Il bluff delle case editrici

Per gentile concessione di Martino Dettori, che ne è l’autore, pubblichiamo in forma integrale l’interessante articolo sul bluff delle case editrici pubblicato il 5 luglio 2009 da IL JESTER. La pagina a cui si puo’ far riferimento è la seguente: http://www.iljester.it/il-bluff-delle-case-editrici.html

Gutenberg-1

Qualche tempo fa scrissi il “Bluff dei premi letterari“, descrivendo le insidie illusorie che stanno dietro eventi spesso autocelebrativi o comunque non certamente indirizzati a scoprire giovani talenti. Allora promisi che molto più avanti avrei scritto qualcosa riguardo molte case editrici che, lungi dall’essere davvero interessate all’opera dello scrittore (indipendentemente dalla sua qualità che potrebbe anche essere persino sublime), hanno solo l’unico e non tanto malcelato obiettivo di fare cassa a spesa dei novelli autori.
Un vero e proprio giro d’affari questo, che viene a congiungersi con i finanziamenti pubblici all’editoria, e che di fatto ha contribuito a decretare la morte della letteratura italiana, chiudendo porte, porticine e cancelli ai giovani (in senso letterario) manovali della penna. Già, perché a questo punto non interessa più a nessuno scoprire un talento dello scrivere; interessa piuttosto scoprire se lo scrittore di turno può essere spennato per bene, facendolo illudere che il suo libro abbia tutte le carte in regola per sfondare.
Ecco che allora il meccanismo è davvero semplice quanto incredibilmente efficace. Lo scrittore, come ben sapete, è sempre alla ricerca di una casa editrice che creda in lui e lo pubblichi. Tanto che, entusiasmicamente, dopo magari qualche annetto di lavoro al pc, prende le proprie sudate bozze, ci spende un bel po’ di quattrini per farne delle copie, e inizia a proporle a destra e a manca, nella speranza che qualcuno si accorga di lui. In molti casi, le redazioni neanche rispondono, facendo venire l’atroce sospetto che la bozza sia passata direttamente dalle mani del postino a quelle del netturbino; altre invece, più cortesemente e più seriamente, dopo aver letto (forse) la bozza, rispondono e comunicano che il libro non è compatibile con la loro linea editoriale (ma le scuse sono tante e delle più disparate), magari invitando lo scrittore a scrivere qualcos’altro (e questa è già una buona cosa). Altre ancora invece cosa fanno? Be’, qualche mesetto dopo aver spedito loro la bozza, chiamano lo scrittore e gli dicono con moderato entusiasmo che sono interessati, ma che vorrebbero colloquiare con lui. Qualche casa editrice neanche spreca telefonate: invia direttamente il contratto di edizione e invita a firmarlo alle loro condizioni (quali, è presto detto). Cosa dire? Ovviamente lo scrittore pare realizzare il sogno di una vita: vedere il proprio libro pubblicato e così veder riconosciuto (anche economicamente) il proprio sudore. Del resto, sfogliando i grandi best seller (anche nostrani), spesso ci diciamo che pure noi saremmo capaci di scrivere certe banalità, dimendicandoci sempre che per arrivare a pubblicarle, ci vuole ben altro che la dote letteraria e il genio, quanto piuttosto un’incredibile fortuna o qualcos’altro. E sono soprattutto questi due ultimi elementi a fare la differenza tra uno scrittore anonimo e uno scrittore di successo.
Dicevo che la casa editrice chiama lo scrittore e gli sottolinea l’interessamento. Se non gli spedisce il contratto per posta, lo invita a contattare la redazione per discuterne i termini. Chiaramente, la prima cosa che il novello Manzoni fa è verificare che il tutto non sia un’illusione. Perciò, prendendo coraggio, chiede: “Ma devo per caso pagare, per pubblicare il libro?” Loro ovviamente sorridono sornioni e dicono: “Ma no. Non deve pagare un centesimo. Siamo una casa editrice seria noi. Non chiediamo soldi ai nostri scrittori! Sta scherzando?”.
A quel punto, pollo è chi non coglie l’occasione al volo. Così, entusiasta della fortuna che probabilmente gli sta sorridendo, l’autore fissa l’appuntamento con l’editore o con il suo segretario e già vola verso un futuro fatto di appuntamenti letterari, interviste, librerie, Premi Letterari ecc. ecc.
E via sognando, il giorno dell’appuntamento arriva. Con il cuore in gola, con la bozza sottomano, con il vestito della festa, l’esordiente si presenta all’indirizzo della casa editrice, che può essere locata indifferentemente in un anonimo appartamento in periferia, oppure in un elegante attico in centro. Entra, si accomoda e attende che il titolare lo riceva e gli garantisca fama e onore. E lui (l’editore), dopo averlo fatto attendere un po’ (mossa psicologica!), lo riceve eccome! Gli viene incontro e gli stringe la mano, sottolineando il fatto che il libro ha destato il suo personale interesse.
Così, dopo aver messo a proprio agio lo scrittore, si prodiga in liturgie lamentose sullo stato dell’editoria nostrana, evidenziando quanto questa sia in difficoltà e considerando che gli scrittori sono tanti e che la qualità è bassa. Poi, sospirando affronta l’argomento bozza e dice all’aspirante Dickens cosa faranno del suo lavoro, rimmarcando la fortuna che gli è capitata: perché non a tutti è concesso il privilegio di vedere il proprio libro preso in considerazione. Il 90% degli autori, infatti, viene scartato. D’altra parte – prosegue l’editore – la bozza necessita in ogni caso di un’attenta lettura (in alcuni casi) da parte di un loro non meglio identificato comitato. Insomma, paventa una strada non completamente in discesa, fino a dire all’autore che la decisione non è definitivamente presa e che sarà presa solo dopo il termine della lettura. Pertanto invita il novello Moccia (sic!) a non illudersi, poiché loro non sono l’Einaudi o la Mondadori e con loro non c’è da diventare ricchi.
Lo scrittore in erba naturalmente annuisce e cerca di capire le difficoltà. Non si illude, e anzi, in un certo senso inizia a essere pessimista, tanto che i sogni di poco prima cominciano a venarsi di delusione. Ma l’editore lo incoraggia: “Suvvia, non si preoccupi. La sua bozza ha destato il nostro interesse, però deve capire che prima di inoltrarci nel progetto e investire dei soldi, vogliamo essere sicuri che sia un lavoro valido. Perciò, spero avrà pazienza e attenderà qualche settimana, prima di ottenere una risposta certa.”
Il futuro Moravia capisce. “E cosa potrei altrimenti fare?”, si domanda. Così, dopo un’ultima stretta di mano, si congeda (o meglio lo congeda l’editore), sperando in una risposta positiva, che guarda “caso” arriverà dopo circa tre o quattro settimane. E il tono sarà quello di chi ha scoperto il nuovo Dante, il neo Manzoni, il novello Stephen King. Il libro ha colpito e lo scrittore urla quasi di gioia: qualcuno finalmente ha capito l’artista che c’è in lui e ha riconosciuto appieno il suo lavoro e la sua fatica, tanto da essere invitato immediatamente alla stipula del contratto di edizione che prevede un tot di compensi per ogni copia venduta e che prevede che la promozione e la distribuzione del libro siano completamente a carico dell’editore. Più di così, verrebbe da dire, non si può. E invece…
Invece l’inghippo c’è, sebbene spesso non sia scritto in nessun contratto. L’editore, dopo aver dipinto un futuro da premio letterario e da grandi case editrici, sottolinea ancora una volta al fiducioso autore che loro non pretendono soldi dai loro autori e che il suo libro è un piccolo capolavoro della letteratura moderna (il che potrebbe anche essere vero). Come già aveva detto al telefono, la sua è una casa editrice seria. E allora il novello Kafka, udendo ciò, confortato dalla prospettiva, chiede il contratto con la mano che gli prude per mettere la firma, prima che il suo interlocutore cambi idea. Ma l’editore, in verità, non ha alcuna intenzione di cambiare idea… anzi, vuole andare fino in fondo, così presenta l’agognato pezzo di carta e invita lo scrittore a leggerlo. Lui vorrebbe firmare subito, ma l’editore gli sottrae il foglio con un sorriso e gli di dà l’inaspettata mazzata: “Be’, chiaramente, signor Autore, lei dovrà acquistare almeno cento copie del suo libro a un costo agevolato pari all’80% del prezzo di copertina”.
Lo scrittore con la penna a mezz’aria sorride ebete. “Come? Non me le date gratis le copie?” chiede.
L’editore annuisce. “Be’, sì. Dieci copie le spettano di diritto (è scritto nel contratto), ma le altre le deve acquistare, altrimenti non è possibile instaurare il rapporto.”
Che fa lo scrittore, secondo voi? Potete immaginarlo: pur di vedere pubblicato il suo libro, accetta e compra le copie. Firma il contratto e continua a sognare. Peccato però che non saprà mai se la casa editrice poi abbia davvero pubblicato le duemila copie indicate nel contratto, oppure si sia limitata a stampare le cento copie da vendere all’autore. Ci vorrebbe una causa civile per scoprirlo, e la maggioranza degli autori non ha né tempo e né soldi da spendere in ricorsi giudiziari. Così, la promozione del libro rimane lettera morta, e i compensi… be’ i compensi per le vendite, siccome sono scalari – cioè l’importo per ogni libro aumenta in base al tot di libri venduti (es. 0,01 cent. a copia per vendite che non superano le cento copie vendute, 0,10 cent. a copia per vendite che non superano le cinquecento copie vendute e così via) – chiaramente saranno irrisorie, poiché senza un’adeguata attività promozionale e una opportuna e necessaria diffusione nelle librerie (che costa!!!), il libro rimane a futura memoria di parenti e amici, un monumento alla perdita di tempo.
Va da sé, infine, che a questo punto viene l’atroce sospetto che i complimenti, l’idea che il novello autore sia un nuovo Manzoni, un nuovo genio della penna, questo tipo di case editrici li riserva a tutti gli ignari autori (bravi o pessimi che siano)… con la conseguenza che il loro guadagno lo ottengono non già dalla distribuzione dei libri (che presenta notevoli spese e che dunque non conviene, tant’è che difficilmente l’autore troverà il proprio libro in una qualsiasi libreria), bensì dalla vendita degli stessi all’autore. Per fare un esempio: se il libro costa 10,00 euro, e l’autore ne deve comprare 100 copie, la casa editrice già incassa dall’autore per la stampa del libro 800 euro. Moltiplichiamo questa somma per una ventina di autori e abbiamo un importo pari a 16.000 euro.
Questa, signori, è certa editoria nostrana. Chiaramente, non tutte le case editrici piccole o grandi si prodigano in un siffatto deprecabile sistema. Moltissime sono oneste e davvero credono e investono negli scrittori che contattano: queste sono case editrici serie! Ma sono davvero poche rispetto alla stragrande maggioranza che chiede o denaro per la pubblicazione, oppure impone all’autore l’aquisto di un tot di copie per inziare e/o proseguire il rapporto editoriale. E certamente non sfugge alla cattiva tendenza anche la casa editrice che manda il contratto direttamente a casa: questa a volte è più sfacciata, poiché fa capire chiaramente che l’efficacia del contratto è subordinata all’acquisto di un tot di copie. Così, quando si deve rispedire il contratto firmato, è necessario allegare copia della ricevuta del bonifico.
Ovviamente non posso fare nomi di case editrici avezze a simili sistemi. Quello che posso solo dire è che se avete un libro da pubblicare e vi rivolgete a un editore, state semplicemente in guardia. Se vi chiede di acquistare un tot di copie dei vostri libri, allora capirete quanto quell’editore creda nella vostra opera, e questo – ribadisco – a prescindere dalla sua qualità, che potrebbe anche essere nettamente superiore al best seller di turno…

Copyright (c) Martino Dettori – All rights reserved

Posted on 1 settembre 2009, in editoria and tagged . Bookmark the permalink. 4 commenti.

  1. Questo articolo strappa un sorriso amaro, perché tratteggia con chiarezza come stanno le cose per noi illustri carneadi. Sto sperimentando sulla pelle la frustrazione di avere il capolavoro del secolo nel mio piccì (!) e l’estrema, titanica difficoltà a essere quantomeno scartato dall’editoria che conta almeno DOPO essere stato letto. Per un esordiente è forse più facile vedere il Papa in bicicletta in P.zza Garibaldi che trovare qualche briciola di attenzione tanto che, STRANO, le case editrici pronte a rispondere celermente ai desideri di gloria sono proprio quelle che pubblicano “a pagamento”.
    Giusto qualche giorno fa sono stato contattato da una di queste, a solo un’ora del mio invio a mezzo mail di lettera di presentazione e sinossi.
    L’esimio direttore editoriale mi ha intrattenuto al telefono almeno 40 minuti, tratteggiando il panorama “da fame” di loro, piccoli editori schiacciati dalle spese, dai costi di stampa, dai grandi nomi e gruppi che fanno il mercato.
    Il bello è che mi proponeva di pubblicare senza manco avere ancora letto il manoscritto, sicuramente un capolavoro, ma a giudicarlo tale purtroppo non deve essere l’autore…

    Quindi cosa fare? Piegarsi al supermercato del libro che sforna centinaia di titoli al giorno belli profumati come saponette e autocomprati dagli stessi autori? Con molti di questi che poi si vantano di “aver pubblicato”…
    Certamente ci sono illustri nomi che iniziarono in questo modo, ma la strada più tortuosa è forse più soddisfacente e affascinante.
    Conviene sperare che la qualità e bontà letteraria, se ci sono, prima o poi vengano fuori.
    Fabio Carapezza

  2. inpurissimoazzurro

    Caro Fabio, quello che tu dici – mi permetto di darti del tu – è purtroppo vero. Purtroppo perchè si vorrebbe che non fosse così. Ma è così, e oggi è tremendamente difficile pubblicare in modo serio. Piu’ difficile che in passato, io ho cominciato negli anni Novanta e già allora la situazione pareva sconfortante. Oggi siamo all’agonia.
    Internet poi ha, da un lato, appagato le pretese scrittorie di tanti – che hanno poche cose da dire, ma sono forti del loro desiderio di dirle – favorendo la diffusione, on demand, di ogni lista della spesa o elucubrazione mentale; dall’altro, ha creato la falsa illusione che basta scrivere due cosine sul web per potersi definire pomposamente scrittori, come una volta si imbrattava i muri ma non per questo si era graffitari o artisti, al massimo imbianchini…
    Grazie per averci scritto, e per aver posto il problema, anche alla luce della tua esperienza. La notte, si dice, è madre del giorno. Aspettiamo quel giorno, con trepida necessità.
    Un caro saluto.
    Maria Di Lorenzo

  3. Si è aperta la stagione venatoria e si è aperta la caccia a un editore che intenda fare davvero il suo lavoro. Riporto qui di seguito l’interessantissima lettera recapitatami da casa editrice della quale occorrerà tacere il nome per buona creanza.

    Gent.le Autore, cara Autrice, (già le lettere generiche danno parecchio i nervi)
    l’unione fra (vengono riportati “importantissimi” nomi del panorama letterario mondiale!) è diventata finalmente una realtà. I nuovi programmi della società, il forte aumento del capitale sociale e dei nuovi investimenti, rappresentano una sinergia di garanzie e di impegno che si trasformeranno in tanti vantaggi e opportunità per gli autori (per gli autori o per loro stessi? La risposta è semplice, visto che a piè di pagina è riportato il capitale sociale, corrispondente a centoventimila euro interamente versati).

    Nei programmi della casa editrice, oltre all’apertura di nuove librerie e di nuove collane di letteratura (ci credo, il numero dei ciucci che pubblica a pagamento aumenta in modo esponenziale) c’è quello di pubblicare una rivista a diffusione nazionale che uscirà entro la fine dell’anno e accoglierà, oltre a firme importanti della letteratura, soprattutto i nostri poeti e scrittori con recensioni, testi, poesie e interventi, a cui i nostri autori saranno abbonati di diritto (sono quelle riviste che non legge nessuno insomma, a parte gli illusi sostenitori delle loro tasche).

    L’iniziativa editoriale di questo autunno è rivolta a lei e agli altri poeti che durante questi anni (ebbene sì, feci il pivelliano errore di mandargli i miei scritti circa tre anni fa) ci hanno confermato la loro fiducia superando le nostre selezioni (in realtà l’unica selezione da superare è decidere se sborsare sudati soldini o meno) e dei quali abbiamo già letto le opere. L’invito personale riguarda la pubblicazione di un suo volume di poesie (adesso me so’ specializzato nei racconti, perché la poesia non vende un bip) nella Collana (si riportano poi i dettagli), una collezione di libri di poesia di raffinata eleganza mai realizzata prima.

    Come lei sa, (sono amico di Socrate, non so niente!) grazie alle selezioni serie e puntuali effettuate negli anni dalla casa editrice, questa splendida collezione di poesia è cresciuta molto affermandosi e ritagliandosi un posto di prestigio nel campo della poesia contemporanea e della letteratura italiana (potevano scrivere “mondiale” per rendere l’effetto scenico ancora più efficace).

    (…) Per aderire alla pubblicazione è sufficiente (alla faccia della sufficienza!) prenotare 150 copie del suo volume con uno sconto del 25% per un ammontare complessivo di euro 1.350,00 pagabili con diverse modalità (sono gentili a fornire le opzioni), secondo le sue esigenze, anche in piccole quote mensili: una straordinaria opportunità editoriale (sì, per far aumentare il capitale sociale).

    ADERISCA SUBITO

    Segue la chiusa in cui si invita il nuovo Carneade a inviare una raccolta di 40 poesie, (ma non avevano detto che le avevano già attentamente vagliate?) allegando le due copie autocopianti del contratto, da sottoscrivere e rispedire alla sede.

    Questa è la mail di risposta che ho inviato questa mattina:

    “Fatemi la cortesia di cancellare dai vostri archivi i miei recapiti postali ai
    sensi della legge 96/2003, perché è umiliante vedersi recapitare a casa un
    contratto da sottoscrivere e rispedire con mie eventuali 40 poesie (non vi
    interessa manco leggerle prima allora?? Potrei scrivere in queste che molti
    operatori dell’editoria a pagamento sono dei truffatori!). Non è che noi
    illustri esordienti siamo tutti fessi, e fessi sono coloro che aderiscono a
    iniziative tipo la vostra fregiandosi poi del titolo di “scrittori” e di aver
    “pubblicato”….

    Per non parlare della grottesca clausola che leggo al punto 12 del vostro più
    che trasparente contratto: “(…) L’Autore non potrà interferire sul progetto
    di realizzazione grafica del libro, le cui caratteristiche tecniche (formato,
    impaginazione, colori, materiale cartaceo, ecc.) sono già state scelte dalla
    Casa Editrice nell’ottica della realizzazione di un prodotto di ottimo livello
    commerciale”.
    In pratica, all’Autore (lo metto in maiuscolo come avete fatto voi) non è
    concesso di partecipare in modo vivo alla realizzazione di quella (e non
    dimenticatelo) che in fondo è una sua idea, con l’eventuale risultato di
    vedersi il frutto di questa idea impaginato con carta di bassa qualità, senza
    opportuna copertina, o senza quella personalizzazione essenziale per dare
    carattere e forza a un testo.
    Stiamo messi malissimo con l’editoria a pagamento.
    Meglio tenersi i soldi in saccoccia oltre ai propri sogni a questo punto,
    perché un sistema come il vostro non fa che standardizzare la produzione
    artistica fino a ridurla a un supermarket, dove anche le mele marce finiscono
    per brillare.
    A malincuore e deluso, vi auguro BUON LAVORO e buon proseguimento”.

    Viene da approvare l’apertura della caccia, ma si dovrebbe cambiare bersaglio…
    Fabio Carapezza

  4. In questo post riporto per correttezza la mail di replica della Casa Editrice della quale ho parlato ieri.

    Così risponde il direttore editoriale:

    “Gent.mo sig. Fabio Carapezza,

    la segreteria mi ha passato la sua e.mail il cui contenuto è stato oggetto della mia massima attenzione. Mi rendo conto delle difficoltà e dei conflitti che vive un autore emergente con il mondo dell’editoria, ma secondo me non bisognerebbe avere pregiudizi senza aver prima avuto un contatto chiarificatore. La nostra lettera d’invito viene inviata solo ad autori di cui abbiamo già letto le opere (ma allora perché mandano il contratto chiedendo di rispedirlo insieme a 40 poesie?). Ma come avrà visto il contratto non è firmato dall’editore che lo firmerà solo se le poesie sono in linea con le aspettative, caso contrario tutto verrà restituiro all’autore, è solo un modo per risparmiare un passaggio postale (ah ecco, qui ha risposto. Però qual’è quell’editore disposto a rinunciare a 1350,00 euri solo perché le poesie sono eventualmente di dubbio valore?)

    In merito all’art. 12 del nostro contratto, quella che può apparire una clausola vessatoria è invece un modo di proteggere l’autore da se stesso. Infatti, i nostri autori possono intevenire quando vogliono sulla grafica del libro e sulla qualità dei materiali, possono discutere con la redazione, parlare col direttore editoriale, sviluppare idee etc. Ma se, come in tutti i contratti di edizione seri, non ci fosse questa clausola, l’autore potrebbe pretendere in copertina ( come è successo) anche la foto di sua nonna in costume da bagno e una carta arancione per l’interno, senza che l’editore possa obiettare alcunchè (dovrebbe valere il buonsenso da parte di entrambi le parti, non credete?)

    Il fine di questa clausola è quella di realizzare il miglior prodotto editoriale possibile. Ovvio che se l’autore propone delle cose realizzabili la casa editrice è ben felice di accontentarlo, anche se l’autore dovrebbe fare l’autore e l’editore fare i suo mestiere che è quello di realizzare libri. I nostri materiali di realizzazione sono, inoltre, in assoluto i migliori del mercato anche se un libro di poesie è un libro di contenuti e, di norma, non avrebbe bisogno di una veste editoriale di particolare pregio (seguono esempi di collane della concorrenza di dubbia qualità secondo il direttore, i cui nomi è opportuno omettere…Mica posso bruciarmi tutti i contatti prima di avere vinto il Nobel!!)

    Le altre considerazioni della sua lettera, mi dispiace dirlo, ma fanno parte di un corredo di generalizzazioni a cui siamo purtroppo abituati. E’ vero infatti quello che scrive che l’editoria a pagamento presenta aspetti, diciamo così, particolari. Com’è altrettanto vero che esistono editori che in questo settore svolgono egregiamente il proprio lavoro, specie in poesia dove non è in alcun modo possibile pubblicare un libro senza il contributo dell’autore.

    Comunque la ringrazio per aver letto la proposta della mia casa editrice e le invio i miei più cordiali saluti”.

    E con questo penso di avere fornito il mio contributo al tema trattato.
    Fabio Carapezza

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