“La strega” di Minnie Alzona

di LILIANA PORRO ANDRIUOLI

A un anno dalla scomparsa di Minnie Alzona, una scrittrice che ci ha lasciato una copiosa produzione fra romanzi e racconti, tutti di notevole livello e molto apprezzati dalla critica, vorrei dedicarle un ricordo, parlando proprio di uno dei suoi romanzi; ho scelto La strega (Milano, Rizzoli, 1964), che è uno dei suoi primi, ma senza dubbio uno fra i suoi più riusciti.

E’ ambientato a Triora, un grazioso borgo della Valle Argentina, nel Ponente Ligure, tristemente famoso per un processo di stregoneria che vi si svolse sul finire del ‘500. A quel processo, di cui si sono occupati diversi storici, s’ispira anche l’Alzona, costruendo, però, una storia, nella quale, come ella avverte in una nota in fondo al libro, i personaggi sono tutti “immaginari”, quantunque gli avvenimenti narrati appaiano, per la dovizia e la precisione dei particolari riportati, desunti con rigore ed esattezza dai verbali di un processo di stregoneria.

Molto verosimile è appunto lo svolgimento dei fatti e fedele la ricostruzione sia dell’ambiente che del periodo storico nel quale la vicenda si svolge. La narrazione, e ce ne accorgiamo fin dalle prime pagine, è di tipo memoriale, scaturendo la trama del romanzo dai ricordi, dai rimorsi e dai rimpianti di un io-narrante, della cui identità sulle prime, l’Alzona, da provetta narratrice, ci svela poco o nulla: il suo profilo infatti viene tracciato lentamente, passo dopo passo, sì da acuire in noi la curiosità e coinvolgerci maggiormente nello svolgimento di questo complesso racconto.

Sapremo così gradualmente che il nostro protagonista è un Vicario dell’Inquisitore di Genova, inviato a Triora per istruire un processo di stregoneria. E poco oltre leggeremo ancora che è un gesuita, studioso di demonologia, il quale, sinceramente convinto di contribuire in tal modo alla “riedificazione della Chiesa”, ha abbandonato le sue ricerche per mettersi a servizio dell’Inquisizione, “in favore di un’azione più immediata” e incisiva nella società del tempo (p. 45). Solo a lettura ultimata, dalla firma riportata in fondo al libro, scopriremo che la persona in questione è Gerolamo del Carretto.

E’ attraverso quanto egli ci narra della sua vita, prima a Triora e successivamente a Genova – una narrazione che può considerarsi una specie di lunga e dolorosa confessione di quanto si agitava nel suo animo confuso – che la scrittrice, nella sua consumata bravura, ricostruisce la storia di quell’esecrando processo, che molte polemiche suscitò per la severità dei suoi inquisitori (specie di quelli civili, inviati in un secondo tempo dal Governo di Genova). Il racconto prende appunto le mosse dall’arrivo di Gerolamo del Carretto nel borgo ligure (siamo nell’autunno del 1587), dove viene accolto da Arrigo Malerba, il medico che ha avuto l’incarico di ospitarlo per tutta la durata della sua permanenza in quella “podesteria”.

Alla vista del luogo il gesuita è subito colto da uno strano senso di disagio, che non è certamente attribuibile alla responsabilità connessa al suo nuovo lavoro, potendo egli vantare una notevole esperienza nel campo, avendo già due processi di stregoneria al suo attivo. E’ pertanto propenso ad attribuire quella strana sensazione ad “un ammonimento dell’inconscio”, quasi ad una specie di presagio che dei tristi eventi stiano per incombere su di lui. Certo è, in ogni caso, che il Vicario comincia a dubitare di quelle certezze su cui finora aveva contato; a temere che quella “salda realtà”, di cui si era sino a quel momento “compiaciuto”, sia sul punto di vacillare. Anche l’interesse e la passione che lo hanno sempre accompagnato nel suo lavoro, sembrano ora venir meno e cedere il posto al tedio e all’indifferenza. Si sente incerto sulla strada da seguire, dubitando finanche della fermezza dei suoi principi e della validità del suo operato, quasi si trovasse invischiato in una imprevista e improvvisa crisi spirituale.

Per converso estremamente deciso e accanito contro alcune donne, presunte streghe e ritenute responsabili della carestia che affliggeva il paese, è inizialmente lo stato d’animo della maggior parte della popolazione del luogo. Galata, “la strega” del titolo, ci viene incontro sin dalle prime pagine del libro, come una figura di donna un po’ enigmatica e distaccata, “dotata di un fascino singolare”, ma dal carattere fermo e sicura delle proprie convinzioni. Anche nel vestire rivela un certo riserbo, così come nei suoi gesti, espressione di una bellezza più spirituale che fisica e perciò pericolosa più per la ragione che per i sensi. “Estremamente casta, un poco altera, sempre assorta in una sua delicata, gentile follia”; così Galata del Pozzo apparve all’Inquisitore, o “quanto meno” così – egli dice – “mi piacque credere che fosse”.

La conoscenza fra i due avvenne in modo del tutto casuale: fu il Malerba, che una sera lo introdusse in quella casa, volendogli presentare un suo cugino, Urbano del Pozzo, che era appunto il padre di Galata. Il Vicario tuttavia considera fin dall’inizio quell’amicizia come una fatalità, un gioco del destino nei suoi riguardi. Sta però di fatto che immediatamente egli prova un forte interesse per quella giovane donna, sensibile e intelligente, e non tralascia occasione per poterla incontrare. Con notevole bravura l’autrice conduce il suo racconto su due piani, che inizialmente si presentano ben distinti e separati: da un lato quello del complesso sentimento che il Vicario prova, quale uomo, per Galata, dall’altro quello professionale, cioè della conduzione del processo che egli, pur fra dubbi e contraddizioni, deve, in quanto Inquisitore, svolgere. Ben presto però i due piani s’intersecano e tendono a confondersi, forse anche a sovrapporsi; e ciò non avviene solo nella mente dell’io narrante, ma avviene anche nella effettiva realtà dei fatti, perché Evelina Savio, l’ultima delle donne incriminate (proprio l’ultima, sembra quasi essere una beffa del destino), riferendo di una tregenda a cui confessa di aver partecipato, fa scivolare, “quasi sbadatamente”, il nome di Galata. E così Galata del Pozzo verrà aggiunta alla lunga lista delle presunte streghe e dovrà affrontare il processo.

La sua figura uscirà però da quella triste esperienza come nobilitata e con molta dignità. L’accusa rivolta a Galata fornisce sulle prime un momentaneo alibi al nostro Vicario, propenso com’era a quel tempo a credere più alla colpevolezza della donna che non ad ammettere la propria personale debolezza. Egli può in tal modo considerare il suo sentimento verso Galata come una specie di magia che lo soggioga a dispetto della sua volontà, rendendolo così meno responsabile e tacitando, almeno in parte, la sua coscienza, che pure gli mostra la gravità e i pericoli di quel sentimento, sbocciato in modo così imprevisto e imprevedibile. Lo perseguita il dubbio se credere Galata una donna “scaltra e diabolica” o, al contrario, considerarla una “vittima inerme” di una “sinistra congiura” (p. 49) e in tale dilemma, che giorno e notte lo tormenta, si arrovella, senza trovare una via d’uscita.

Iniziata l’istruttoria, le testimonianze a carico dell’imputata si susseguirono per più giorni, ma poco valsero a far chiarezza su di lei e sulla sua triste vicenda. Non emerse quasi nulla di certo: qualche supposizione, qualche allusione, mai niente di preciso; tutti concordarono nell’ammettere che Galata fosse una “fanciulla schiva, severa, solitaria”(p. 54). Durante la sua escussione Galata conservò un contegno distaccato e indifferente e mantenne una grande padronanza di sé, mostrandosi sempre a proprio agio e spigliata, ma al contempo controllata e ferma, tanto da apparire un teste d’accusa più che un’indiziata (p. 63); non palesò mai un segno di ribellione o di spavento. Non respinse le incriminazioni che le vennero notificate, anzi ne riconobbe la fondatezza (p. 70). Le sue risposte lasciarono però tutti molto sconcertati, alludendo, seppure in modo celato, ad una sua colpa passata: non confessò infatti esplicitamente di aver operato un maleficio; disse solamente di aver provocato una morte, che tuttavia non aveva desiderata. Parole dalle quali s’intuisce subito, senza ulteriori spiegazioni, come le ragioni del suo comportamento andassero ricercate lontane nel tempo, in quella presunta colpa, il cui rimorso non le aveva mai concesso tregua ed ora la induceva ad autodistruggersi.

Dopo le prime due sedute il processo subì una battuta d’arresto perché gli Anziani di Triora (inizialmente favorevoli ad una linea di intransigenza e severità verso le streghe), non appena furono incarcerate alcune “matrone” del luogo, si lamentarono con il Doge e con i governatori di Genova per la severità con cui l’inchiesta era condotta dai due Vicari. Gravi ne furono le ripercussioni: Gerolamo del Carretto dovette recarsi a Genova per conferire sugli atti dell’istruttoria con l’Inquisitore capo, Uberto Incoronato, e per le tredici streghe, rimaste ingiudicate a Triora (fra le quali c’era Galata), fu deciso il trasferimento nel carcere genovese. Particolarmente efficace è il modo in cui l’Alzona descrive l’arrivo del brigantino, a bordo del quale viaggiavano le tredici donne, nel porto del capoluogo ligure: siamo verso le “prime ore del crepuscolo” di una tranquilla sera di primavera inoltrata (è la sera del l8 giugno 1588) e netto è il contrasto fra questa idilliaca pace dell’ambiente esterno con il carico di dolore che la nave sta trasportando alla volta di Genova. Appena sbarcate le detenute vennero trasferite su un carro e condotte al carcere. Fu una scena molto umiliante, quella del loro passaggio attraverso le vie cittadine; umiliante al punto che la narratrice, per non indulgere a sentimentalismi, non la descrive nemmeno, affidandola alla fantasia del lettore.

Cercando di passare inosservato fra la gente, il Vicario che, trovandosi già a Genova, si era recato al porto per incontrare Galata, riuscì comunque a seguire il carro fino al suo arrivo “in prossimità del Palazzetto” e a vedere così Galata, che voltatasi gli sorrise. Un momento chiave nello svolgimento del romanzo si rivela il colloquio fra il gesuita e la donna nella buia cella del carcere genovese, nel quale la narratrice mette a fuoco l’intera vicenda del suo personaggio, riallacciandosi a fatti precedenti e chiarendo le ragioni del mistero che fino a quel momento l’aveva ravvolta. Proprio durante quel drammatico colloquio egli ha infatti un’ulteriore prova dell’innocenza della donna e la certezza che deliberatamente cercasse la morte. Il Vicario in verità anche prima si era prodigato in vari modi per scuoterla dal suo torpore, ma inutili si erano rivelati tutti i suoi tentativi, che non avevano avuto altro risultato che quello di comprometterlo di fronte ai suoi superiori.

Il racconto del protagonista è vivacizzato dall’Alzona con l’espediente di un manoscritto, che Galata consegna al Vicario, allorché si separarono, nel quale è narrata la sua storia. Proprio nel passato della donna infatti risiedono le vere ragioni del suo dramma irrisolto, iniziato con il suo infelice amore giovanile per Tommaso, il figlio della sua nutrice, che sfociò nella tragica morte del ragazzo, dapprima incoraggiato e poi respinto. Quelle vaghe ammissioni da lei fatte durante il processo avevano dunque un loro fondamento di verità…. A lettura ultimata l’Inquisitore comprende appieno il dramma segreto della donna e si rende conto che il suo destino è ormai segnato, così come del resto, per una strana coincidenza, è segnato anche il suo. Anch’egli infatti è ormai compromesso di fronte ai superiori e verrà pertanto consegnato agli inquisitori di Roma, dove certamente troverà la morte; così come a Genova la troverà Galata.

Due destini simili, dunque, quello del Vicario e quello di Galata, entrambi protagonisti di due amori infelici per l’impossibilità del loro realizzarsi, data nel primo caso dall’ordinazione sacerdotale dell’Inquisitore e nel secondo dall’insormontabile differenza sociale tra i due innamorati. Due destini che si incrociano per dare luogo ad un’analoga tragica fine, ma anche due forme di espiazione: il Vicario espiando la colpa, di essersi innamorato di Galata e di aver tradito con ciò il suo mandato e Galata espiando quella di aver trascinato Tommaso in un amore impossibile che lo portò alla morte.

Mi sembra sia questo il significato più profondo del romanzo, in cui l’Alzona dimostra una grande acutezza di penetrazione psicologica ed un’estrema perizia di analisi, oltre ad un’alta bravura stilistica. Il libro è infatti condotto con sobrietà e con rigore formale e in maniera sempre molto avvincente, così da potersi considerare tra le prove maggiori della nostra scrittrice, se non la maggiore in senso assoluto.

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