quali spicca la protagonista Sylvie Testud.

Prima, per il gruppo affiatato di malati e accompagnatori, tutto è nella “norma”, scandito dai sacramenti, dalla ricreazione, dalle necessità del corpo, anche se piagato, e da quelle dello spirito, anche se assopito. I personaggi sono ben scolpiti: chi è plasmato dal soffrire, chi decide di servire nella carità – e poi magari non ne è troppo convinto – chi è lì per portare il conforto e la parola di Dio, chi invece per non portare niente se non se stesso e la propria solitudine. Gente comune, con tutto il bagaglio di dubbi, di deficit umani, di piccoli gesti d’amore e di invidia. Volti e corpi che non sappiamo cosa esattamente racchiudano, come nel caso di Cécile (Elina Löwensohn, doveroso citarla), la dama che guida il gruppo e che, a un certo punto, ci spreme il cuore. Ma ciò che accade a Christine avviene per svelare il segreto dei cuori degli altri e ciò che vediamo accadere non è bello. E nemmeno molto cristiano. Soltanto molto umano.

Manca la gioia di chi sta attorno a quella giovane che ora si muove e prima era immobile. Anche il miracolo sembra rientrare nella “meccanicità” dei programmi di Lourdes, la visita medica è una routine, Christine sorride, ma non è del tutto convinta di ciò che effettivamente le è successo. Sembra abbia paura, più che riconoscenza. Vuole subito cogliere ciò che le è mancato, prima che questo strano “sogno” finisca, che la “felicità” sbandierata nel canto finale sia più per gli altri, per lei ridotta a un miraggio soltanto. Si vuole riappropriare della sua carrozzella. Talvolta la prigione è più rassicurante della libertà. Il film non fa apologia, non vuole convincere chi crede o chi non, non irride mai il misterioso intervento di Dio nella storia dell’uomo, ma nemmeno lo salva dal dubbio, dall’indifferenza. Il distacco, che si avverte già in fase di sceneggiatura, parchissima, che emerge nei movimenti sempre attenti della macchina a cogliere senza commento le espressioni e le sfumature, rimanendo così distante da una eccessiva personalizzazione dei volti e approfondimento del mistero, è la forza di Lourdes, film assai più umano che cristiano, ma che del Cristo adombra, anche se non voluto, il volto, le piaghe, l’enigma.

Visibile, invece, quel volto, anzi sono ben cinque diversi, in Via della Croce, secondo lungometraggio che Serena Nono ha realizzato per le calli di Venezia. Ha messo davanti alla cinepresa gli ultimi, quelli che vivono alla Casa dell’Ospitalità di Sant’Alvise, rendendoli protagonisti della salita al Calvario del Signore, loro che di quel Signore hanno per primi attirato l’attenzione, loro che quel Calvario hanno percorso nei meandri tortuosi, oscuri, difficili delle loro vite.

La Casa, diretta da Nerio Comisso – che nel film si ritaglia la parte del Cireneo – sorge a Cannaregio ed è una comunità che accoglie persone senza tetto. Lì vivono 22 uomini, che condividono il lavoro e la gestione e la cura della struttura. Si leggono i passi salienti del Vangelo della Passione di Giovanni e di Matteo, si ascoltano le testimonianze di vita, si vedono piccoli e casalinghi tableaux vivants recitati davanti a una chiesa, a un corso d’acqua, nel campo del Santissimo Salvatore. “Mi sembrava – spiega Serena Nono - che il racconto della Passione di Cristo potesse incarnare le loro storie di fallimento, dolore, emarginazione”. Senza enfasi la regista veneziana alterna quadri e parole, silenzi e musiche (sono quelle di Bach, del nonno Schönberg e del padre, Luigi). Lo fa con uno stile personale, lei che è anche pittrice e scultrice, attenta a quell’umanità ultima che il mondo del cinema spesso dimentica e disdegna.

Alle vite degli ospiti della Casa, tramite un film, un semplice film, è stato forse ridato un senso, andato perduto negli anni. Così, questa è un’operazione di cinema che va oltre l’arte e diventa carità. La Via Crucis è riletta con i volti comuni di uomini dalle fedi e nazionalità diverse, ma il loro coinvolgimento nella storia universale della Croce li rende fratelli e sorelle, come fa il dolore sulla spianata di Massabielle. Da Lourdes a Venezia.

(© L’Osservatore Romano – 6 settembre 2009)

Lourdes, un film non buonista

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 8 Settembre 2009

Un’atea nel mistero di Lourdes

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La regista Hausner: «Racconto da laica un luogo di dolore e di salvezza per molti. Volevo capire, non provocare»

DA VENEZIA

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: Lourdes, il film passato ieri in concorso a Venezia e che l’austriaca Jessica Hausner ha girato per raccontare la storia di un miracolo è assai rispettoso dei sentimenti e delle speranze di tutti i malati che, spinti dalla fede, si recano nel luogo santo nel cuore dei Pirenei in cerca di guarigione.

D’altra parte però la trentaseienne talentuosa regista, «cresciuta con una forte educazione cattolica», ma allontanatasi poi dalla Chiesa, mostra tutta la vicenda attraverso uno sguardo «laico e disincantato» che spiega il senso del film e delle parole usate per commentarlo.

Come dicevamo, la pellicola è la storia di una giovane tetraplegica (la brava Sylvie Testud) inchiodata per la maggior parte della sua vita a una sedia a rotelle. Christine decide di recarsi a Lourdes e una mattina al suo risveglio scopre di potersi alzare e camminare. La ragazza che in quel miracolo neanche sperava, comincia a progettare la sua nuova vita, ma la felicità che deriva da questa seconda occasione si rivela fragile ed effimera, proprio perché non sorretta dalla fede.

Se il senso della malattia le sfuggiva (perché proprio io?, si chiedeva), quello della guarigione è ancora più inafferrabile. «Ho svolto lunghe e approfondite ricerche – racconta la Hausner – ho parlato con molti religiosi e sono andata diverse volte a Lourdes per realizzare i sopralluoghi e ottenere i permessi per le riprese. La mia prima volta tra i malati è stata scioccante, forse perché io in quei miracoli non ci credo veramente. Di guarigioni spontanee ce ne sono tante nel mondo. La mia idea però non era certo quella di fare dell’ironia su un luogo dove prodigiose guarigioni avvengono regolarmente, ma realizzare un film sulla caducità della felicità, l’ambiguità e l’arbitrarietà di un miracolo che spesso genera invidia nei meno fortunati e scetticismo generale».

D’altra parte nel film i religiosi e i volontari (noi vediamo quelli dell’Ordine di Malta) sottolineano come a Lourdes possano avvenire anche altri tipi di miracoli, quelli che non guariscono il corpo ma lo spirito e regalano ai malati la comprensione del senso della vita e della sofferenza. E la stessa regista, la cui ispirazione arriva da Ordet, ammette la sua difficoltà di comprendere: «Un giorno durante una benedizione di almeno 500 pellegrini un prete segnava con olio santo la fronte di tanti malati di cancro che ridevano e piangevano: io ci vedevo una manifestazione di isteria di massa, ma per loro era un momento di grande gioia.

Non so cosa penseranno i cattolici di questo film, spero però che vorranno discutere». Il film susciterà certamente dei dibattiti – dice poi Luciano Sovena, amministratore delegato della nuova Cinecittà Luce che distribuirà il film nelle sale italiane l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione – ma affronta valori importanti. La speranza è che il film piaccia sia ai laici che ai credenti».

Intanto è piaciuto al pubblico veneziano che lo ha accolto con cinque minuti di applausi e tante persone commosse.

Copyright (c) Avvenire 5 settembre 2009

Baaria, un flop annunciato?

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 8 Settembre 2009

Un lavoro importante ma riuscito solo a metà

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«Baarìa» è sogno e sfida. Un kolossal che però non decolla perché troppo affollato di rimandi storici e di personaggi


DA VENEZIA
FRANCESCO BOLZONI

Un film italiano inau­gura la Mostra vene­ziana del cinema. Un fatto raro. Giuseppe Tornato­re ha senza dubbio, la statu­ra internazionale per farlo e sono lì a dimostrarlo alcune fra le opere più interessanti dell’ultimo nostro cinema da lui realizzate. Ma ho l’im- pressione che Baarìa (sta per Bagheria, luogo natale del­l’autore, e il regista l’ha rico­struita con l’apporto prezio­so dello scenografo Maurizio Sabattini nell’Africa araba dove, secondo lui, le com­parse hanno visi più sofferti, attendibili di quelli italiani) , pur lavoro complesso e am­bizioso, non sia del tutto riu­scito. Non che gli elementi in­teressanti vi manchino, gli at­tori non siano bravi, siano as­senti sequenze di bell’effet­to. Tornatore ha le carte in re­gola ma gli sfugge l’insieme troppo affollato di rimandi storici e di personaggi.
Il tema del film non era sem­plice.

Si trattava di racconta­re settant’anni di storia pa­tria scegliendo come luogo di osservazione un borgo si­ciliano che da piccolo picco­lo si è fatto un grosso centro abitativo. Tratto d’unione tra le due realtà – una legata ai ri­cordi e l’altra collegata alla nostra esistenza – il sogno di un ragazzino (sarà il prota­gonista della storia) che, messo in castigo da una bi­sbetica maestra, si risveglia, esce dalla scuola e corre. Du­rate la corsa incrocia un altro ragazzino. Una metafora. Questo scambio di staffetta consente a Tornatore di con­frontare l’ieri (un passato di miseria) all’oggi quando tut­to pare profondamente mo­dificato. Ma è la natura del­l’uomo che non è mutata. Il bene non l’ha sempre vinta sul male. Le utopie cadono. Ma rimangono i prepotenti e la mafia sembra trionfare.

Non è probabilmente il ‘messaggio’ del film che ci fa velo. Un autore può esse­re pessimista. La questione centrale resta sempre il mo­do con cui il discorso è arti­colato, come un’epopea, che può sì accogliere anche ele­menti grotteschi o ridicoli o fortemente sentimentali co­me qui avviene, segue il suo ritmo, finisce per convincere chi la ascolta. Qui, in Baarìa, non convince il declamato alto che Tornatore ha voluto imprimere alle immagine so­vraccaricandole di figure in movimento sia in tempo in cui l’agitarsi della gente pa­reva meno frenetico di oggi che in questi anni che sem­brano a volte prossimi al caos.

Ma la memoria, specie se profondamente parteci­pata, non sempre consente il proclamato alto. Abbisogna di sospensioni, di silenzi, di punti fermi. La scrittura di Tornatore che in altre occa­sioni conobbe la pazienza del ‘rallentato’ qui si fa come impazienze, è simile allo scorrere del tempo che tutto pare trascinare con sé e tri­turare. Muoiono le utopie. Le speranze spariscono. Un so­gno di ragazzo – colpire con un sasso le tre punte di pic­chi che si alzano in cima a u­na montagna – non dà luogo alla scoperta di un tesoro an­nunciato da una leggenda popolare ma a un brulicare di serpenti. La stessa festa del santo non è un momento di religiosità popolare. E un ri­to dal sapore pagano. Resta­no, ma come corrosi, gli af­fetti, antiche solidarietà, il rapporto che lega il padre e i figli. E il resto si fa incerto, o­scuro.

Copyright (c) Avvenire 3 settembre 2009

In Purissimo Azzurro n. 3 – 2009

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 4 Settembre 2009

E’ uscito il nuovo numero della rivista culturale “In Purissimo Azzurro”, con molti interessanti articoli. Leggete il sommario

Omaggio a Turi Vasile

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 3 Settembre 2009

Il primo settembre 2009 è morto a Roma Turi Vasile. Scrittore, regista e autore teatrale, oltre che produttore cinematografico, era nato a Messina nel 1922. Aveva esordito come autore drammatico, per poi produrre numerosi film di successo, tra cui I vinti di Michelangelo Antonioni, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno e Roma di Federico Fellini.

Nella sua lunga e laboriosa vita Turi Vasile si era interessato anche di giornalismo, di radio e di televisione. Assecondando la sua passione per la scrittura, aveva pubblicato con l’Editrice Sellerio alcune raccolte di racconti (tra cui Paura del vento e Un villano a Cinecittà); e vari libri con altri editori (tra cui il toccante Morgana con Avagliano Editore).

Vogliamo ricordarlo riproponendo sul nostro blog l’interessante intervista che due anni fa, nell’estate del 2007, gli fece Paolo Aragona e che la nostra rivista “In Purissimo Azzurro” pubblicò nel numero di settembre 2007.

turi vasile

“La felicità? Io solo davanti al foglio bianco

con la biro e con la mia fantasia…”

Intervista a Turi Vasile

di PAOLO ARAGONA

D – Sei nato a Messina e cresciuto a Capo d’Orlando, ma rivendichi sempre con orgoglio le tue origini lentinesi. Perché?

R – Sono nato biologicamente a Messina ai piedi del Faro chiamato San Raineri posto a salvaguardia della falce che protegge la città dai rigori dello Stretto – falce che diede a Messina il nome greco di Zancle. Nulla ricordo della mia nascita; le prime percezioni del mondo le ricevetti in tenera età a Capo d’Orlando in un semaforo in disarmo della Regia Marina. La mia prima conoscenza di cui ho ancora viva memoria la feci col vento che urlava nei fili del telegrafo e mi incuteva paura e sicurezza la notte. Non sapevo di essere capitato di fronte alla reggia del vento e alle Isole Vaganti che, pur ferme, sembravano navigare sulla linea dell’orizzonte. Debbo le mie origini lentinesi a mio padre nato nella città dedicata a Sant’Alfio e patria di Gorgia e del sofisma. Il mio attaccamento a Lentini nasce tuttavia dal fatto che vi vivevano stentatamente i miei parenti più poveri e forse anche per questo più cari e perché vi erano depositati i ricordi della tormentata adolescenza di mio padre.

D – Cosa ha significato per te lasciare la tua Sicilia?

R – Non ho ritegno nel confessare che lasciare la Sicilia fu il sogno dei miei diciotto anni. Come i personaggi di Cechov invocavano Mosca, così la gioventù messinese invocava Roma e io con essa. Roma era la capitale del fascismo, vi risiedeva il Duce, sembrava che lì si potesse partecipare ai destini d’Italia, mentre Messina rappresentava – allora Anni Trenta – solo una periferia sia pure attiva e impegnata. Lasciare la Sicilia non fu, in ogni modo, una mia decisione né una mia iniziativa personale. Mio padre, sottufficiale della Regia Marina, fu trasferito a Roma, allo Stato Maggiore, e la famiglia naturalmente lo seguì.

D – Quando hai deciso di dedicarti al cinema? Come ci sei riuscito?

R – Devo dire che a Roma trovai cordiale accoglienza sugli echi della mia partecipazione al teatro Guf (dei gruppi universitari fascisti) di Messina, che era affidato al prestigioso Enrico Fultignoni. Fui in breve tempo nominato Direttore dell’importante Teatro Guf di Roma. Lì si formarono le speranze del Teatro a venire: Anna Proclemer, Giulia Masina, Marcella Govoni, Lia Turci. Facevano parte del settore maschile De Concini, Caprioli, Donucci e tanti altri come attori, e Ruggiero Jacobbi, Gerardo Guerrini, Mario Beltramo, Lucio Chiavarelli come registi. Partecipavano ai nostri numerosi covegni e dibattiti Rosario Assunto, Antonio Santoni Rudgiu, Siro Angeli, Enrico Ribulsi, Giorgio Petrocchi, Vito Pandolfi. Tra le personalità che ispiravano e fiancheggiavano le nostre attività: Diego Fabbri, Cesare Vico Lodovici e Ugo Betti.

D – Hai conosciuto e hai lavorato con i più grandi registi e attori del cinema italiano. Chi ti è rimasto di più nel cuore?

R – Devo a Ugo Betti il mio ingresso al cinema. Frequentavo settimanalmente il suo salotto, io piccolo provinciale del profondo Sud, e vi incontravo fra tanti altri Eurialo De Michelis, Arnaldo Frateili, Orazio Costa, Augusto Genina. Poiché ero disoccupato, a quest’ultimo mi raccomandò autorevolmente Betti di cui godevo forse immeritata stima. Genina mi assunse subito come aiuto nel suo film Bengasi sebbene fossi del tutto digiuno del mestiere cinematografico. Entrai così a diciotto anni per l’ingresso principale di Cinecittà, destinato a lavorare nel già famoso Teatro 5.

D – Lina Wertmüller racconta di essersi allontanata dal Pci nel 1956, dopo i fatti dell’Ungheria. «Essere di sinistra» ha detto, «era, ed è stata per cinquant’anni, una moda culturale, ma anche una necessità per fare parte del giro giusto». Tu sei un uomo religioso e un cattolico senza compromessi: come hai potuto rimanere nel mondo del cinema dove, dal dopoguerra in poi, per ammissione della stessa Wertmüller, se non ci si professava di sinistra, non si lavorava?

R – Il cinema italiano del dopoguerra nacque per iniziativa dei cattolici: La porta del cielo di De Sica, Il testimone di Germi, Un giorno nella vita di Blasetti, Fabiola e tanti altri. Tutti i cineasti lavoravano per noi: da Zavattini a Lattuada, a De Sica a Zampa poiché eravamo si può dire gli unici o i più importanti produttori del momento. Poi a poco a poco i registi furono attratti dalla retorica della sinistra che consentiva loro un libertinaggio battezzato libertà e più lauti guadagni. Non ultima la possibilità di arricchirsi e di professarsi al tempo stesso di sinistra. Eppure molti film da loro realizzati puntavano al lenocinio e davano spesso della vita una visione borghese e decadente. Da segnalare tuttavia alcuni film impegnati che denunciavano il dilagare della corruzione ambientale sotto gli occhi di una magistratura che doveva risvegliarsi accanita più tardi quando la solidarietà di una nuova classe politica glielo permise.

D – La tua produzione, tra cinema, teatro e narrativa è veramente ricca. Ma c’è qualcuno dei tuoi progetti che non è andato in porto e che particolarmente rimpiangi?

R – Presi gusto alla produzione e insieme con Diego Fabbri fondai una società cinematografica. Da allora ideai e realizzai quasi cento film, con molti registi assai importanti da Zampa ad Antonioni, a Pietrangeli, a Brusati, a Rossellini, all’infido Fellini, ai francesi Lautner, Vadim, Allegret, Cayatte. Nel cuore tuttavia mi sono rimasti i film che non sono riuscito a fare, veri capolavori di cui non è dato modo di dubitare dal momento che non esistono. Il terremoto di Messina, Il Diavolo della bottiglia di Stevenson e altri che a nominarli mi si rinnova il rimpianto.

D – Alla tua età continui ad essere produttivo, a scrivere articoli, hai appena pubblicato un volume di racconti, Morgana, che in pochi mesi è già alla seconda edizione. Cosa ti dà questa energia? Hai ancora dei sogni?

R – Sogni? Scrivere. Non compromettere gli altri in giochi talvolta rischiosi. Io solo davanti al foglio bianco da riempire con la biro e con la mia fantasia. Il successo della mia ultima raccolta di racconti Morgana mi incoraggia e mi spaventa.

D – La televisione e i media oggi sembrano dirci che l’amore non esiste più o, almeno, ce lo presentano come un bene di consumo al pari degli altri. I matrimoni iniziano e finiscono in un lampo. Alle prime difficoltà le coppie preferiscono rinunciare. Le famiglie si disgregano. I figli sono disorientati. Cosa è stato ed è per te l’amore?

R – I casi dolorosi della mia vita mi hanno fatto scoprire il primato dell’amore coniugale che nasce quando tutti gli altri amori muoiono. E appunto La Vita Coniugale sarà il titolo della mia prossima raccolta di racconti se mi sarà concesso di portarla a termine.

D – Cosa diresti, oggi, a un giovane credente che volesse dedicarsi al cinema, al teatro o alla letteratura, i grandi amori della tua vita?

R – Dovrei dire quel che banalmente e solitamente un padre dice al proprio figlio: “Ti sconsiglio di fare il mio stesso mestiere, la mia stessa professione”. Non so quanto ci sia sempre sincerità in questa risposta; presumo che molti genitori rispondano così perchè si sentono frustrati e insoddisfatti, avrebbero aspirato a una maggiore soddisfazione e a un maggior successo da assicurare ai propri figli. Oppure presumono di aver raggiunto il massimo – o quasi – della loro carriera e non vorrebbero che i propri figli ne restassero indietro. Quanto a me, ho paura che la mondana notorietà, il miraggio di una “bella vita” possano influenzare la scelta di mio figlio. Cercherei di dissuaderlo in tutti i modi; pronto tuttavia a cedere sulla base della qualità della sua ostinazione, a condizione che accetti di rispondere alla sua vocazione cominciando dalle mansioni più umili. Dico questo forse perchè influenzato dalla esperienza che ho vissuto con mio figlio, o anche dal fallimento di tanti giovani che si sono illusi inventandosi subito registi o primedonne.

D – Quanto la fede che ha accompagnato la tua lunga vita riesce a illuminare i passi che ancora devi compiere?

R – Quanto alla fede, non ne parlerei e non ne parlo. Essa dev’essere una assimilazione solitaria, personale e sofferta; forse l’esempio può costituire un tentativo di persuasione occulta; mai tenterei di esercitare apertamente la mia influenza. La fede è un segreto intimo, inviolabile che ciascuno deve conquistare da sé, anche attraverso il dubbio.

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Congdon, l’artista ‘naufrago’ ferito dalla vera bellezza

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Settembre 2009

g_8821564959gdi ANTONIO GIULIANO

Per uno strano scherzo del desti­no William Congdon nacque il 15 aprile del 1912. Lo stesso giorno in cui affondò il «Titanic». Una coincidenza in cui anche l’artista ame­ricano vedeva di riflesso la sua vita «sempre sull’orlo del naufragio». Spiri­to ribelle e anticonformista, il giovane pittore statunitense ha sempre sfogato nei suoi dipinti l’insopprimibile biso­gno di veleggiare verso orizzonti più ampi. Al punto che la sua biografia può leggersi oggi come un romanzo. Proprio come ha fatto Pigi Colognesi in questo testo appassionante, costruito sulla base di un ipotetico carteggio frutto di testimonianze vere e di un’a­micizia reale.

Ci sono le tappe decisive dell’esistenza di Congdon: l’infanzia tormentata pur in una famiglia bene­stante, il periodo snob trascorso all’u­niversità di Yale, l’arruolamento volon­tario nell’associazione «American field service» che durante la seconda guerra mondiale prestava soccorso ai feriti in battaglia. Tutte esperienze che lo con­durranno fra i protagonisti della scuola newyorkese del’«action painting»: un cenacolo di artisti che condivideva un forte senso di libertà espressiva che talvolta diveniva anche rabbia e qual­cuno finì per definirli il gruppo degli «i­rascibili».

Per Congdon quando dipingi sei convolto pienamente nell’azione (action) che stai compiendo, è come un parto o un’operazione chirurgica dalla quale ti aspetti che nasca qualco­sa in grado di salvare te o l’oggetto che stai tentando di raffigurare. Il risultato è un espressionismo astratto per cui anche una macchia di colore può di­ventare un quadro importante. Dietro c’è la convinzione che guardare un’o­pera non vuol dire capirla, ma esserne interrogati perché l’arte autentica, apre una ferita, è «un’avventura dello sguar­do » che non finisce mai.

Ma il potere ‘divino’ dell’artista nel creare acuiva in Congdon il desiderio di comprende­re il significato del mondo. E la sua sof­ferenza interiore lo portò anche sul punto di farla finita. Quando la sua esi­stenza sembrava andare a picco, trovò un ancora di salvezza ad Assisi, «l’uni­co posto veramente felice in Italia» dirà poi. Da lì cominciò la sua conversione al cattolicesimo e l’inizio di una nuova consapevolezza. Un giorno affermerà: «Dostoevskij disse che l’arte è un cam­po di battaglia dove Dio e il diavolo si contendono il cuore dell’uomo. Io ho sempre vissuto su questo campo di battaglia. Io sono questo campo di bat­taglia ».

L’amicizia con i giovani di don Giussani confermò la definitiva «resa» a Dio e la coscienza di un rinnovato stupore verso la realtà: «L’artista – scrisse Congdon – è come un bambino che si sorprende e piange di commo­zione di fronte al semplice esserci della realtà. Perché l’arte è una finestra sulla vita oltre la morte, sull’immortalità delle cose». Certo, era sempre forte la percezione della propria debolezza e non è un caso se nessun altro soggetto come i crocefissi hanno accompagna­to a lungo la sua pratica artistica. Ma ora si sentiva in un porto sicuro. «Pri­ma della conversione – spiegò – ogni quadro era per me come un salvagente per l’uomo che affoga».

Pigi Colognesi

WILLIAM CONGDON.
L’AVVENTURA DELLO SGUARDO

San Paolo. Pagine 234. Euro 16

(Copyright Avvenire 27 agosto 2009)

Racine era cristiano. Parola di Girard

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 2 Settembre 2009

Contro il giudizio di Barthes, il critico francese afferma la reale conversione del poeta secentesco

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di LORENZO FAZZINI

Port-Royal-Parigi. E ritorno. Racine, il genio del teatro francese del Seicento, con­siderato uno dei più grandi poeti transalpini (e, di rimando, dell’in­tera letteratura occidentale), non è da annoverare tra gli agnostici pre-rivoluzionari né va identifica­to in un Voltaire ante litteram, per­ché fece rientrò nella comunità dei credenti in Cristo a pieno tito­lo. E la ‘certificazione’ di tale per­corso religioso arriva da uno dei più grandi studiosi di letteratura e critici letterari di oggi, René Gi­rard, docente a Princeton e cele­bre per la sua teoria del «capro e­spiatorio », sviluppata in diversi saggi (in Italia editi da Adelphi).

Orbene, nella recente edizione delle opere di Racine, appena pubblicata nei Meridiani Monda­dori a cura di Alberto Beretta An­guissola (i testi drammaturgici presentano traduzioni di Giovan­ni Raboni, Maurizio Cucchi e del grande Mario Luzi, tra gli altri), è tutto da leggere il saggio introdut­tivo di Girard. Che ri­mette le cose a posto sia sul piano critico­letterario che biogra­fico- religioso rispet­to all’autore secente­sco di Fedra. Anzitut­to, sul piano critico Girard, nel suo inter­vento intitolato «Poe­sia e religione nel teatro di Raci­ne», prende le distanze dall’inter­pretazione di Roland Barthes, quella andata per la maggiore nel Novecento, e che vede nel poeta secentesco il cantore di ‘due a­mori’, uno passionale e uno vir­tuoso. Come se il commediografo volesse purificare l’antica tradi­zione greca Barthes – sostiene Gi­rard – rimprovera al poeta di ri­correre ad un concetto (l’idolatria) «che non esiste presso i pagani». Tale richiamo risulta «essere pe­dante e non coglie l’essenziale, cioè il fatto che l’iperbole prezio­sa, per quanto possa essere for­mulata in modo goffo, denuncia la verità della condanna giansenista dei costumi di Versailles».

Per Gi­rard, invece, «capire e apprezzare Racine significa prendere tutto al­la lettera senza guardare né a de­stra né a sinistra. Per Racine la ve­rità è cristiana. (…) La poesia delle tragedie greche è prima di tutto seduzione idolatra. (…) Il de­siderio di dominio si rovescia im­mancabilmente in schiavitù». Gi­rard poi rievoca i tratti salienti del­la vicenda esistenziale di Racine, l’educazione nel seminario an­nesso al monastero giansenista di Port-Royal, quindi l’arrivo a Pari­gi e l’ingresso nella corte di Luigi XIV. E Girard puntualizza il ritor­no religioso, meglio ancora la con­versione, di Racine dopo i fasti pa­rigini.

«I motivi per mettere in dubbio la sincerità di questo ri­torno alla fede religiosa mi sem­brano meno che insufficienti. So­no inesistenti» puntualizza Girard, che si rifà all’opera reciniana di e­logio del feudo giansenista, l’A­brégé de l’histoire de Port-Royal, come comprova di un rientro nel­la Chiesa: «La rinuncia al teatro e la conversione religiosa si verifi­cano contemporaneamente e for­mano un tutt’uno». Nel suo testa­mento Racine chiese di essere se­polto nel monastero. E in una let­tera del 1695 scriveva al figlio Jean­Baptiste: «Il maggior dispiacere che potrebbe capitarmi sulla ter­ra sarebbe venire a sapere che sie­te un non devoto e che Dio vi è di­ventato indifferente».

Copyright (c) Avvenire 27 agosto 2009

Il bluff delle case editrici

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Settembre 2009

Per gentile concessione di Martino Dettori, che ne è l’autore, pubblichiamo in forma integrale l’interessante articolo sul bluff delle case editrici pubblicato il 5 luglio 2009 da IL JESTER. La pagina a cui si puo’ far riferimento è la seguente: http://www.iljester.it/il-bluff-delle-case-editrici.html

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Qualche tempo fa scrissi il “Bluff dei premi letterari“, descrivendo le insidie illusorie che stanno dietro eventi spesso autocelebrativi o comunque non certamente indirizzati a scoprire giovani talenti. Allora promisi che molto più avanti avrei scritto qualcosa riguardo molte case editrici che, lungi dall’essere davvero interessate all’opera dello scrittore (indipendentemente dalla sua qualità che potrebbe anche essere persino sublime), hanno solo l’unico e non tanto malcelato obiettivo di fare cassa a spesa dei novelli autori.
Un vero e proprio giro d’affari questo, che viene a congiungersi con i finanziamenti pubblici all’editoria, e che di fatto ha contribuito a decretare la morte della letteratura italiana, chiudendo porte, porticine e cancelli ai giovani (in senso letterario) manovali della penna. Già, perché a questo punto non interessa più a nessuno scoprire un talento dello scrivere; interessa piuttosto scoprire se lo scrittore di turno può essere spennato per bene, facendolo illudere che il suo libro abbia tutte le carte in regola per sfondare.
Ecco che allora il meccanismo è davvero semplice quanto incredibilmente efficace. Lo scrittore, come ben sapete, è sempre alla ricerca di una casa editrice che creda in lui e lo pubblichi. Tanto che, entusiasmicamente, dopo magari qualche annetto di lavoro al pc, prende le proprie sudate bozze, ci spende un bel po’ di quattrini per farne delle copie, e inizia a proporle a destra e a manca, nella speranza che qualcuno si accorga di lui. In molti casi, le redazioni neanche rispondono, facendo venire l’atroce sospetto che la bozza sia passata direttamente dalle mani del postino a quelle del netturbino; altre invece, più cortesemente e più seriamente, dopo aver letto (forse) la bozza, rispondono e comunicano che il libro non è compatibile con la loro linea editoriale (ma le scuse sono tante e delle più disparate), magari invitando lo scrittore a scrivere qualcos’altro (e questa è già una buona cosa). Altre ancora invece cosa fanno? Be’, qualche mesetto dopo aver spedito loro la bozza, chiamano lo scrittore e gli dicono con moderato entusiasmo che sono interessati, ma che vorrebbero colloquiare con lui. Qualche casa editrice neanche spreca telefonate: invia direttamente il contratto di edizione e invita a firmarlo alle loro condizioni (quali, è presto detto). Cosa dire? Ovviamente lo scrittore pare realizzare il sogno di una vita: vedere il proprio libro pubblicato e così veder riconosciuto (anche economicamente) il proprio sudore. Del resto, sfogliando i grandi best seller (anche nostrani), spesso ci diciamo che pure noi saremmo capaci di scrivere certe banalità, dimendicandoci sempre che per arrivare a pubblicarle, ci vuole ben altro che la dote letteraria e il genio, quanto piuttosto un’incredibile fortuna o qualcos’altro. E sono soprattutto questi due ultimi elementi a fare la differenza tra uno scrittore anonimo e uno scrittore di successo.
Dicevo che la casa editrice chiama lo scrittore e gli sottolinea l’interessamento. Se non gli spedisce il contratto per posta, lo invita a contattare la redazione per discuterne i termini. Chiaramente, la prima cosa che il novello Manzoni fa è verificare che il tutto non sia un’illusione. Perciò, prendendo coraggio, chiede: “Ma devo per caso pagare, per pubblicare il libro?” Loro ovviamente sorridono sornioni e dicono: “Ma no. Non deve pagare un centesimo. Siamo una casa editrice seria noi. Non chiediamo soldi ai nostri scrittori! Sta scherzando?”.
A quel punto, pollo è chi non coglie l’occasione al volo. Così, entusiasta della fortuna che probabilmente gli sta sorridendo, l’autore fissa l’appuntamento con l’editore o con il suo segretario e già vola verso un futuro fatto di appuntamenti letterari, interviste, librerie, Premi Letterari ecc. ecc.
E via sognando, il giorno dell’appuntamento arriva. Con il cuore in gola, con la bozza sottomano, con il vestito della festa, l’esordiente si presenta all’indirizzo della casa editrice, che può essere locata indifferentemente in un anonimo appartamento in periferia, oppure in un elegante attico in centro. Entra, si accomoda e attende che il titolare lo riceva e gli garantisca fama e onore. E lui (l’editore), dopo averlo fatto attendere un po’ (mossa psicologica!), lo riceve eccome! Gli viene incontro e gli stringe la mano, sottolineando il fatto che il libro ha destato il suo personale interesse.
Così, dopo aver messo a proprio agio lo scrittore, si prodiga in liturgie lamentose sullo stato dell’editoria nostrana, evidenziando quanto questa sia in difficoltà e considerando che gli scrittori sono tanti e che la qualità è bassa. Poi, sospirando affronta l’argomento bozza e dice all’aspirante Dickens cosa faranno del suo lavoro, rimmarcando la fortuna che gli è capitata: perché non a tutti è concesso il privilegio di vedere il proprio libro preso in considerazione. Il 90% degli autori, infatti, viene scartato. D’altra parte – prosegue l’editore – la bozza necessita in ogni caso di un’attenta lettura (in alcuni casi) da parte di un loro non meglio identificato comitato. Insomma, paventa una strada non completamente in discesa, fino a dire all’autore che la decisione non è definitivamente presa e che sarà presa solo dopo il termine della lettura. Pertanto invita il novello Moccia (sic!) a non illudersi, poiché loro non sono l’Einaudi o la Mondadori e con loro non c’è da diventare ricchi.
Lo scrittore in erba naturalmente annuisce e cerca di capire le difficoltà. Non si illude, e anzi, in un certo senso inizia a essere pessimista, tanto che i sogni di poco prima cominciano a venarsi di delusione. Ma l’editore lo incoraggia: “Suvvia, non si preoccupi. La sua bozza ha destato il nostro interesse, però deve capire che prima di inoltrarci nel progetto e investire dei soldi, vogliamo essere sicuri che sia un lavoro valido. Perciò, spero avrà pazienza e attenderà qualche settimana, prima di ottenere una risposta certa.”
Il futuro Moravia capisce. “E cosa potrei altrimenti fare?”, si domanda. Così, dopo un’ultima stretta di mano, si congeda (o meglio lo congeda l’editore), sperando in una risposta positiva, che guarda “caso” arriverà dopo circa tre o quattro settimane. E il tono sarà quello di chi ha scoperto il nuovo Dante, il neo Manzoni, il novello Stephen King. Il libro ha colpito e lo scrittore urla quasi di gioia: qualcuno finalmente ha capito l’artista che c’è in lui e ha riconosciuto appieno il suo lavoro e la sua fatica, tanto da essere invitato immediatamente alla stipula del contratto di edizione che prevede un tot di compensi per ogni copia venduta e che prevede che la promozione e la distribuzione del libro siano completamente a carico dell’editore. Più di così, verrebbe da dire, non si può. E invece…
Invece l’inghippo c’è, sebbene spesso non sia scritto in nessun contratto. L’editore, dopo aver dipinto un futuro da premio letterario e da grandi case editrici, sottolinea ancora una volta al fiducioso autore che loro non pretendono soldi dai loro autori e che il suo libro è un piccolo capolavoro della letteratura moderna (il che potrebbe anche essere vero). Come già aveva detto al telefono, la sua è una casa editrice seria. E allora il novello Kafka, udendo ciò, confortato dalla prospettiva, chiede il contratto con la mano che gli prude per mettere la firma, prima che il suo interlocutore cambi idea. Ma l’editore, in verità, non ha alcuna intenzione di cambiare idea… anzi, vuole andare fino in fondo, così presenta l’agognato pezzo di carta e invita lo scrittore a leggerlo. Lui vorrebbe firmare subito, ma l’editore gli sottrae il foglio con un sorriso e gli di dà l’inaspettata mazzata: “Be’, chiaramente, signor Autore, lei dovrà acquistare almeno cento copie del suo libro a un costo agevolato pari all’80% del prezzo di copertina”.
Lo scrittore con la penna a mezz’aria sorride ebete. “Come? Non me le date gratis le copie?” chiede.
L’editore annuisce. “Be’, sì. Dieci copie le spettano di diritto (è scritto nel contratto), ma le altre le deve acquistare, altrimenti non è possibile instaurare il rapporto.”
Che fa lo scrittore, secondo voi? Potete immaginarlo: pur di vedere pubblicato il suo libro, accetta e compra le copie. Firma il contratto e continua a sognare. Peccato però che non saprà mai se la casa editrice poi abbia davvero pubblicato le duemila copie indicate nel contratto, oppure si sia limitata a stampare le cento copie da vendere all’autore. Ci vorrebbe una causa civile per scoprirlo, e la maggioranza degli autori non ha né tempo e né soldi da spendere in ricorsi giudiziari. Così, la promozione del libro rimane lettera morta, e i compensi… be’ i compensi per le vendite, siccome sono scalari – cioè l’importo per ogni libro aumenta in base al tot di libri venduti (es. 0,01 cent. a copia per vendite che non superano le cento copie vendute, 0,10 cent. a copia per vendite che non superano le cinquecento copie vendute e così via) – chiaramente saranno irrisorie, poiché senza un’adeguata attività promozionale e una opportuna e necessaria diffusione nelle librerie (che costa!!!), il libro rimane a futura memoria di parenti e amici, un monumento alla perdita di tempo.
Va da sé, infine, che a questo punto viene l’atroce sospetto che i complimenti, l’idea che il novello autore sia un nuovo Manzoni, un nuovo genio della penna, questo tipo di case editrici li riserva a tutti gli ignari autori (bravi o pessimi che siano)… con la conseguenza che il loro guadagno lo ottengono non già dalla distribuzione dei libri (che presenta notevoli spese e che dunque non conviene, tant’è che difficilmente l’autore troverà il proprio libro in una qualsiasi libreria), bensì dalla vendita degli stessi all’autore. Per fare un esempio: se il libro costa 10,00 euro, e l’autore ne deve comprare 100 copie, la casa editrice già incassa dall’autore per la stampa del libro 800 euro. Moltiplichiamo questa somma per una ventina di autori e abbiamo un importo pari a 16.000 euro.
Questa, signori, è certa editoria nostrana. Chiaramente, non tutte le case editrici piccole o grandi si prodigano in un siffatto deprecabile sistema. Moltissime sono oneste e davvero credono e investono negli scrittori che contattano: queste sono case editrici serie! Ma sono davvero poche rispetto alla stragrande maggioranza che chiede o denaro per la pubblicazione, oppure impone all’autore l’aquisto di un tot di copie per inziare e/o proseguire il rapporto editoriale. E certamente non sfugge alla cattiva tendenza anche la casa editrice che manda il contratto direttamente a casa: questa a volte è più sfacciata, poiché fa capire chiaramente che l’efficacia del contratto è subordinata all’acquisto di un tot di copie. Così, quando si deve rispedire il contratto firmato, è necessario allegare copia della ricevuta del bonifico.
Ovviamente non posso fare nomi di case editrici avezze a simili sistemi. Quello che posso solo dire è che se avete un libro da pubblicare e vi rivolgete a un editore, state semplicemente in guardia. Se vi chiede di acquistare un tot di copie dei vostri libri, allora capirete quanto quell’editore creda nella vostra opera, e questo – ribadisco – a prescindere dalla sua qualità, che potrebbe anche essere nettamente superiore al best seller di turno…

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Romanzi. Errori e sviste dell’editoria italiana

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Settembre 2009

QUEI CAPOLAVORI DEL ‘900 NON COMPRESI

DA CRITICA, EDITORIA E MERCATO


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di MASSIMO ONOFRI

Il libro, uno dei più mitizzati del Novecento italiano, s’intitola Le lettere ed appare nell’agosto del 1914 per l’editore Bontempelli di Roma. L’ha scritto il giovane Renato Serra, che vi tenta un bilancio generale dell’attività letteraria italiana in corso. De Roberto vi è appena nominato ( e non per il suo capolavoro, I Viceré ): ma solo un gradino più su di Beltramelli, ritenuto, sulla scorta di Croce, scrittore poco originale e faticato, epperò sincero. Anche Pirandello – che aveva già scritto alcune formidabili novelle, Il turno, L’esclusa, Il fu Mattia Pascal, I vecchi e i giovani , il saggio L’umorismo – vi figura, ma ritratto sullo sfondo, e dentro un mediocre quadretto di famiglia, tra Grazia Deledda, Amalia Guglielminetti e gli ormai dimenticati – alzi la mano chi se li ricorda: eppure, allora, godevano d’un grande successo di pubblico – Luciano Zuccoli, Virgilio Brocchi e Carola Prosperi. Il libretto di Serra ha l’indubbio e per niente piccolo merito di fare il punto anche sugli aspetti materiali, non solo estetici, della circolazione libraria, anticipando di molto quegli approcci sociologici, e di mercato, che pure sono così importanti per capire al meglio la storia culturale d’un Paese: ma il quadro dei valori che ne emerge, in pagine che scommettono sull’eccellenza dello squisito Alfredo Panzini, resta sconfortante. Non credo valga appellarsi a uno di quei principi inviolabili della ricerca storica: che, cioè, la visuale del Serra era troppo ravvicinata per rimproverargliene l’attendibilità. Basterebbe solo opporre l’esempio di Giuseppe Antonio Borgese che dal Serra, nel suo libello, viene letteralmente massacrato, il quale nel 1929 ( e dalle colonne del più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera ) non mancava l’appuntamento con due ventenni che, per di più, avevano pubblicato quasi alla macchia, mentre li consegnava per sempre a formule critiche di straordinaria suggestione: dico Mario Soldati e Alberto Moravia. Se ho citato il libro di Serra è perché resta una perfetta dimostrazione di quali e quante imprevedibili alchimie stiano a capo di quel processo attraverso cui un autore o un’opera vengono consacrati e canonizzati. Per un canone di valori che, con buona pace di Harold Bloom, resta sempre instabile e oscillante: quando è vero che persino l’immane Dante, magari su autorizzazione del Bembo di turno ( che non era certo uno qualsiasi), ne ha conosciuto, in qualche momento, l’esclusione. Alchimie, bisognerà aggiungere, che nel nostro Novecento hanno contato sulla combinazione di tre fondamentali elementi: critica, editoria, mercato. Se torniamo ai tre padri fondatori italiani del secolo scorso – Pirandello, Svevo, Tozzi -, ci si rende conto di come sia stata propria la critica, oggi così negletta, a giuocare il ruolo principale. Senza Tilgher, che pure ne fece un mezzo filosofo tedesco ( suscitando le giuste rampogne di Croce), il successo di Pirandello non sarebbe stato lo stesso. Quanto a Svevo, i cui primi due romanzi non psicanalitici – Una vita e Senilità – furono appena notati dalla sola stampa triestina, ineludibile è la domanda: senza l’intercessione di Joyce che favorì il trionfo francese della Coscienza di Zeno , e l’intervento immediatamente successivo d’un già autorevole Montale, le cose sarebbero andate come sono andate? Non dico poi di Tozzi, la cui opera ebbe come erede testamentario il solito Borgese ( che, a dire il vero, ci mise anche pesantemente le mani), per un’immagine oggi di fondamentale rilievo sperimentale e epistemologico, che tutto deve alle indagini decisive di Debenedetti e Baldacci. Si può trascurare, dentro un discorso sui capolavori contrastati del Novecento, il caso Morselli? Certamente no: visto che, a valle di quell’incolmabile frustrazione ( infinitamente procrastinata) per la mancata pubblicazione dei suoi romanzi, ci scappò persino il suicidio dello scrittore. Del resto: come poteva trovare asilo, nell’Italia di tutti gli storicismi progressivi, uno scrittore che calava la politica e l’ideologia dentro un dramma privato ed esistenziale ( Il comunista ), oppure così beffardamente controstorico da costruire un romanzo ( e un futuro) a partire dall’ipotesi d’una Prima guerra mondiale vinta, invece che dalle potenze dell’Intesa, dagli Imperi centrali ( Contro- passato prossimo), con incredibili conseguenze: e non voglio dire d’un altro libro, pure fantasticato dentro i territori della distopia, come Roma senza papa . Per certificare le ingiurie dei contemporanei ai danni del genio, s’è fatto spesso, quanto a Morselli, l’esempio del conterraneo e allora popolarissimo Piero Chiara. Oggi Morselli è celebrato dal prestigioso impegno della casa editrice Adelphi, mentre Chiara giacerebbe negletto nella sua tomba, quasi del tutto ignorato ( e assai ingiustamente), se non ci fosse stato il recente Meridiano Mondadori a riportarlo all’attenzione di pubblico e critica: questo, per dire dei ritmi inesorabili d’un pendolo che oscilla, misterioso, tra oblìo e glorificazione. Tutta colpa degli editori, allora? Forse sì e forse no, se è vero che il postumo Gattopardo , altro clamoroso caso di metà secolo e primo best seller italiano, fu certo rifiutato da Einaudi, per essere però pubblicato dalla mitica Feltrinelli gestione Bassani: laddove l’einaudiano Vittorini, per altro, come ha definitivamente dimostrato Gian Carlo Ferretti, ha molte meno colpe ( se poi ne ha davvero avute), nella censura del capolavoro, di quante una vulgata dura a morire continua ad attribuirgliene. Senz’altro no, invece, se si pensa a Stefano D’Arrigo la cui Horcynus Orca è stata di recente considerata da George Steiner, insieme a Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, il vero capolavoro della letteratura italiana del Novecento: un’opera mastodontica in cui la lingua va come in metastasi, radicalmente anticommerciale, che non sarebbe mai esistita se Arnoldo Mondadori non avesse assicurato allo scrittore, e per anni, un congruo stipendio per cui potesse lavorare in pace. Ho citato Satta, scrittore stupefacente ( nonché teorico del diritto di altissimo livello), la cui famiglia, prima di conoscere la consacrazione ( ancora postuma) adelphiana, fece molta fatica a far stampare il romanzo, che inizialmente finì nelle collane d’una casa editrice specializzata in pubblicazioni giuridiche come la Cedam. Va pure detto, però, che ci sono stati scrittori che hanno fatto di tutto per resistere agli editori che volevano pubblicarli. Ultimo, il caso di Gesualdo Bufalino, autore tra i più struggenti e significativi di fine secolo scorso: Elvira Sellerio, Leonardo Sciascia ed Enzo Siciliano, che avevano intuito il romanziere occultato nell’elegantissima prefazione che aveva redatto per un libro di vecchie foto comisane, dovettero fare di tutto, ed anche di più, per stanare il vecchio e renitente professore. Ne sarebbe uscito quel gioiello che è Diceria dell’untore. Chiudo con un accenno a un caso controverso e che riguarda l’unico scrittore esplicitamente filonazista che l’Italia repubblicana abbia mai avuto: mi riferisco al Dante Virgili di La distruzione , su cui Antonio Franchini ha scritto un libro bellissimo e pieno di sensi di colpa, Cronache della fine, cui rimando. Capolavoro assoluto o monumento d’ignobiltà, questo di Virgili? Difficile rispondere se, alle sue spalle, e pronto a schiacciarlo, aleggia il fantasma di Céline con tutti gli equivoci ( tra immoralismo estetico e moralismo eticizzante) che il suo caso ha generato, proprio quando un giovane ebreo americano naturalizzato francese, Jonathan Littell, con un libro di quasi mille pagine scritto dal punto di vista di un ufficiale delle Ss, ha offerto il suo contributo, ad accrescere, con la confusione, anche la nostra incertezza.

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Siamo in Facebook

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 1 Agosto 2009

Nasce oggi primo agosto 2009 la pagina facebook di In Purissimo Azzurro, la rivista di letterature & dintorni fondata e diretta da Maria Di Lorenzo.

La pagina FB è questa: http://www.facebook.com/pages/In-Purissimo-Azzurro/116052877300.

Aderite, amici vecchi e nuovi di In Purissimo Azzurro, e diventate fan di questa pagina. :-)

Arrivederci a settembre!

La vita di Guareschi in un film

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 30 Luglio 2009

Giovanni_Guareschi-wikiNon solo tematiche familiari e pedagogiche al Fiuggi Family Festival, che venerdì proporrà in anteprima il documentario La vita di Giovannino Guareschi realizzato da Francesco Barilli e presentato da Alessandro D’Alatri, presidente di giuria, e Guido Conti, biografo guareschiano (Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore). Il documentario che raccoglie anche interviste a Giorgio Forattini e a Gianrico Tedeschi, rinchiuso con lui nel campo di concentramento, racconta la vita di un artista detestato da tutti gli intellettuali, ma molto amato da popolo. «Per rievocare la vicenda umana di Guareschi – dice Barilli – sono partito dalla sua morte, all’indomani della quale la sinistra non smise di attaccarlo. Ho voluto raccontare l’uomo, lo scrittore più tradotto al mondo dopo Collodi, senza usare uno sguardo politico. Lo scopo era rendere un po’ di giustizia a un uomo che non ha fatto del male a nessuno ma che fu massacrato perché ritenuto fascista. In realtà Guareschi detestava il potere e si definiva un anarchico monarchico». Assente invece dal documentario tutto il materiale di repertorio su Guareschi, perché, sostiene Barilli, nessuno ha potuto fare a meno di maltrattarlo, neppure Montanelli che si diceva suo amico. « I figli di Giovannino hanno pianto quando hanno visto questo lavoro – dice il regista – e mi hanno scritto una bellissima lettera. E a ottobre proietteremo il film anche a New York». (A.DeLu)

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Trieste ricorda Fulvio Tomizza

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 30 Luglio 2009

imagesNel decimo anniversario della scomparsa di Fulvio Tomizza, Trieste promuove una mostra sulla vicenda artistica e biografica dello scrittore istriano vissuto a Trieste. Curata da Gianni Cimador e Marta Angela Agostina Moretto, «Fulvio Tomizza. Destino di frontiera» ricostruisce la vita e l’opera di Tomizza attraverso varie tipologie di materiali, dai manoscritti ai libri, dagli oggetti di scrittura e di svago alle fotografie, quasi tutti di proprietà della famiglia. All’esposizione, che sarà visitabile da domani al 15 settembre presso Palazzo Gopcevich ( via Rossini, 4), saranno affiancati un calendario di visite guidate con i curatori – il sabato alle 17 e la domenica alle 11 – e, nella prima metà del mese di settembre, un ciclo di sette conferenze su molteplici aspetti dell’opera tomizziana; informazioni su www.triestecultura.it.

La scomparsa di Rienzo Colla

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 30 Luglio 2009

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RIENZO COLLA, UNA «LOCUSTA» PER DON PRIMO

di MARCO RONCALLI

Complici forse il clima vacanziero che distrae e la riservatezza che ne ha sempre avvolto l’agire pur operoso, la notizia della morte di Rienzo Colla, 88 anni, sabato in un ospedale di Vicenza, non ha avuto ancora il giusto risalto. Ed è un peccato, perché si tratta dell’addio non solo di un patriarca delle lettere vissuto nella libertà, ma di una delle figure più singolari di laico cattolico o di cattolico laico attento alla profezia. Un uomo cresciuto fra i migliori intellettuali credenti o non credenti, oltre che un piccolo­grande editore, tanto schivo e umile quanto lungimirante e combattivo, il cui marchio si è identificato con la sua persona come raramente è successo (viene in mente, fatte salve le differenze, Charles Péguy con i ‘Cahiers de la quinzaine’).

Della sua piccola casa editrice è stato infatti il fondatore, il direttore, il redattore, il correttore di bozze, il magazziniere, lo spedizioniere… Lui ad inventarne il nome aprendo il vangelo e imbattendosi nei versetti in cui Marco parla della dieta di Giovanni il Battista: «Locuste e miele selvatico». Metafora di un cibo con cui ha nutrito generazioni di lettori affascinati da un catalogo che, forse come nessun altro, porta anche solo un titolo sbagliato. Ed è normale per il ricordo – ora che lui ha lasciato il suo appartamento pieno di libri in Contrà Mure Porta Castello, per entrare nella casa del Padre – attaccarsi a ciò che ha saputo dare, quei libri piccolo formato, dalla copertina bianca avvolta da carta velina, il titolo rosso… Appunto questo cibo originalissimo, quasi un unicum in tempi di fast food anche editoriale, sotto oltre trecentocinquanta titoli. Ma qui i numeri non contano, valgono invece gli autori e, soprattutto, la fedeltà a quel simbolo biblico­zoologico diventato sigillo e garanzia di una produzione che spazia dalla spiritualità alla saggistica, alla poesia.

Un catalogo dove saettano i nomi di Turoldo, Bernanos, Wiechert, Mounier, Merton, Lazzati, Maritain, Balducci, Carretto, Rahner, Giovanni XXIII, Péguy, Bloy, Martin Luther King, Guardini, Milani, Mauriac, Croce, Julien Green, Böll, Illich, La Valle, Waugh, Cocteau, Barth, Bo, Rebora, Saba, Angelini, Papini, Simone Weil, Pasolini, De Luca … Tutti lì, mai casualmente, dopo il primo emblematico titolo «La parola che non passa» di Mazzolari. Proprio lui, il parroco di Bozzolo accanto al quale ora Rienzo continua a vivere – come ha scritto lunedì nel suo telegramma di lutto l’amico monsignor Loris Capovilla -, era stato all’origine di questa avventura editoriale durata tutta la vita. Rienzo aveva conosciuto don Primo nel ’39 quando nessuno voleva stamparlo e dargli il necessario imprimatur.

Lui ci riuscì, anche se l’autorizzazione ecclesiastica prima concessa dalla curia venne poi ritirata per le troppe esagerazioni e… l’attenzione ai lontani. Sarebbe stata solo la prima di una serie di tribolazioni. «Stiamo uniti per non perderci [...]. E preghi per chi passa da tribolazione in tribolazione per rendere testimonianza alla verità», scriveva in una delle prime lettere a Rienzo don Primo, oggi nel catalogo della Locusta con decine di titoli. Si tratta di una delle lettere pubblicate, ma i carteggi ancora inesplorati del piccolo-grande editore contengono certamente altre sorprese e l’archivio della Locusta potrebbe riservarne molte ancora di grande interesse: lo segnalava in un convegno recente Annibale Zambarbieri, sottolineandone – al momento – le difficoltà d’accesso per gli studiosi. Ma questa è un’altra storia.

Copyright (c) Avvenire 23 luglio 2009

“La testa del Profeta” a San Miniato

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 30 Luglio 2009

Teatro, San Miniato rilegge il Battista di Elena Bono e «La testa del Profeta» finisce in mezzo al fascismo

Il testo del 1965 che affascinò anche Pasolini riattualizzato con successo dal regista Carmelo Rifici. Bella prova degli attori, tra cui spicca l’Erode di Massimo Foschi

di DOMENICO RIGOTTI

È sempre uno degli appunta­menti più vibranti dell’estate teatrale almeno per uno spetta­tore che si professa cristiano, quello con la Festa del Teatro di San Minia­to. L’anno scorso l’incontro fu con un singolare e quasi ignoto copione di Sartre, un Sartre che vi accostava pru­dente al mistero di Dio, questa volta sulla scena si torna a credere in un au­tore italiano o, meglio, in una dram­maturga, forse poco conosciuta ma di bella e pudica vena creativa: Elena Bono. Il testo messo in cantiere dal giovane Carmelo Rifici è La testa del Profeta.

Di scrittura solida ed elegante, è uno dei primi lavori dell’autrice genovese che pubblicato nel 1965 interessò an­che Pier Paolo Pasolini per un film mai però realizzato. Già il titolo ne mette a punto il soggetto. Il grande episodio biblico che ha per protagonisti Erode Antipa, Erodiade, Salomè e natural­mente Giovanni il battezzatore. Epi­sodio al quale la letteratura teatrale più volte già ebbe di accostarsi. Pen­siamo a Wilde. Pensiamo a Hofm­mansthal. Ancora al nostro Testori con la sua Erodiade. Lavori che la­sciarono ai posteri grandi pagine di poesia. Ma di luce poetica emana an­che il lavoro della Bono, anche se si presenta come un dramma dell’intri­go politico (e del bisogno di credere in un mondo nuovo).

Così Erodiade, che vediamo agitarsi tra ira violenta e parole cariche di sar­casmo, così Mamerco Scauro il lega­to romano, così il subdolo ministro Cusa, così Erode ci viene presentato mosso da un sentimento ambivalen­te di repulsione e attrazione verso il Battista, così gli atti che congiurano per la sua eliminazione, perché la vo­ce del profeta diventi muta, compre­sa Salomè che esce dal solito clichè. Una Salomè giovanissima e succube della madre ma desiderosa di un suo posto al sole e che l’autrice immagi­na innamorata di Daniele il figlio del ministro, figura quella del giovane ap­parentemente secondaria ma di va­lore simbolico: essa a rappresentare lo smarrimento di tutti loro che aveva­no creduto nel Profeta. Non facile per certa insita letterarietà anche se la prosa è limpida ed elegante, Rifici rie­sce a valorizzare il testo costruendo uno spettacolo che mai manca di pre­sa. Scegliendo, senza operare tradi­menti (la trovata funziona) di sposta­re l’epoca storica trasferendo con in­telligenza l’azione a un’epoca a noi più vicina. Quella del famoso venten­nio fascista. Al disegno registico bene rispondono gli attori, e tutti. Emerge l’Erode malinconico e pensoso di un Massimo Foschi sempre ammirevole anche per qualità vocali.

Copyright (c) Avvenire 25 luglio 2009

Duecento anni fa nasceva Braille

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 30 Luglio 2009

BRAILLE. QUANDO LE LETTERE SI ILLUMINARONO

braille

di Riccardo Maccioni

ANNIVERSARI – Duecento anni fa nasceva l’inventore francese dell’alfabeto che ha aperto a milioni di ciechi le diverse strade della cultura. Un sistema di lettura e scrittura tattile, basato su sei punti, usato anche per i calcoli aritmetici e le partiture musicali. Ma oggi i suoi traduttori sono pochi.

Sulla sua tomba nel Pantheon di Parigi, una semplice frase: « E fu la luce » . Raramente una definizione è stata più appropriata. Louis Braille non è stato solo un inventore geniale, ma un apripista, il chiavistello per far uscire i ciechi dall’isolamento, un buio che rende ancora più scura l’ombra negli occhi. Grazie al suo sistema di lettura e scrittura tattile infatti milioni di persone hanno potuto incontrare un’immagine, illuminare un volto, scoprire le pagine fino ad allora « vietate » a chi non poteva vederle.

Per la sua invenzione il figlio del sellaio di Coupvray, di cui quest’anno si celebra il bicentenario della nascita, prese le mosse da un’idea di Charles Barbier de La Serre, ex capitano di artiglieria che aveva realizzato un sistema per leggere al buio i messaggi cifrati. Si basava sulla combinazione di dodici punti incisi su un cartone. Lavorando giorno e notte su quel modello iniziale, preda di una sorta di irrefrenabile febbre, Braille riuscì a realizzare la sua « rivoluzione » . Il nuovo alfabeto cui avrebbe dato il nome, si basava sull’uso di sei punti disposti su tre linee di due punti ciascuno. Ottenne così 64 « segni » in rilievo, sufficienti per coprire l’intero alfabeto.

Malgrado le difficoltà iniziali, è nota la gelosia di Dufau il direttore dell’Istituto per ciechi dove Braille viveva, il nuovo metodo prese rapidamente piede trovando in breve applicazione anche per i calcoli aritmetici e nelle partiture musicali. Dopo il manuale del sistema ( 1829), nel 1837 vide la luce il primo libro scolastico, una storia di Francia in tre volumi, e nel 1878 il Congresso internazionale di Parigi dichiarò il Braille codice ufficiale di scrittura e lettura per non vedenti in tutti gli Stati.

Anche una storia fatta solo di gioia e successi, l’ultimo è l’applicazione delle nuove tecnologie, ha però una sua zona grigia. Di quelle che zavorrano i tesori di cui non sappiamo più riconoscere l’eccezionalità. Il grido d’allarme è italiano: mancano traduttori, sempre meno persone sanno trascrivere in braille. « Non si tratta di un passaggio meccanico da un codice all’altro – spiega Cecilia Trinci responsabile tecnico della Stamperia Braille di Firenze, l’unico centro totalmente pubblico del nostro Paese -, ma di calibrarsi su un linguaggio che parla alla mano, non agli occhi . Ci vogliono conoscenze e competenze specifiche » . Il problema riguarda tanto le professionalità che, soprattutto, le risorse economiche. « Mancando una formazione strutturata – prosegue Trinci -, la continuità viene garantita dal passaggio di competenze. Le ‘ consegne’, le capacità vengono trasferite da uno specialista all’altro in modo estemporaneo».

Un processo « artigianale » che oggi è messo in crisi. « La Regione Toscana per attivare corsi di formazione, ha bisogno di posti di lavoro liberi. Che specie in questo tempo di crisi, non ci sono » . A rischio sono soprattutto ruoli di altissima specializzazione, a cominciare dai musicisti- trascrittori. « Più che le persone – spiega Pietro Piscitelli presidente della Biblioteca italiana per ciechi Regina Margherita di Monza – mancano i fondi. Calcolando i centri collegati alla nostra struttura, in Italia si arriva a circa 300 trascrittori. Il problema è la mancanza delle risorse da destinare alla loro attività » . Piscitelli elenca articoli di legge e commi.

« Nel triennio in corso la finanziaria prevede, per la nostra Biblioteca, un taglio del 34% quest’anno, del 24% nel 2010 e del 42% nel 2011. Significa metterci in ginocchio » . Per questo gli enti che lavorano per i ciechi avevano deciso una protesta ad oltranza dal 23 giugno a metà luglio. Misura che è stata sospesa. « Il governo si è impegnato a garantirci l’applicazione del comma che disciplina i centri qualificati come enti di assistenza, che sono esenti dai tagli. Aspetteremo fiduciosi fino a settembre, poi nel caso, faremo partire la protesta. Ad ogni modo i contributi alla Biblioteca nei primi 6 mesi del 2009 hanno subito un taglio del 34%. In un anno sarebbero 1milione 310mila euro in meno su un contributo totale di 4milioni » . Per fronteggiare la crisi si pensa alla cassa integrazione per i dipendenti, 50 tra interni ed esterni, e a ridurre la produzione dei testi scolastici, sia in Braille che ingranditi per ipovedenti. « In mancanza di correzioni, circa 200 studenti rischiano di non avere libri su cui studiare » .

Proprio il servizio alla scuola è la voce principale della Biblioteca italiana per i ciechi, la più importante del nostro Paese, con un patrimonio librario di oltre 50mila titoli. « Siamo impegnati innanzitutto nell’integrazione scolastica dei nostri ragazzi, che portiamo avanti anche grazie a 16 centri di consulenza tiflodidattica ( cioè riguardanti i non vedenti ndr). La scuola ‘ normale’ da sola non ce la fa » . In mancanza di aiuti anche questi supporti rischiano la penalizzazione. « Nel nostro centro di Firenze – aggiunge la Trinci – lavorano dodici persone, realizziamo circa 200 mila pagine all’anno, dai testi scolastici alle mappe per l’accessibilità agli alberghi. Ci vorrebbe più personale, ma le assunzioni sono bloccate » . E l’informatizzazione può risolvere solo in parte il problema. « Diciamo che integra il lavoro dell’uomo – spiega Trinci -. Il computer agevola ma non sostituisce la competenza del trascrittore, che deve per esempio decidere come organizzare la pagina, per renderla leggibile dalla mano » .

« L’informatica, i software – aggiunge Piscitelli – ci permettono di accelerare i tempi di trascrizione ma del Braille non si può fare a meno. Sarebbe come chiedere a un bambino di rinunciare alla penna per imparare a scrivere » . Braille due secoli fa ha acceso una luce che guida ancora milioni di ciechi. Il problema è non farla spegnere. Cecilia Trinci, responsabile della stamperia di Firenze, l’unica pubblica: «Serve maggiore formazione per tradurre questo linguaggio». Pietro Piscitelli, presidente della Biblioteca per non vedenti di Monza: «In Italia abbiamo 300 trascrittori però mancano ancora finanziamenti adeguati»,

CHI È Il ragazzo senza vista che insegnò a leggere con le dita

Louis Braille nacque il 4 gennaio 1809 a Coupvray, piccola cittadina francese non lontana da Parigi. Il padre era un sellaio e proprio giocando nell’officina del padre, all’età di tre anni si ferì gravemente all’occhio sinistro. L’infezione che ne derivò gli fece perdere la vista da entrambi gli occhi. All’età di 10 anni venne accolto nell’Istituto dei Ciechi di Parigi fondato nel 1786 da Valentin Haüy, inventore tra l’altro di un rudimentale sistema di lettura tattile. Malgrado la vita nell’istituto non fosse per nulla semplice Louis si dimostrò sveglio, intelligente e socievole. Divenne anche un abile organista, tanto da essere spesso richiesto in varie chiese per le cerimonie religiose. Il primo progetto del suo rivoluzionario sistema di lettura e scrittura nacque dall’incontro con Charles Barbier de La Serre, un ex capitano di artiglieria che aveva realizzato un sistema per leggere al buio i messaggi cifrati. Nel 1829, intanto due anni prima era entrato nel corpo docente dell’Istituto, Louis completò la sua invenzione. Di lì a poco ideò anche un’estensione del metodo per la matematica ( Nemeth Braille) e per le note musicali ( Codice musicale Braille). Morì il 6 gennaio 1852, a 43 anni appena, vittima della tisi. Nel 1952 a un secolo esatto dalla morte, il suo corpo è stato trasferito nel Pantheon di Parigi, dove riposano i grandi di Francia. Malgrado la statura del personaggio non sono molte le sue biografie in italiano. Simpatico il volumetto per ragazzi di Jakob Street: « Louis Braille. Il ragazzo che leggeva con le dita » ( pagine 104, euro 9,30) edito da Filadelfia. ( R. Macc.)

Copyright (c) Avvenire 26 luglio 2009

La scomparsa di Pina Bausch

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 26 Luglio 2009

LA DANZA CHE S’INTERROGA SULLA FRAGILITA’ DELL’AMORE

pina bausch

di SILVIA GUIDI

leggi l’articolo

In Mente Dei

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 22 Luglio 2009

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IN MENTE DEI

di Alessandra Corsini

leggi la poesia su Flannery

Fiuggi Family Festival 2009

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 17 Luglio 2009

Il tema portante del prossimo Fiuggi family festival
NEL NOME DEL PADRE (E DI TUTTA LA FAMIGLIA)

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di GAETANO VALLINI

L’anteprima dell’atteso L’era glaciale 3, un cartoon in grafica computerizzata in 3d, ovvero il meglio della tecnologia cinematografica di oggi, ma anche un piacevole ritorno al passato, con la riproposizione di un classico della tv di ieri come Il giornalino di Gian Burrasca, quello con Rita Pavone e la regia di Lina Wertmüller; e ancora film nuovi dedicati alla famiglia, con le sue attese e le sue problematiche, ma anche due retrospettive sulla figura del padre nel cinema internazionale e nella televisione italiana.

Partendo dal successo della prima edizione, il Fiuggi family festival tornerà dunque quest’anno con lo sguardo al presente, senza però dimenticare il passato e quanto di buono ha regalato al grande e al piccolo schermo. E con un’attenzione particolare al mondo dei videogiochi, cui sarà dedicata una mattinata per un confronto tra genitori e le maggiori aziende di produzione.

L’appuntamento è dal 25 luglio al primo agosto: una settimana densa di avvenimenti per tutta la famiglia, tra proiezioni e incontri di riflessione per gli adulti; cartoni animati e giochi per i più piccini. Anche quest’anno non mancherà il concorso internazionale, volto a promuovere pellicole, anche di difficile distribuzione, che rispondono alle esigenze di un pubblico familiare interessato e attento, deciso a diventare un interlocutore importante per gli operatori del mondo del cinema.

“Esiste una maggioranza silenziosa di italiani – spiega Andrea Piersanti, direttore artistico del festival – che non gode dell’attenzione delle maggiori istituzioni culturali del Paese. I principali festival cinematografici, infatti, sono concepiti e organizzati pensando esclusivamente agli addetti ai lavori. È paradossale. Sono infatti le famiglie a garantire incassi significativi al botteghino. Solo quando il cinema riesce a convincere il pubblico della generazione dei genitori e quello della generazione dei figli a vedere gli stessi film, la vendita dei biglietti sale in modo rilevante”.

Dieci i film in gara, che saranno giudicati da una giuria presieduta dal regista Alessandro D’Alatri che raccoglie il testimone di Pupi Avati. Al vincitore andrà il premio che da quest’anno è dedicato a Gianni Astrei, ideatore e anima del festival, morto in un tragico incidente di montagna lo scorso primo maggio.

Alla manifestazione – organizzata con il patrocinio del Forum delle associazioni familiari, e gemellata con Cartoons on the bay, la rassegna dell’animazione internazionale organizzata da Rai Trade e diretta da Roberto Genovesi – si potrà assistere anche alle anteprime di Les Enfants de Timpelbach (“I bambini di Timpelbach”), di Nicola Bary, e di Flash of genius (“Lampi di genio”), di Marc Abraham. Fra gli altri film in programma, il nuovo lavoro di Michael Winterbottom, Genova, con Colin Firth, Versailles, di Pierre Schöller, e Snijeg (“Neve”), di Aida Begic, vincitore del gran premio della giuria a Cannes.

Oltre a quelle sulla figura paterna è prevista anche un’altra retrospettiva sul tema “Famiglie nei cartoni”. Ancora in forse la partecipazione di Gabriele Salvatores con il suo documentario sulle scuole di calcio (Inter Campus) che l’Inter ha aperto in tutto il mondo, mentre, dopo le polemiche per la proposta parziale al festival di Venezia, è quasi certa la proiezione dell’edizione integrale di La Rabbia (1963) con entrambi i contributi di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi.

Sulla linea della scorsa edizione, ci saranno inoltre alcuni incontri su temi socialmente rilevanti. Fra gli altri: “Per un consultorio al servizio della famiglia e della vita”; “Famiglia e fisco”; “Tanti padri, tanti amori”; e “L’anziano, il nonno oggi”.

Un argomento, quest’ultimo sul quale si sofferma D’Alatri. “Il tema del festival di quest’anno – rileva il regista – è incentrato sulla figura del padre e ho pensato anche ai nonni. Ho avuto il privilegio di essere cresciuto coi nonni, e questo purtroppo credo sia sempre più raro. In questo passaggio si è perso un anello importante della nostra tradizione, quello di tramandare le tradizioni orali, le storie, le radici, l’educazione e l’esempio all’interno della famiglia. Mi auguro che i film selezionati siano uno sprone a un dibattito, perché i festival hanno una funzione importantissima che è quella di animare il confronto”.

“Il successo avuto nel 2008 del ciclo di lectures su temi collegati alla famiglia e alla comunicazione – gli fa eco Armando Fumagalli, responsabile del comitato scientifico del festival – ci ha spinti ad ampliare il numero di incontri con esponenti della cultura, delle istituzioni, della vita sociale e politica del Paese. In altre parole, il festival prosegue nella sua volontà di essere un incubatore di iniziative nei settori del cinema e della comunicazione in generale”. Anche per questo, al festival è collegato un premio per la sceneggiatura, con l’intento di portare nuove idee nel cinema italiano e una maggiore attenzione al target family.

Alcune associazioni, come Far Famiglia, Associazione italiana genitori, Associazione famiglie separate cattoliche, Amici dei bambini, nei giorni del festival terranno incontri pomeridiani per illustrare le proprie attività. Il Movimento italiano genitori presenterà il libro Un Anno di Zapping, mentre l’Associazione famiglie numerose, grazie alla disponibilità di una struttura da quattromila posti nella nuova sede del festival – non più alla Fonte Anticolana ma nella più centrale Fonte di Bonifacio VIII – terrà nei primi due giorni la sua assemblea nazionale.

E quest’anno, grazie agli sponsor, non ci sarà bisogno di acquistare un biglietto d’ingresso. All’entrata verrà distribuito solo un passi che servirà per prenotare la poltrona per una proiezione, ma anche per ottenere sconti e promozioni in tutta la città. Un’occasione, dunque, in primo luogo per le famiglie, che avranno l’occasione di trascorrere una settimana di vacanza intelligente, unendo lo svago alla riflessione, ma anche per chi fa televisione e cinema e che a Fiuggi avrà l’opportunità di confrontarsi con gli utenti.

In tal senso, secondo il direttore generale Fabio Fabbi, “la manifestazione potrà dare un contributo alla crescita del sistema cinematografico italiano. Il cinema, infatti, sempre di più, deve imparare a confrontarsi veramente con i propri spettatori e con la società nel suo insieme allargando i propri confini e il proprio pubblico. In termini di marketing, si tratta di ampliare il target del prodotto cinematografico”.

(Copyright © L’Osservatore Romano – 20 giugno 2009)

La scomparsa di Gino Montesanto

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 17 Luglio 2009

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di RAFFAELE NIGRO

Di quel gruppo di narratori cristiani sorto negli anni Cinquanta e che aveva in Fabbri, Santuc­ci, Pomilio e Montesanto i maggiori esponenti non è rimasto più nessuno. L’ultimo a lasciarci è stato Gino Montesanto, morto domenica in una clinica ro­mana a 87 anni (i funerali avranno luogo oggi alle 11,30 nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma). Ci la­scia l’immagine e il ricordo di un uomo prima che di u­no scrittore d’altri tempi, convinto che l’esemplarità sia necessaria in un mondo in sfacelo. Gino Montesanto si è sempre avvalso infatti della narrativa per partecipare a un progetto di ricostruzione sociale e per ripensare un modello di vita fondato su valori evangelici.

Cominciò, dietro la scuola e l’amicizia di Marino Mo­retti che aveva conosciuto e frequentato a Cesenatico, con Cielo chiuso , La cupola, Sta in noi la giustizia e ha proseguito nell’ampliamento del suo sistema con Le im­pronte, Così non sia , Il figlio, il più fortunato dei suoi ro­manzi, Re di sabbia. Storie ambientate per lo più tra Ro­ma, patria di elezione e la Romagna, luogo di origine (pur essendo nato a Venezia nel 1922, trascorse la gio­vinezza a Cesenatico). Romanzi, i suoi, duri come pietre, costruiti sulla falsa­r iga de L’idiota e I demoni di Dostojevskij, uno scrittore che lui amava per la carica etica della scrittura, e al qua­le sottraeva il progetto narrativo di un edificio teatrale imperniato intorno a una personalità negativa che si fa esemplarità sulfurea.

Ci sono narratori che ogni anno sentono il bisogno di aggredire il pubblico dei lettori con nuovi titoli, con pretesti narrativi la cui sola finalità è il suc­cesso. Sempre più rari in­vece coloro che scrivono per una necessità profon­da e che nella scrittura ve­dono ancora un bisogno etico, un mezzo per co­struire quella scala di va­lori distrutta dal consu­mismo e da una moder­nità superficiale, senza cervello, senza regole e senza morale. Montesanto non è mai stato tenero con la Chie­sa. Amava la carica etica della scrittura e nella sua opera inseguiva l’umanità dolente ove rintracciava le impronte di Cristo né col potere politico dominante, sempre criti­co, poco indulgente, ma sempre dall’interno. Lo disse a chiare lettere La Cupola , il suo romanzo d’esordio che fu accolto tra discussioni e stupori e che pose in discussione la connivenza tra Democrazia Cristiana e Vaticano.

La sua fede parte dalla chiesa dei Padri, dallo slancio del cuo­re verso l’altro avvertito come immagine di Cristo. Nel mondo Cristo ha lasciato delle Impronte in una uma­nità dolente, recita un suo romanzo e noi dobbiamo cercarle. Tra gli handicappati, tra i poveri, tra gli infeli­ci. Un progetto perseguito fino agli ultimi anni. Ancora in Sottovento, l’ultimo suo romanzo uscito dopo dieci an­ni di silenzio narrativo, agiva un uomo della provincia romagnola, Guidobaldo Ercolani, che se sfugge al conformismo borghese attraverso impulsi emotivi e stranezze comportamentali, per altri aspetti ha scelte di vita abbastanza comuni agli uomini del nostro tempo. Un tempo privo di grandi finalità e di progetti.

La storia di Baldo diventava ancora una volta una esemplarità e­dificante in senso negativo, un ‘così non sia’ applicato questa volta alla società laica. Con la potenza narrativa che gli riconosciamo, Monte­santo disegnava una vita grigia e sotto vento, nel senso di sotto tono e di piegata all’andazzo delle mode correnti, un’esistenza che non riusciva ad incendiare o a farsi in­cendiare da nessuna delle figure che gli orbitavano in­torno. Così quasi per automatismo, sua moglie cadrà in depressione e chiuderà la propria vita col suicidio. E la figlia, disadattata e infelice, sostituirà all’amore che questo padre non sa darle, la droga. Ancora una volta si concretizzava il progetto etico dello scrittore, che non perse mai di vista i mali e i limiti di una società persa nel­la penombra della materialità e dell’apparire.

Copyright (C) Avvenire 7 luglio 2009

Ultime settimane per il Concorso degli Inediti

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 16 Luglio 2009

Scade il prossimo 31 agosto il Primo Concorso Letterario Inediti indetto dalla rivista “In Purissimo Azzurro”.Tre sono le sezioni a cui si può partecipare: poesia, narrativa, saggistica. Leggi il bando completo.

Un racconto di Laura Badaracchi

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 16 Luglio 2009

Nella nuova rubrica “Racconti d’autrice” che debutta ufficialmente oggi sul forum letterario Flannery dedicato alle donne che scrivono è stato scelto e pubblicato un bellissimo racconto di Laura Badaracchi dal titolo “Centodiciassette”.

image020Laura Badaracchi è nata a Roma nel 1968, si è laureata in Lettere, quindi nel 2000 ha conseguito il Baccalaureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Giornalista professionista, ha lavorato per l’agenzia Redattore Sociale come corrispondente da Roma ed è attualmente redattrice al mensile “Mondo e Missione”. Ha curato per le Edizioni San Paolo i volumi Sentieri di luce. Santa Brigida di Svezia (2002), Donna dell’unità. Beata Elisabetta Hesselblad (2006). Nel 2007 ha pubblicato la biografia Luigi Di Liegro. Profeta di carità e giustizia (Paoline) e la raccolta Allo specchio e altri racconti, per le Edizioni Infinito, da cui è tratto il racconto pubblicato. Il suo ultimo libro è Fare il prete non è un mestiere. Una vocazione alla prova (Edizioni dell’Asino, 2009).

Il racconto Centodiciassette è stato selezionato dal concorso “Parole in corsa”, indetto dalla Trambus nel 2002, e pubblicato nella raccolta omonima, Parole in corsa, dalla Full color sound (Roma 2003). I diritti d’autore del libro di Laura Badaracchi Allo specchio e altri racconti sono destinati a due comunità per persone con disagio mentale della Comunità di Capodarco.

Leggi i l suo racconto:

http://flannery.blog.kataweb.it/2009/07/16/centodiciassette/

Elio Fiore, un poeta immerso nel mistero di Maria

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 11 Luglio 2009

Elio al tavolo

UN POETA IMMERSO NEL MISTERO DI MARIA

di MARIA DI LORENZO

Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere. A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto a Roma nella notte tra il 19 e il 20 agosto scorso [ndr. anno 2002], a 67 anni di età.

Con Fiore scompare un poeta, un poeta autentico. Un poeta cristiano profondamente innamorato di Maria. Lei – come ci confidò – era la sua musa, la sua prima ispiratrice. Lo intervistammo qualche anno fa e qualcuno dei nostri affezionati lettori ricorderà certamente i bellissimi versi dedicati a Maria che pubblicammo e quanto lui ci disse di sé e della sua originale e profonda devozione mariana.

Un outsider della poesia

Nato a Roma nel 1935 e battezzato in San Pietro, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una “lunga tenebra” nella sua vita per oltre un decennio, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’/ Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is. 21, 6).

Alla sua prima raccolta del ’64 intitolata Dialoghi per non morire (allora presentata da Giuseppe Ungaretti: quasi una “investitura” poetica), avevano fatto seguito le plaquettes Maggio a Viboldone (1985) e Nell’ampio e nell’altezza (1987), quest’ultima preceduta dal volume di poesie In purissimo azzurro (Garzanti, 1986). Seguirono poi i Notturni (Scheiwiller, 1987), All’accendersi della prima stella (i., 1988), Dialoghi per non morire (i., ristampa, 1989), Improvvisi (i., 1990), Myriam di Nazareth (Ed. Ares, 1992), Gli occhi dell’universo (1995), Il cappotto di Montale (Scheiwiller, 1996), I bambini hanno bisogno (Interlinea, 1999).

Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. “Un grande poeta – disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi –, ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.

Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. Una strada fatta di preghiera, di ascolto e di laborioso silenzio, con gli occhi rivolti a Maria, “poetessa che spinge il suo sguardo / nei secoli dove la chiameranno beata”.

Fiore era talmente innamorato di Maria, da riconoscerne i tratti moderni, attualissimi, nel volto di una homeless con figlio al seguito, su una strada addobbata per le feste natalizie, tra gente frettolosa e distratta, di una qualunque città dell’opulento mondo occidentale. Scriveva: “Maria era tutta vestita di nero, /stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. //Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo…”.

Una sorta di Natività mendicante che, come possiamo vedere, ben poco ha da spartire con l’immagine, oleografica e un po’ dolciastra, di tanta poesia devozionale mariana.

La fede e nient’altro

Battezzato in San Pietro, il poeta ha abitato per quasi trent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica gli fece dono – a lui, “cattolico apostolico romano” – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.

Fiore aveva otto anni infatti quando assistette, da ignaro testimone, a quel terribile evento, e solo qualche mese prima, nel luglio ’43, era rimasto per dieci ore sepolto insieme a sua madre sotto le macerie nel bombardamento del quartiere San Lorenzo al Verano, che costò più di tremila morti e tanti feriti. Una storia spaventosa che non vorrà, né potrà, mai dimenticare. “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce/ della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti d’Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”.

Versi “semplici e terribili”, li ha definiti Mario Luzi, “che affondano nella carne viva del nostro secolo”. Versi emblematici nell’offrire le coordinate spirituali della storia di un poeta, di un uomo.

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la fede nella poesia e nei poeti, la ricerca di Dio non in astratto, ma “nel sangue e nel grido della Storia”, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi della sua poesia, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “La fede e nient’altro è la vita – scriveva lui –; il resto non conta, è Storia”.

“Che posto occupa la Madonna nella sua vita di ogni giorno?” – gli chiesi nel corso dell’intervista che realizzai nella sua abitazione romana. Una casa, ricordo, che era un guscio di vive memorie, così zeppa di quadri e di disegni, quasi presenze sacrali i molti volti che occhieggiavano dai muri: lo sguardo felino di Giuseppe Ungaretti, il fiero profilo di Sibilla Aleramo, la verace vitalità di Anna Magnani, splendida interprete di Roma città aperta, a cui Fiore aveva dedicato versi di intrigante bellezza. Lari domestici in quotidiano, ininterrotto colloquio col poeta.

- “Che posto ha Maria nella sua vita?” – gli domandai.

-”Oh, un posto molto importante: Lei è costantemente presente nella mia mente e nel mio cuore”.

- “E’ vero che ha un rosario regalatole da Lucia dos Santos, la veggente di Fatima?” – gli chiesi a bruciapelo -. “Come lo ha avuto?”

- “Ah, questo è un segreto…” – rispose lui.

- “Non vuole raccontarcelo?” – lo incalzai.

- “Le cose sono andate così: un giorno, molti anni fa, ebbi l’indirizzo di Suor Lucia a Coimbra e così decisi di scriverle. Non l’ho mai incontrata, naturalmente, perché lei vive in clausura e non vede nessuno da molto tempo. Nella lettera io le parlai di me, ma soprattutto le parlai di Lei, di Maria. Ne nacque una corrispondenza, e un giorno con mia grande sorpresa – senza che avessi osato chiederglielo – Suor Lucia mi inviò un rosario, a cui sono legatissimo: è con esso infatti che mi preparo ogni giorno alla chiamata del Signore”.

Lo ha scritto anche in una delle sue più recenti poesie: “Lasciami camminare / Madre di Dio, nel tuo rosario finale, /arco che squaderna luce e tenebre. / C’è tanto buio ancora, figlia di Sion,/ ma voglio, nella salita aspra, superare / ogni prova, per ritrovare mia madre, /la Rosa che s’ingioia nel tuo Segreto:/ l’Amore incarnato dell’Unigenito Figlio…”.

- “C’è qualcosa di cui lei ha paura, signor Fiore?” -, gli domandai prima di congedarmi.

- “Sì” – rispose lui prontamente -, “ho paura della menzogna, della calunnia: ho paura delle piccole cose ordite dagli uomini meschini. E poi mi terrorizza la burocrazia, la storia delle bollette e dei certificati mi sconvolge, mi smarrisce… Piccole cose: come vede” – spiegò con un sorriso -, “non grandi cose mi fanno paura”.

E poi, come indovinando il filo segreto dei miei pensieri, aggiunse: “Io non temo la morte, sa, non la temo assolutamente, perché so che essa è soltanto un passaggio. Verso Dio, la gioia senza fine”.

In quella gioia ora il poeta di Maria potrà contemplare, come desiderava, il volto tanto anelato della Madre.

Maria Di Lorenzo

Copyright (C) Madre di Dio n. 12 – dicembre 2002

Nasce il blog della rivista In Purissimo Azzurro

Pubblicato da: inpurissimoazzurro su: 10 Luglio 2009

Nasce oggi il blog della rivista culturale “In Purissimo Azzurro” fondata e diretta da Maria Di Lorenzo.

Mentre la rivista manterrà il suo carattere periodico, con tre-quattro numeri all’anno, e testi rigorosamente inediti, il blog ospiterà invece testi già editi segnalati da voi e tutte le nostre news dell’ultima ora: eventi e appuntamenti, corsi e concorsi e molto altro, per essere sempre aggiornati su quel che bolle in pentola in Italia e fuori per quanto concerne il mondo della cultura.

I principi ispiratori di questo blog sono gli stessi che animano la rivista: voci della cultura contemporanea a confronto con l’Assoluto.

Aspettiamo i vostri contributi.

E vi diciamo grazie per la vostra assiduità.

In Purissimo Azzurro

"Ora è notte.
Oltre la finestra a croce,
in purissimo azzurro,
oltre un fantastico candido
lenzuolo, teso
ai fili eterni della Storia implacabile,
scorgo, ed è silenzio,
ferma la stella
e le mura incrollabili
di Gerusalemme d'oro..."
.
Elio Fiore

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