“Caterina e il mare” di Maria Gisella Catuogno
MARIA GISELLA CATUOGNO
Terza Classificata
Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Narrativa
con il racconto CATERINA E IL MARE
“una favola dolceamara da ascoltare con le orecchie del cuore per abitare una casa le cui pareti sono fatti di ricordi tenuti su con il collante della vita vera, che preme alle soglie della coscienza a realizzare un destino di donna che si svelera’ a poco a poco nella sua lieve, poetica pensosità”.
Caterina aveva otto anni, due grandi occhi verdi e un baschetto di capelli castani. Abitava a Cavo, un piccolo paese di una piccola isola, l’Elba: suo padre era marinaio, stava via molte settimane ma quando tornava era una gran festa; così lei viveva con la mamma, un fratellino e i nonni in una grande casa a due passi dal mare.
Per questo ne era innamorata; al mattino, prima ancora che la chiamassero, si svegliava al suo richiamo e ne indovinava subito l’umore: se non era vento, le piccole onde sulla battigia erano come una carezza sulle guance, di quelle che le faceva la mamma, quando si rifugiava nel suo grembo; se invece soffiava lo scirocco, lo immaginava gonfio e furioso, capace di mangiarsi per la rabbia anche pezzi di strada. Lo salutava tutti i giorni appena alzata, con lo sguardo ancora pieno di sonno; lo faceva giocare al suo ritorno da scuola, quando, nel sole del pomeriggio, scendeva a passeggiare sulla riva e faceva a gara con lui a chi faceva prima a ritirarsi; lo pregava di restituirle presto suo padre quando la nostalgia mordeva più forte.
Lì intorno non c’erano bambini e dunque il mare era il suo amico più fedele: si divertiva a tracciare parole e disegni sulla sabbia che poi lui inevitabilmente cancellava in un baleno o costruiva dighe e castelli meravigliosi che un’onda dispettosa abbatteva d’un colpo, ma Caterina non se la prendeva perché il mare, si sa, è un gigante buono ma impulsivo, che non va sfidato e contraddetto.
In quei casi la bambina si teneva a debita distanza e si accontentava di raccogliere sassi, vetrini e conchiglie che poi portava a casa, liberava dal salino e racchiudeva in barattoli di vetro che rendevano preziose le mensole della cucina.
Riccardo, il suo fratellino, tentava inutilmente di prenderle, le indicava col ditino, si attaccava alla sua sottana per averle, ma lei, che pure gli voleva un bene dell’anima e che per lui avrebbe scalato le montagne, su questo punto era irremovibile:
“Quando sarai più grande, ti ci farò giocare, andremo insieme a raccattarle sulla riva, ma ora no, è pericoloso, le puoi mettere in bocca e affogare!!!”
Caterina era felice d’andare a scuola la mattina, perché così poteva stare con i suoi compagni, leggere, scrivere, ascoltare la maestra Marcella quando leggeva le avventure del “Piccolo alpino”, che la commuovevano sempre.
La sua era una pluriclasse e mentre il suo gruppo faceva il dettato o scriveva i pensierini, che lei adorava, i piccoli di seconda si applicavano nelle operazioni, nella soluzione di un problema o disegnavano.
Nell’intervallo era bello poter giocare, scherzare, mangiare in compagnia le fette di pane portate da casa e su cui la mamma aveva sparso un sospiro di burro e marmellata, mentre fuori, dai vetri spruzzate di salsedine, si vedevano le onde che si rincorrevano allegre e che andavano a rompersi fragorosamente sugli scogli sottostanti.
Non le pesava nemmeno farsi a piedi tutti i giorni il lungomare di quasi un chilometro: la mamma all’andata l’accompagnava un pezzetto, ma poi doveva ritornare a casa perché c’era il fratellino appena sveglio che reclamava la colazione e i nonni che pure si affidavano a lei.
Ma Caterina non aveva paura: cartella in mano, fascia colorata tra i capelli e cappottino rosso, andava lesta lesta verso il paese; se era una bella giornata e il sole, già alto all’orizzonte, si rifrangeva in schegge di luce sull’acqua, si sentiva gaia e leggera e poteva anche godersi lo spettacolo del traghetto in arrivo da Portoferraio e diretto a Piombino, che al largo aspettava il barcone con i passeggeri pronti ad imbarcarsi: la nave era bianca, enorme e magnifica, non ne immaginava una più bella! Guardando quella scena, rammentava sempre l’emozione del suo primo viaggio in continente, l’avvicinarsi progressivo della barca, carica di gente, alla nave in attesa, l’impressione della sua imponenza, che la spingeva a chiudere gli occhi per l’inquietudine.
Se invece soffiavo lo scirocco e il cielo basso e pesante sembrava schiacciare anche l’orizzonte costringendo i gabbiani a rinunciare ai consueti voli, il mare si scatenava, urlando tutta la sua furia: le onde si schiantavano allora con violenza sulla massicciata e invadevano la strada, per ritirarsi risentite, poco dopo, in un trionfo di schiuma. I collegamenti marittimi, in quelle circostanze, erano sospesi ed il passaggio lungo strada diventava un problema.
Caterina in quei giorni, cartella in mano e batticuore in petto, sceglieva i campi soprastanti per passare; non importava se impiegava più tempo e se proprio lì accanto si ergeva, in tutta la sua maestosità, una bella villa con i merli, che tutti chiamavano “il castello”e del quale si diceva che ospitasse fantasmi: lei sapeva che girano solo di notte e si dissolvono alla luce del giorno, perciò riusciva a tenere l’ansia sotto controllo!
Non sempre la bambina era sola a percorrere il lungomare: talvolta divideva la strada con Orlandina, una vicina anziana, simpatica e senza figli che, nelle giornate di tempo buono, non aspettava la generosità di qualcuno, ma andava a fare la spesa da sé, di buon mattino, con la sporta di paglia in mano, per procurarsi le verdure più fresche o il pesce appena pescato.
A Caterina piaceva molto parlare con lei, perché aveva letto tanti libri e tanti ne possedeva: così ogni volta le raccontava una storia diversa che la faceva sognare a occhi aperti. La mamma e la nonna fin da piccolina le avevano letto o raccontato di Cappuccetto rosso, Cenerentola, la Bella addormentata nel bosco o Biancaneve: ora imparava a conoscere anche le avventure di capitan Achab e Moby Dick, i voli di Peter Pan e della fatina Trilli, i misteri dell’Isola del tesoro.
“Vieni, Caterina, a sceglierti un libro, sono molto vecchi e un po’ sciupati, ma ti piaceranno lo stesso…” le disse un giorno Orlandina e lei accettò con entusiasmo perché quelli che aveva a casa li aveva letti e riletti, tanto da conoscerli quasi a memoria…e poi, ora che era più grande, era attratta da storie di bambine o ragazze in cui identificarsi e con cui condividere emozioni e commozioni.
Così quello stesso pomeriggio andò in quella casa vicina alla sua, dove non era mai entrata, tutta ordinata e profumata di lavanda, e tra le vecchie copertine che si ritrovò fra le mani, fu attratta da quella di ”Piccole donne”: quel libro sarebbe stato uno dei suoi preferiti e lei sarebbe diventata la quarta sorella di Meg, Jo, Beth ed Amy.
Orlandina le preparò una tazza di tè e la fece sentire molto importante perché scomodò per l’occasione un suo vecchio servizio di tazze e le offrì dei dolcetti fatti in casa: la bambina si sentiva un po’ in soggezione anche per la presenza di Luigino, il marito di Orlandina, un omino piccolo e gobbo che pareva uscito da una fiaba e che dimostrava più dei suoi anni. Non gli aveva mai parlato, ma lo aveva visto tante volte nell’orto e nel giardino, sempre indaffarato: camminava male e non andava mai in paese. In quell’occasione lo trovò molto buono e simpatico, le chiese notizie del babbo e dei nonni e la salutò con gentilezza.
Quei due vecchi non erano mai diventati nonni, ma solo zii di nipoti che abitavano lontano, a Livorno, così lei divenne ben presto la loro beniamina e in quella casa tornò molte volte, a fare un po’ di compagnia e a restituire e prendere libri in prestito.
Un giorno Caterina accompagnò la mamma e il fratellino al barcone Laura, che portava al traghetto chi doveva partire. A Piombino avrebbero preso il treno e raggiunto il babbo a Civitavecchia, dove si trovava con la nave per lavori di manutenzione.
Caterina era fiera d’avere un padre marinaio, pensava che lui potesse avere un rapporto speciale con il mare, capirlo anche nei suoi momenti di pazzia ed amarlo così com’era, ma le pesava la sua mancanza e quando il libeccio soffiava raffiche rabbiose che sollevavano i panni stesi sui cespugli o faceva mulinare le foglie secche, andava dalla mamma per essere rassicurata: “Non ti preoccupare, la nave è appoggiata, è in un posto sicuro, a ridosso del vento”, ma lei non si convinceva e non era tranquilla finché non ritornava la bonaccia.
In quelle settimane sarebbe stata lei la “capofamiglia”: sarebbe andata a scuola, avrebbe aiutato i nonni e fatto qualche servizio. La mamma al ritorno le avrebbe portato sicuramente un bellissimo regalo, magari una bambola di porcellana con i boccoli biondi, il cappello di seta e il vestito d’organza, da giocarci un’ora al giorno e poi tenerla sul cuscino, sopra il letto, per figura, col magnifico abito aggiustato tutto intorno.
Uno di quei pomeriggi, quando i nonni andarono a riposare, giocò un po’ a palla sulla terrazza affacciata alla pineta, ma lo scirocco, dalla mattina, aveva fatto progressi rabbiosi, rovesciando i vasi dei gerani e tormentando gli oleandri e gli ibischi.
Stava dunque per rientrare in casa e mettersi a fare i compiti, quando si sentì chiamare. “Caterina, Caterina…” Era Orlandina, la voce concitata e affannata: “Bisogna chiamare il dottore, Luigino sta male…”.
La bambina non si fece pregare, lasciò un biglietto ai nonni sul tavolo di cucina, prese il suo cappottino rosso e via…verso il paese.
Il lungomare era a intermittenza colpito violentemente dall’urto dell’acqua che, in alcuni punti, riusciva a ricoprire interamente la strada.
Ma non c’era tempo da perdere: Caterina quella volta non scelse i campi per passare, affrontò senza indugi l’asfalto, nel momento in cui l’onda si ritirava e, pur bagnandosi un po’ per gli spolverini di schiuma, riuscì ad arrivare presto in paese.
Bussò all’abitazione del medico:”Presto, c’è Luigino d’Orlandina che sta male…”
“Andiamo subito” rispose il dottore prendendo al volo la sua borsa ”vieni con me in macchina! Ma come, sei venuta giù da sola con questo tempaccio?!”
Caterina annuì e in silenzio seguì l’uomo.
Ora, al sicuro e al caldo, dentro la Seicento, era divertente sentire gli spruzzi sbattere contro il vetro, mentre lei se ne stava all’asciutto, e smise di tremare.
Da Orlandina c’erano anche i nonni svegliati dai rumori e in ansia, dopo aver letto il biglietto della nipotina, anche per lei. L’abbracciarono forte, con le lacrime agli occhi.
Il dottore, visitato Luigino, disse: “ Temo che sia un infarto, ma ce la dovrebbe fare, grazie a Caterina!”
Lo sguardo che le rivolse e il pizzicotto che le regalò furono per la bambina il momento più bello di quella lunga giornata.
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L’AUTORE
Maria Gisella Catuogno è nata a Cavo (Isola d’Elba); dopo vari soggiorni in continente, abita stabilmente a Portoferraio da trent’anni, è sposata e ha tre figli. Laureata in Lettere all’Università di Firenze, insegna Italiano e Storia in un Istituto Tecnico. Il suo rapporto con la scrittura è sempre stato rimandato, per impegni professionali e familiari, fino a cinque anni fa circa, quando è scattato l’impulso irresistibile di mettere finalmente mano alla penna e alla tastiera del computer. Ha così partecipato ad un concorso per la pubblicazione di una raccolta poetica e quasi contemporaneamente ha cominciato a pubblicare racconti e poesie in un sito di scrittura on line. Da queste esperienze sono nati i suoi tre primi lavori: Parole per amore (Ed.Libroitaliano, Ragusa) Il mio Cavo tra immagini e memoria (autoedito, un omaggio al suo paese natale) e Mare, more e colibrì (Ed. Studio 64, Genova). Racconti e poesie sono stati pubblicati su varie antologie (Navigando nelle parole. Vol. 24, Ed. Il filo; Lo specchio, Ed. Liberodiscrivere; Antologia italiana, Libroitaliano; Pensieri d’autore (9) e L’amore, la guerra Ed. Ibiskos ecc). Ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni tra i quali primo premio di poesia Anna Maria Salerno, Roma, 2006 con Dal mare s’impara; primo premio di poesia Bartolommeo Sestini, Capoliveri, Isola d’Elba, 2006 con Sul mare di Lacona; finalista nell’ultima edizione di poesia Autori per l’Europa; primo premio di narrativa Gente di mare Viareggio aprile 2007; primo premio di poesia Montegrotto Terme con Stillano i giorni, settembre 2007; terzo premio poesia edita Carlo Cassola, dicembre 2007 con il volumetto Brezza di mare; primo premio Domenico Rea-Città di Empoli con Il tuo corpo di miele e di dolore (Sezione Poesia sociale) settembre 2008. Nel 2009 sono stati editi Riviere (Ed. Aletti), una raccolta di racconti al femminile e Vento nelle vele (ovvero in crociera con Georges e Tigy Simenon) Ed. Aletti, romanzo tratto da un diario di bordo di Simenon. Collabora al mensile “L’isola di Capri Anacapri e costiere”; e al trimestrale “Lo scoglio dell’Isola d’Elba”.
Posted on 2 dicembre 2009, in concorsi, racconti and tagged Caterina e il mare, concorso inediti, Maria Gisella Catuogno. Bookmark the permalink. Lascia un commento.
















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