Giuni Russo, l’estasi in una voce

A cinque anni dalla scomparsa, un libro e un dvd ripercorrono la vita e la svolta spirituale della cantante

giuni
DI ANDREA PEDRINELLI

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2004 moriva la cantante Giuni Russo, icona pop di Un’estate al mare nell’82 e poi pudica protagonista di un percorso di fede. Che proprio su Avvenire grazie ad una commovente intervista rilasciata a Gigio Rancilio, venne resa pubblica: e che avvicinò Giuni Russo – anche nella musica – a Santa Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Ebbene, cinque anni dopo può esserci ancora interesse davanti ad una figura tanto anomala, per certi versi scomoda?

Una bella risposta la dà la gente: che ha costretto il Festivaletteratura di Mantova a cambiare sede alla presentazione del cofanetto Giuni Russo da un’estate al mare al Carmelo, libro con cd e dvd che esce oggi per Bompiani. E che avrebbe dovuto essere presentato dall’autrice Bianca Pitzorno e da Franco Battiato, regista del dvd sull’artista, domenica prossima al Teatro Bibiena. Già invece esaurito: tanto che la presentazione avverrà invece, sempre nell’esatto anniversario della scomparsa di Giuni Russo, al più capiente Teatro Sociale (ore 11.30).

I valori di una vita si intersecano con biografia ed aneddotica, nella multiforme testimonianza che l’opera editoriale regala di una Giuni Russo in continua ricerca: di sé e di orizzonti, espressivi ed interiori. Il cd raccoglie i passaggi più decisivi della sua arte, nel recupero di provini originali di canzoni importanti: cui aggiunge un inedito, La sua voce. Del dvd, firmato come detto da Battiato, si parla accanto. E nel libro la scrittrice Bianca Pitzorno ripercorre la vicenda della cantante: la madre persa subito e lezioni di canto (anche già famosa) per migliorarsi; rifiuti e successi; la malattia e la fede. Il tutto detto con accenni dialettali della Sicilia di Giuni e tono colloquiale: perché nasce da un’amicizia, questo progetto che ricorda l’artista cinque anni dopo.

«Sono stata amica di famiglia di Giuni – racconta la signora Pitzorno -. Un giorno, già si sapeva che era incurabile, mi disse: ‘Si dovesse mai scrivere di me vorrei lo facessi tu’. E mi raccontò episodi dell’infanzia. Altri li sapevo, molti li ho scoperti dopo grazie a Maria Antonietta Sisini, che con l’Associazione Giuni Russo Arte mi ha incaricato del libro. Per il quale è stato naturale puntare sull’oralità. Riferirvi i nostri dialoghi. Con però l’intento preciso di narrare il privato di Giuni solo quando ha a che fare col pubblico. Con la vocazione di essere artista».

Dall’insieme esce la natura «guerriera», come la definisce la Pitzorno, di un’artista irriducibile nell’esigenza di libertà. «È questo, credo, che Giuni vorrebbe si ricordasse di lei. Andava fiera di essere stata una delle poche a rimanere libera di fronte all’industria del disco». Di cui peraltro il libro non risparmia né dettagli pirandelliani (come il primo contratto capestro dell’artista) né coraggiosi nomi e cognomi di discografici inetti, o peggio. Però, in alcuni passaggi discutibili delle scelte dell’artista, non si avverte la necessaria distanza critica dell’autrice-amica.

Che ribatte: «Ero dalla sua parte. Anch’io da scrittrice conosco quanto può pressare l’industria. Volevo sottolineare il più possibile che chi ha valore dovrebbe sempre potersi esprimere, anche se è bizzarro od orgoglioso». In compenso, nel delicato capitolo della fede di Giuni, il volume, pur restando approfondito, non cede alla retorica. «Lei era così. Aveva iniziato il cammino di conversione negli anni Novanta ma non ne parlava molto. Non voleva fare l’esempio, né dare spettacolo. Era una cosa sua: che è entrata nella sua arte e alla fine le ha consentito di affrontare la morte con una serenità diversa».

Chissà, forse è stato proprio questo a restare nel cuore della gente, pronta ad affollarsi per ricordare un’artista che comunque, garantisce la Pitzorno a parole e nel libro, non aveva affatto perso il successo scegliendo la libertà. Ne aveva scelto un altro: «Di nicchia, raffinato, faccia lei: c’era». Un’artista che – per dirla con il giornalista Gianfranco Capitta, scelto sul finale a sintetizzare il senso «di una vocazione e di una esperienza umana come quelle di Giuni» – «Cercando per sé l’assoluto» è riuscita a «squarciare a chi l’ascolta» prospettive ultraterrene.

Già. E se magari non vi fosse mai capitato di ascoltare quanta profondità risuona nell’arte di Giuni Russo, provate a cercare il brano La sua figura, ispirato da parole di Giovanni della Croce. Noi l’abbiamo rivisto nel docufilm di Battiato: riprese amatoriali e stonati studi tv, per una Giuni Russo – malata – che canta. Queste parole: «Come un bambino stanco ora voglio riposare, e lascio la mia vita a te». Scuoteva su disco, scuote su video; scuoteva nel ’97, scuote oggi. E per forza che chi l’ha conosciuta renda retorica la nostra domanda se possa interessare ancora Giuni Russo. Con la sua capacità di dare senso, nell’arte e senza gridare, ad un’ansia di tutti. Trovare una risposta: e non avere più paura.

Copyright (c) Avvenire 10 settembre 2009

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3 commenti

  1. Grandissima artista, figura di donna anticonformista e libera. Voce meravigliosa. Cercate anche la canzone LA SPOSA… bellissima.

  2. laura alberico

    La voce nasce sempre dal cuore, è pietra ma anche cristallo trasparente, capace di scomporre la luce e vibrare attraversando l’aria. Giuni Russo aveva la capacità di trasformare la sua voce in uno strumento unico, un’orchestra di modulazioni che si fondono senza perdere di vista quello che gli occhi, il cuore e la mente riescono ad esprimere seguendo le tracce della memoria.

  3. laura alberico

    Il canto del gabbiano

    Chissà perchè quando muore un artista si scopre subito che era grande, che aveva doti eccezionali non riconosciute in vita. La conoscevo poco ma ogni volta che mi capitava di ascoltare “Un’estate al mare” mi sembrava di galoppare con il cuore le quattro stagioni perchè la sua voce modulava i ritmi temporali evocando, più che un’estate priva di inibizioni un autunno mite ma mutevole, una primavera tenera e delicata ma anche un inverno freddo e incantato. Non ho seguito il suo percorso artistico e me ne dispiace ma forse sono stata, senza saperlo, vicina al suo dolore e al suo silenzio, alla sua riservatezza e alla sua forza. La canzone che l’ha resa famosa evoca un desiderio di redenzione e di purificazione che l’estate non ci propone nè ci concede. I gabbiani si posano e sostano, solitari e candidi sulle sporgenze rocciose, in mare aperto lanciando suoni gutturali e fragili come cristallo. Il canto del gabbiano concludeva la sua canzone richiamando alla mente il mare aperto, dove, lontano dalle spiagge, gremite e soffocanti, i candidi uccelli si fermano per riposare e poi si alzano, in volo, liberi verso l’orizzonte.

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