Baaria, un flop annunciato?

Un lavoro importante ma riuscito solo a metà

imm

«Baarìa» è sogno e sfida. Un kolossal che però non decolla perché troppo affollato di rimandi storici e di personaggi


DA VENEZIA
FRANCESCO BOLZONI

Un film italiano inau­gura la Mostra vene­ziana del cinema. Un fatto raro. Giuseppe Tornato­re ha senza dubbio, la statu­ra internazionale per farlo e sono lì a dimostrarlo alcune fra le opere più interessanti dell’ultimo nostro cinema da lui realizzate. Ma ho l’im- pressione che Baarìa (sta per Bagheria, luogo natale del­l’autore, e il regista l’ha rico­struita con l’apporto prezio­so dello scenografo Maurizio Sabattini nell’Africa araba dove, secondo lui, le com­parse hanno visi più sofferti, attendibili di quelli italiani) , pur lavoro complesso e am­bizioso, non sia del tutto riu­scito. Non che gli elementi in­teressanti vi manchino, gli at­tori non siano bravi, siano as­senti sequenze di bell’effet­to. Tornatore ha le carte in re­gola ma gli sfugge l’insieme troppo affollato di rimandi storici e di personaggi.
Il tema del film non era sem­plice.

Si trattava di racconta­re settant’anni di storia pa­tria scegliendo come luogo di osservazione un borgo si­ciliano che da piccolo picco­lo si è fatto un grosso centro abitativo. Tratto d’unione tra le due realtà – una legata ai ri­cordi e l’altra collegata alla nostra esistenza – il sogno di un ragazzino (sarà il prota­gonista della storia) che, messo in castigo da una bi­sbetica maestra, si risveglia, esce dalla scuola e corre. Du­rate la corsa incrocia un altro ragazzino. Una metafora. Questo scambio di staffetta consente a Tornatore di con­frontare l’ieri (un passato di miseria) all’oggi quando tut­to pare profondamente mo­dificato. Ma è la natura del­l’uomo che non è mutata. Il bene non l’ha sempre vinta sul male. Le utopie cadono. Ma rimangono i prepotenti e la mafia sembra trionfare.

Non è probabilmente il ‘messaggio’ del film che ci fa velo. Un autore può esse­re pessimista. La questione centrale resta sempre il mo­do con cui il discorso è arti­colato, come un’epopea, che può sì accogliere anche ele­menti grotteschi o ridicoli o fortemente sentimentali co­me qui avviene, segue il suo ritmo, finisce per convincere chi la ascolta. Qui, in Baarìa, non convince il declamato alto che Tornatore ha voluto imprimere alle immagine so­vraccaricandole di figure in movimento sia in tempo in cui l’agitarsi della gente pa­reva meno frenetico di oggi che in questi anni che sem­brano a volte prossimi al caos.

Ma la memoria, specie se profondamente parteci­pata, non sempre consente il proclamato alto. Abbisogna di sospensioni, di silenzi, di punti fermi. La scrittura di Tornatore che in altre occa­sioni conobbe la pazienza del ‘rallentato’ qui si fa come impazienze, è simile allo scorrere del tempo che tutto pare trascinare con sé e tri­turare. Muoiono le utopie. Le speranze spariscono. Un so­gno di ragazzo – colpire con un sasso le tre punte di pic­chi che si alzano in cima a u­na montagna – non dà luogo alla scoperta di un tesoro an­nunciato da una leggenda popolare ma a un brulicare di serpenti. La stessa festa del santo non è un momento di religiosità popolare. E un ri­to dal sapore pagano. Resta­no, ma come corrosi, gli af­fetti, antiche solidarietà, il rapporto che lega il padre e i figli. E il resto si fa incerto, o­scuro.

Copyright (c) Avvenire 3 settembre 2009

Posted on 8 settembre 2009, in cinema and tagged , , , , . Bookmark the permalink. 1 commento.

  1. …Ma la memoria, specie se profondamente parteci­pata, non sempre consente il proclamato alto. Abbisogna di sospensioni, di silenzi, di punti fermi. La scrittura di Tornatore che in altre occa­sioni conobbe la pazienza del ‘rallentato’ qui si fa come impazienze, è simile allo scorrere del tempo che tutto pare trascinare con sé e tri­turare. Muoiono le utopie. Le speranze spariscono. Un so­gno di ragazzo – colpire con un sasso le tre punte di pic­chi che si alzano in cima a u­na montagna – non dà luogo alla scoperta di un tesoro an­nunciato da una leggenda popolare ma a un brulicare di serpenti. La stessa festa del santo non è un momento di religiosità popolare. E un ri­to dal sapore pagano. Resta­no, ma come corrosi, gli af­fetti, antiche solidarietà, il rapporto che lega il padre e i figli. E il resto si fa incerto, o­scuro.

    Non si può aggiungere nulla, l’autore ha già descritto il capolavoro, ma forse non voleva questo!? Giusi

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