Racine era cristiano. Parola di Girard
Contro il giudizio di Barthes, il critico francese afferma la reale conversione del poeta secentesco

di LORENZO FAZZINI
Port-Royal-Parigi. E ritorno. Racine, il genio del teatro francese del Seicento, considerato uno dei più grandi poeti transalpini (e, di rimando, dell’intera letteratura occidentale), non è da annoverare tra gli agnostici pre-rivoluzionari né va identificato in un Voltaire ante litteram, perché fece rientrò nella comunità dei credenti in Cristo a pieno titolo. E la ‘certificazione’ di tale percorso religioso arriva da uno dei più grandi studiosi di letteratura e critici letterari di oggi, René Girard, docente a Princeton e celebre per la sua teoria del «capro espiatorio », sviluppata in diversi saggi (in Italia editi da Adelphi).
Orbene, nella recente edizione delle opere di Racine, appena pubblicata nei Meridiani Mondadori a cura di Alberto Beretta Anguissola (i testi drammaturgici presentano traduzioni di Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi e del grande Mario Luzi, tra gli altri), è tutto da leggere il saggio introduttivo di Girard. Che rimette le cose a posto sia sul piano criticoletterario che biografico- religioso rispetto all’autore secentesco di Fedra. Anzitutto, sul piano critico Girard, nel suo intervento intitolato «Poesia e religione nel teatro di Racine», prende le distanze dall’interpretazione di Roland Barthes, quella andata per la maggiore nel Novecento, e che vede nel poeta secentesco il cantore di ‘due amori’, uno passionale e uno virtuoso. Come se il commediografo volesse purificare l’antica tradizione greca Barthes – sostiene Girard – rimprovera al poeta di ricorrere ad un concetto (l’idolatria) «che non esiste presso i pagani». Tale richiamo risulta «essere pedante e non coglie l’essenziale, cioè il fatto che l’iperbole preziosa, per quanto possa essere formulata in modo goffo, denuncia la verità della condanna giansenista dei costumi di Versailles».
Per Girard, invece, «capire e apprezzare Racine significa prendere tutto alla lettera senza guardare né a destra né a sinistra. Per Racine la verità è cristiana. (…) La poesia delle tragedie greche è prima di tutto seduzione idolatra. (…) Il desiderio di dominio si rovescia immancabilmente in schiavitù». Girard poi rievoca i tratti salienti della vicenda esistenziale di Racine, l’educazione nel seminario annesso al monastero giansenista di Port-Royal, quindi l’arrivo a Parigi e l’ingresso nella corte di Luigi XIV. E Girard puntualizza il ritorno religioso, meglio ancora la conversione, di Racine dopo i fasti parigini.
«I motivi per mettere in dubbio la sincerità di questo ritorno alla fede religiosa mi sembrano meno che insufficienti. Sono inesistenti» puntualizza Girard, che si rifà all’opera reciniana di elogio del feudo giansenista, l’Abrégé de l’histoire de Port-Royal, come comprova di un rientro nella Chiesa: «La rinuncia al teatro e la conversione religiosa si verificano contemporaneamente e formano un tutt’uno». Nel suo testamento Racine chiese di essere sepolto nel monastero. E in una lettera del 1695 scriveva al figlio JeanBaptiste: «Il maggior dispiacere che potrebbe capitarmi sulla terra sarebbe venire a sapere che siete un non devoto e che Dio vi è diventato indifferente».
Copyright (c) Avvenire 27 agosto 2009
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