Congdon, l’artista ‘naufrago’ ferito dalla vera bellezza
di ANTONIO GIULIANO
Per uno strano scherzo del destino William Congdon nacque il 15 aprile del 1912. Lo stesso giorno in cui affondò il «Titanic». Una coincidenza in cui anche l’artista americano vedeva di riflesso la sua vita «sempre sull’orlo del naufragio». Spirito ribelle e anticonformista, il giovane pittore statunitense ha sempre sfogato nei suoi dipinti l’insopprimibile bisogno di veleggiare verso orizzonti più ampi. Al punto che la sua biografia può leggersi oggi come un romanzo. Proprio come ha fatto Pigi Colognesi in questo testo appassionante, costruito sulla base di un ipotetico carteggio frutto di testimonianze vere e di un’amicizia reale.
Ci sono le tappe decisive dell’esistenza di Congdon: l’infanzia tormentata pur in una famiglia benestante, il periodo snob trascorso all’università di Yale, l’arruolamento volontario nell’associazione «American field service» che durante la seconda guerra mondiale prestava soccorso ai feriti in battaglia. Tutte esperienze che lo condurranno fra i protagonisti della scuola newyorkese del’«action painting»: un cenacolo di artisti che condivideva un forte senso di libertà espressiva che talvolta diveniva anche rabbia e qualcuno finì per definirli il gruppo degli «irascibili».
Per Congdon quando dipingi sei convolto pienamente nell’azione (action) che stai compiendo, è come un parto o un’operazione chirurgica dalla quale ti aspetti che nasca qualcosa in grado di salvare te o l’oggetto che stai tentando di raffigurare. Il risultato è un espressionismo astratto per cui anche una macchia di colore può diventare un quadro importante. Dietro c’è la convinzione che guardare un’opera non vuol dire capirla, ma esserne interrogati perché l’arte autentica, apre una ferita, è «un’avventura dello sguardo » che non finisce mai.
Ma il potere ‘divino’ dell’artista nel creare acuiva in Congdon il desiderio di comprendere il significato del mondo. E la sua sofferenza interiore lo portò anche sul punto di farla finita. Quando la sua esistenza sembrava andare a picco, trovò un ancora di salvezza ad Assisi, «l’unico posto veramente felice in Italia» dirà poi. Da lì cominciò la sua conversione al cattolicesimo e l’inizio di una nuova consapevolezza. Un giorno affermerà: «Dostoevskij disse che l’arte è un campo di battaglia dove Dio e il diavolo si contendono il cuore dell’uomo. Io ho sempre vissuto su questo campo di battaglia. Io sono questo campo di battaglia ».
L’amicizia con i giovani di don Giussani confermò la definitiva «resa» a Dio e la coscienza di un rinnovato stupore verso la realtà: «L’artista – scrisse Congdon – è come un bambino che si sorprende e piange di commozione di fronte al semplice esserci della realtà. Perché l’arte è una finestra sulla vita oltre la morte, sull’immortalità delle cose». Certo, era sempre forte la percezione della propria debolezza e non è un caso se nessun altro soggetto come i crocefissi hanno accompagnato a lungo la sua pratica artistica. Ma ora si sentiva in un porto sicuro. «Prima della conversione – spiegò – ogni quadro era per me come un salvagente per l’uomo che affoga».
Pigi Colognesi
WILLIAM CONGDON.
L’AVVENTURA DELLO SGUARDO
San Paolo. Pagine 234. Euro 16
(Copyright Avvenire 27 agosto 2009)
Posted on 2 settembre 2009, in arte and tagged pittori, william congdon. Bookmark the permalink. Lascia un commento.















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