“La luce di Caravaggio” di Giuseppina Zupi

GIUSEPPINA ZUPI

Seconda Classificata

Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2009 – Sezione Narrativa

con il racconto LA LUCE DI CARAVAGGIO

“un tormentoso andare verso la sorgente chiara della vita che deve farsi strada tra boschi di pregiudizi e irrisolti nodi da sciogliere in vista dello svelamento della verità”.


Verso la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 veniva pubblicato un giornale, forse mensile: Meridiano 12 che forniva un’informazione seria e obiettiva, sfaccettata in varie tematiche attualità, politica, scienze.
Il direttore, un apprezzato professionista, curava una rubrica di corrispondenza con i lettori nella quale scorrevano, come in un cortometraggio, storie di vita problematiche, struggenti, tutte comunque meritevoli di riflessione.Un momento di confronto ma anche di duro scontro, nel cui ambito, il direttore manifestava la propria opinione in modo onesto e leale, motivato dalla speranza e dalla fiducia nelle capacità e nelle risorse dell’umanità.
Nel mese di gennaio per la prima volta viene pubblicata la lettera di Stefano, giovane studente oppresso dal male di vivere.
“Caro direttore, Sono le quattro di notte. I lampioni accesi lungo la strada sembrano scheletri dimenticati in una città surreale. Non si vede neanche una stella, il cielo è una coperta nera avvolto in un silenzio totalizzante: forse era questo l’universo prima della vita.
Ti scrivo perché sai ascoltare o almeno sei così abile da farlo credere. Forse sei anche tu un borghese opportunista come mio padre, non avresti il ruolo che hai, ma lui neppure mi vede.
I miei genitori sono separati. Mio padre ha sempre tradito mia madre che ad un certo punto è crollata ed è tornata dalla nonna perché non è in grado di accudire neanche se stessa; io sono temporaneamente affidato a mio padre.
Ho provato rabbia e dolore perché mia madre ha deciso di distruggersi per mio padre che non lo merita di certo. Tra la speranza che potevo rappresentare io e la dannazione ha scelto quest’ultima scendendo tutti i gradini dell’esistenza.
Frequento il terzo liceo classico, a scuola sono mediocre. In realtà studio pochissimo perché non sopporto le imposizioni, le regole, gli obblighi tuttavia leggo sempre perché sono curioso, anzi avido e questa patologia in qualche modo compensa la totale svogliatezza.
I professori mi odiano però non infieriscono perché, mio malgrado, sono preparato su molti argomenti.
La sera di tanto in tanto esco con un gruppo e facciamo cose terribili per non pensare. Bevo e fumo di tutto fino a stordirmi e a vomitare anche me stesso. A volte mi devono riportare a casa. Mio padre una volta se ne è reso conto e ha urlato che sono matto come mia madre, forse è vero.
E’ quasi l’alba, la coperta nera è sbiadita da striature bluastre, sta per sorgere un nuovo giorno che sarà uguale al precedente e al successivo.
Detto questo ti chiedo: dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.
Ciao Stefano.”
Risposta del direttore
“Stefano non voglio deluderti ma le motivazioni per vivere nessuno può darle, né puoi usufruire di quelle altrui, le devi trovare da solo perché sono dentro di te. La tua lunga lettera mi ha colpito perché so che la sofferenza dei ragazzi è più crudele, impietosa e violenta. Posso rassicurarti che la parte più violenta con il tempo scomparirà, l’altra parte più sottile intermittente e subdola ti accompagnerà e sarà parte di te. Posso invitarti a qualche riflessione.
Sei un giovane sensibile, intelligente, forse più dotato del
normale, non ti buttare via, non ti sprecare. Ricordi la parabola dei talenti? Non gettarli al vento, falli fruttare, sviluppali.
A cosa ti serve vomitare tutto? Non mi sembra un sistema efficace per liberarsi dal dolore, che va guardato, vissuto e attraversato. Ti consiglio di non giudicare, non puntare l’indice accusatore: tu vedi la punta dell’iceberg ma esiste una realtà sommersa a te sconosciuta. A tale proposito voglio dirti un’ultima cosa. Sono un anziano signore borghese forse come tuo padre e guadagno abbastanza. Devi sapere, però, che quando avevo poco più della tua età ho iniziato a lavorare in redazione, all’inizio gratis, semplicemente perché adoravo questo mestiere. Non avevo e tuttora non ho orari, né festività. Ho quattro figli, di cui l’ultima, Gabriella, è una fantastica ragazza adottata, ora splendida come il sole ma con la quale abbiamo lottato insieme anni per gravi problemi di salute.
Ciao, a presto, fatti vivo.”
A distanza di qualche mese nuova lettera di Stefano.
“Caro direttore sono le due di notte, questa volta la coperta nera che ci sovrasta è puntinata da migliaia di luci, la luna è uno spicchio perfetto, una bellezza sublime sprecata a cui non sento di partecipare né di appartenere.sei stato molto disponibile per cui non posso scomparire nel nulla anche se vorrei. Ho vissuto un’esperienza devastante di cui ti metto a parte.
E’ venuto a trovarmi un amico da Trento, conosciuto anni addietro in settimana bianca, con il quale siamo sempre rimasti in contatto. Si è fermato una decina di giorni a casa mia, la mattina io andavo a scuola e lui “visitava” la città, il pomeriggio e la sera ci siamo divertiti da paura. A mio padre non piace ma lui è un tipo fichissimo un vulcano di idee e iniziative. Abbiamo scovato negozietti stranissimi tra Campo dei Fiori e Piazza Navona. Si è comprato, con poche lire, le cose più assurde: una vecchia tromba di ottone, un antico telefono a cornetta di quelli che si appendevano al muro. Abbiamo visitato con stupore i dipinti di Caravaggio nelle chiese di San Luigi dei Francesi e di Santa Maria del Popolo a Piazzale Flaminio. E’ coltissimo, un appassionato di arte. Mi ha mostrato come la luce di Caravaggio può dare il colore della vita o l’ombra della morte ad oggetti, ambienti, personaggi. Un’esperienza fantastica.
Un giorno, tornato da scuola, non lo trovo; sparito. Un biglietto “Ti sono grato per l’ospitalità, sono stato bene, devo andare P. ”Trascorrono alcuni giorni, nessuna notizia.
Mi sono sentito abbandonato e triste.
Una sera al telegiornale delle 20: “Rapina in banca, conflitto a fuoco, un agente di custodia brutalmente ucciso. Catturata una cellula eversiva che effettuava rapine per autofinanziare la propria organizzazione.” Una frazione di secondi, vedo P. con il giaccone sulla testa, spinto nella macchina della polizia che parte sgommando con quella maledetta sirena dalla luce azzurra, che ancora gira vorticosamente nella mia testa senza mai arrivare a destinazione. Sono pericolosamente scivolato nel vittimismo. Perché mi sono trovato inconsapevole protagonista di un episodio così grave e doloroso? Anche lui mi ha fregato, imbrogliato, strumentalizzato? Perché? Questa sera mi scolerò di tutto lo so.
Non è finita.
Ho trovato in uno dei miei cassetti, nascosto sotto una felpa,
uno zaino, l’ho aperto: giornaletti, carta, tanta carta, apro, non finisce mai tutta quella carta… che avvolge due pistole!
Ora cosa devo fare? E’ ancora notte di bellezza surreale ma non per me. Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita. Stefano.”
I lettori di M.12 chiedono notizie di Stefano, qualcuno offre il proprio aiuto concretamente, molti chiedono di poter comunicare direttamente con lui.
Trascorre un nuovo periodo di silenzio, a maggio una nuova lettera.
“Caro direttore sono le cinque di mattina, ci sovrasta un lenzuolo acceso e infuocato di rosa e arancione ma sta già sfumando con l’azzurro del nuovo giorno. Ringrazio te e la solidarietà dei tanti lettori che si sono interessati a me. Mi avete indotto a guardare con occhi nuovi, ho scoperto l’esistenza della solidarietà e dell’umanità, elargite generosamente non da chi ti aspetti, ma da sconosciuti nei quali ho percepito la “condivisione.”
Tra due mesi ho la maturità classica, sto studiando forsennatamente, e sto in “ritiro coatto”. Ho deciso di iscrivermi a medicina, per poter essere utile a qualcuno e non sprecare “i talenti” come tu dici.
E’ giorno, sto meglio ma non basta come motivazione per continuare questo schifo di vita”. Ciao Stefano.”
La storia di Stefano, con cadenze irregolari, continuava a scorrere lasciando la sua impronta sulle pagine di M.12. Sensibile, tormentato, ha condiviso la sua vita, tra alti e bassi, con tanti lettori, attraversando momenti di scoramento in cui voleva abbandonare tutto e trovare un lavoro e momenti di esaltazione in cui era affascinato dagli studi e la meta che si era prefissa non gli sembrava poi così irraggiungibile.
Marzo “Caro direttore, sono le tre e mezza di notte, sono ore
e ore che piove ininterrottamente, sembra che il mondo stia annegando nelle sue stesse lacrime. Mi è capitata un’esperienza dolorosa.
Premetto che lo studio, anche se massacrante, mi coinvolge moltissimo perché è finalizzato per cui cerco di sopportare le costrizioni, le regole, e tutte quelle formalità che costituiscono la parte più bieca del mio impegno.
Frequento il reparto di cardiologia all’Umberto I° di Roma sotto la guida del mio docente titolare di cattedra.
Un giorno, terminato il giro delle visite, un degente, un vecchietto mi chiama con un filo di voce: “Dottorino vieni”.
Un corpicino rannicchiato dentro un pigiama divenuto ormai sproporzionato. Sta aspettando che il suo cuore si fermi, ha davanti poche ore di vita. Mi dice che non è stato un santo, non ha mai temuto niente e nessuno; è vissuto nella ricchezza smodata e nella povertà assoluta. “Adesso ho paura.”
Finito il turno col Prof, sono andato al reparto di cardiologia dal vecchietto. Si era aggravato, entrando in uno stadio irreversibile, non parlava , aveva gli occhi chiusi e rantolava emettendo un sibilo sinistro che squarciava l’aria immota e rarefatta dell’ospedale. Gli ho preso la mano, ho sentito come una leggera stretta, poi più nulla. Sono rimasto un paio d’ore finchè il rantolo è diminuito si è calmato e, senza paura, si è addormentato aura in un sonno senza tempo.
Ho chiamato il medico del reparto, gli ho staccato la flebo, gli elettrodi, sono uscito. Sotto le lenti degli occhiali mi scorrevano le lacrime. Mi sono seduto fuori in una panchina e mi è presa una crisi. Ero scosso dai singhiozzi e non riusci
riuscivo a calmarmi . Perché?
Verificavo il saldo della mia vita e il bilancio è disastroso: sprecato tanto e dato nulla.
La mattina successiva il mio Prof, informato sulle mie reazioni da qualche bastardo, mi ferma in corridoio con gli occhi fuori dalle orbite. “Stefano una cosa del genere non deve mai più accadere. Così non diventerai un medico. Sai benissimo che occorre serietà e professionalità, il coinvolgimento impedisce di aiutare e curare il malato. Con un comportamento così infantile non imparerai neanche a suturare una ferita. Hai capito bene?”
Avrei voluto strapparmi il camice, buttarlo via e scappare da quel luogo dove i malati si curano con strumenti d’avanguardia, con tecnologie avanzate, con professionalità asettica, non con amore. Non l’ho fatto perché quel mostro del Prof. ha ragione! Ormai è pieno giorno.
Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.. Stefano.”
“Caro amico, ormai sei tale, la tua sensibilità, che rappresenta al tempo stesso il tuo limite e il tuo punto di forza, ti ha sovrastato. Voglio dirti che un amico pediatra, ormai anziano, dice che ogni volta che vede nascere un bimbo ancora si commuove e prova grande emozione dinanzi ad un miracolo sempre nuovo. Viceversa quando un essere umano ci abbandona, muore con lui una parte di noi. Coraggio prosegui!”.
Giugno “Caro direttore sono le due di notte; il cielo è nero e lattiginoso, avvolto in una bolla d’afa che toglie linfa ad ogni cellula vivente. Forse è l’ultima volta che scrivo. Ti comunico che lascio tutto, vado via, troverò un lavoro. Perchè? Perché qui in reparto, ma penso dovunque, è un’indecenza e mi sento sprco solo ad entrare. I concorsi sono lottizzati e pilotati dalle case farmaceutiche, in realtà gigantesche finanziarie multinazionali che operano incontrollate, i politici ne sono azionisti.
Gli strumenti, i macchinari che vengono acquistati, la ricerca le assunzioni, è tutto predeterminato da questi mostri
spietati. E’ ancora notte fonda , forse lo sarà sempre. Dammi qualche motivazione per continuare questo schifo di vita.”. Stefano.
“Caro amico animo, non mollare,non ti fermare. Ricordi cosa scrive Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo quando il Principe Fabrizio rifiuta la candidatura di deputato nel costituendo Regno d’Italia? Scrive che se i migliori rifiutano e si tirano indietro resteranno solo gli sciacalli e le iene Rifletti”.
Nella seduta di laurea Stefano ha invitato il direttore di M12. “Ti devo molto caro direttore perchè non mi hai abbandonato e non ti sei stancato di ascoltarmi”.
P:S: “Vieni , potrei fuggire all’ultimo minuto”.
“Mio giovane amico i tuoi “notturni” sono magnifici, li ho conservati tutti, mi verrebbe voglia di invitarti, ogni tanto, a collaborare con me in redazione ma la tua strada è diversa. Se la discussione della tesi non avverrà nel cuore della notte, è per me una grande soddisfazione partecipare.”
Arrivò il Direttore, distinto, brizzolato ed elegante nel doppiopetto blu. Era accompagnato dalla numerosa e variegata famiglia, alla quale voleva far conoscere, Stefano, di cui aveva spesso parlato e per il quale era spesso stato in pena senza mai darlo a vedere.
Qualcuno lo riconobbe e gli chiese se era venuto per suo figlio.
Rispose che si trattava di un grande amico che nel percorso dei suoi tormentati anni, nell’impegno e nella fatica di trovare la propria vocazione gli aveva insegnato molto.
Poco prima della discussione della tesi, gli occhi si Stefano incontrarono quelli di Gabriella.
Qualche tempo dopo il padre, rivolto a Gabriella disse: “Figlia mia non so se sarai felice, so di certo che hai incontrato una bella persona”.
A volte quando Stefano rincasa la notte, e torna a casa da Gabriella, dopo un turno in ospedale, guarda quell’umanità sommersa e devastata che il giorno misteriosamente sparisce. Materassi e cartoni occupati da sagome inquietanti, giovani esanimi, occhi persi nel vuoto e pensa che il confine tra la vita e la disperazione senza ritorno era stato per lui spesso labile, Il destino, qualcosa o qualcuno lo aveva sempre riportato verso la luce, verso il colore della vita.

Copyright (c) Giuseppina Zupi – All rights reserved

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L’AUTORE

Giuseppina Zupi è nata a Roma il 22/09/55. La casa editrice romana Tespi ha pubblicato una sua raccolta di racconti, ha avuto inoltre vari riconoscimenti e segnalazioni in concorsi letterari.

Posted on 2 dicembre 2009, in concorsi, racconti and tagged , , . Bookmark the permalink. Lascia un commento.

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