Luciano Luisi, poeta d’amore

di LILIANA PORRO ANDRIUOLI

Certamente Luisi è poeta d’amore. In primis per sua esplicita dichiarazione: “Se giudico dalla molteplicità di testi su questo tema, devo dare ragione a Michele dell’Aquila che sostiene che io sia, più di quanto non voglia accettare, poeta d’amore”. In secondo luogo perché nella sua poesia (e non è difficile accorgersene) “vi è effuso un sentimento d’amore” che non è solo amore per la donna ma, come egli stesso precisa, è “amore per tutto ciò che esiste, per le cose”, “per la natura”, “per la vita”. Ed infine perché, anche quando il tema a cui Luisi s’ispira è “quello della morte”, il suo amore della vita “emerge” nei suoi testi “in tutta la sua disperante intensità”. (Ed è ancora lo stesso Luisi ad affermarlo). Mi sembra pertanto opportuno, sebbene la sua tematica sia molto varia, restringere la nostra indagine alle poesie più propriamente d’amore scritte da Luisi, e in particolare a quelle raccolte nell’antologia che di Poesie d’amore reca il titolo. Anziché, tuttavia, seguire l’“ordinamento tematico” adottato dall’autore, e di conseguenza esaminare le poesie nell’ordine in cui figurano nell’antologia, preferirei privilegiare un “criterio cronologico” e cominciare quindi dalle poesie più antiche.

La prima poesia in ordine di data che incontriamo è La voce che consola, datata 1945-46 ed inserita nella Parte Terza, Noi due, dell’Antologia; ad essa fanno seguito le sei, di poco posteriori (1946-48), appartenenti alla Parte Quarta, L’amore in tempo di guerra, e precisamente: Racconto, Primo amore a Livorno, Angosciosi sensi, Desiderio sul fiume, Elegia di marzo e Apatia. Sin da questi testi giovanili (tutti tratti, tranne uno, dalla prima silloge Racconto) si può notare in Luisi una sicurezza di voce e una schiettezza di canto che ci rivelano immediatamente un poeta già maturo. Si leggano ad esempio da La voce che consola i versi: “Vivi nella tua luce / come un piccolo specchio / che s’appanna ad un alito ed è chiaro / a una carezza lieve. // I tuoi passi già sanno / dove la via conduce. / Si scoprono a uno sguardo, / come sugheri in mare, i tuoi pensieri” (p. 119); oppure: “Non saremo più soli. Vivrà sempre / una serena voce che consola” (p. 119); e ancora: “Come mi chiudo solo / se mi cammini a fianco, e sei lontana. / A te io devo che a volte s’illumini / la mia vicenda umana” (p. 120).

Emerge immediatamente già da questi pochi versi la padronanza con cui il poeta domina l’urgere del sentimento attraverso la sapienza stilistica; una sapienza, d’altra parte, che gli è stata unanimemente riconosciuta dai critici sin dalle sue prove d’esordio. Allorché uscì Racconto, ad esempio, Giacinto Spagnoletti rilevò che “il motivo dominante (l’irrequietezza della passione) viene [da Luisi] «raccontata» con una varietà psicologica e insieme un abbandono sentimentale, che lasciano indovinare una non incerta vocazione”. Di un’uguale limpidità di voce, unita a una forte tensione emotiva, sono dotate anche le altre sei liriche succitate. Tipico è in tal senso il primo di questi testi, Racconto, nel quale Luisi si rivolge ad una ragazza intensamente amata e presto perduta, ma tuttora viva nel suo ricordo: “Da quali lontananze a ricercarti, / dove il paese digrada in una larga / pianura di saggine, / sono tornato alla fonte dei tigli / al logorarsi dell’ultima strada” (p. 151); “Mi ritorna la pena del tuo gesto / di saluto al mio treno che partiva, / perduto nello spazio / cui più non appartieni” (p. 153). Più sereni sono i versi di Desiderio sul fiume. Qui il poeta parla di una giovane donna la quale, per incontrare “il pescatore giovane”, di cui è innamorata, si reca a sera “all’approdo delle barche”. La poesia, che ha toni freschi e delicati, termina con versi di compiuta armonia: “Trepida attendi che gli altri dileguino / dietro la siepe d’ombra, / e solo resti il pescatore giovane / nei cui occhi trascorrono le reti” (p. 158).

Una poesia intensamente evocativa è poi Primo amore a Livorno, l’unica del gruppo che, benché coeva con le altre cinque, non appartiene alla silloge Racconto, ma a quella successiva, Un pugno di tempo, con la quale Luisi, nel 1967, vinse il Premio Chianciano. Nella motivazione espressa dalla giuria (che all’epoca era presieduta da Salvatore Quasimodo) si parlò per il nostro poeta di “vocazione lirico-narrativa”; una vocazione, tuttavia, “che spesso da intimista riesce a farsi corale per il riscontro delle ragioni del cuore con le sollecitazioni della cronaca e della realtà contemporanea”.

Dalla silloge Un pugno di tempo (che raggruppa le poesie delle precedenti tre: Racconto, Piazza Grande e Sere in tipografia) sono state tratte molte delle poesie scritte nel decennio 1950-1960, che nella presente antologia compaiono nella Parte Prima (intitolata I possibili amori). In ordine di tempo incontriamo Ho viaggiato tutta la notte (1952-53), un vero e proprio poemetto amoroso, in cui il poeta nel rievocare i momenti felici di un amore ormai lontano (“tu farai sempre luce ai miei pensieri”; “C’era / la luna nuova quella notte”) si sofferma piuttosto sull’aspetto doloroso del distacco (“Cerco / quell’ultimo tuo sguardo / che s’abbuiava come il cielo greve / di questo giorno di tardo settembre” (p. 95); “Come muta / questo paese senza te! Settembre / già riporta l’autunno”) o su quello nostalgico del ricordo (“Sulla spiaggia / dove corremmo insieme – vele! tende! – / io ti vedo al mio fianco come allora”) (p. 97).

Versi di notevole intensità e nitore sono anche quelli di Una vallata aperta al tuo respiro (1955-56), nei quali la piena del sentimento è fermata con rara felicità espressiva: “Questa musica è il vento tra le canne / che i lenti treni falciano, / e tu assorta l’ascolti dalla tua / finestra…” (p. 105). Le medesime doti di intensità e di nitore le ritroviamo anche nelle poesie della sezione La pianta carnivora (1957-61), dove il motivo dell’attesa sembra farsi più che mai evidente: “I giorni, i mesi: e sempre qui rimango, / immutato ad attenderti. / La sera / scioglie nel rosa carico le nubi, / fa più larghe le strade, piega il vento / sulle terrazze e tu, portata via, / spinta dal vento vai, / cammini e non sai dove e più non sai / che io vivo aspettandoti”(p. 74-75); “La tua assenza moltiplica l’attesa” (p. 77). Si avverte inoltre in questa sezione una più marcata sensualità, sempre espressa in maniera sobria ed efficace: “Vorrei baciare la tua cara voce, / lo sguardo in cui m’avvolgi, / i tuoi colori, la luce degli occhi, / il tuo sorriso, il passo… tutto ciò / che le mie mani / non potranno prendere…” (p. 78).

Allo stesso decennio 1950-60 appartengono anche le tre poesie Esercizio di metrica, Cartoline francesi e Sere in tipografia, che nell’Antologia sono situate nella quarta parte L’amore in tempo di guerra (e vengono subito dopo le sei citate poco sopra). Ci sia consentito un rapido cenno solo a Esercizio di metrica che si presenta come un vero gioiello di bravura tecnica, costituita com’è da quattro quartine saffiche, rette da un puntuale gioco di rime, e percorse da una sottile analisi psicologica dei vari stati d’animo della ragazza che vi compare, la quale passa dalla ritrosia inizialmente dimostrata all’atteggiamento quasi consenziente che traspare nei versi finali.

Seppure posteriore come data (1966) anche Tutto d’un fiato (situata ancora nella Parte Prima della presente antologia) è stata tratta da Un pugno di tempo. Ha per argomento una lunga telefonata fatta dal poeta alla donna con la quale vuole interrompere la relazione (“Perdonami cara” – s’appresta a sussurarle – “ho chiamato per dirti è impossibile”; “per dirti addio” p. 51). Ma, allorché all’altro capo del filo sente la voce di lei mormorargli un semplice “sei tu”, egli ritorna immediatamente sul suo proposito e rinuncia a lasciarla e così le parla: “perdonami perché non so non posso / fingere / e dico tutto d’un fiato troppo ho aspettato ti voglio, / accendi la mia estate / sul tuo tenero prato”. L’andamento della poesia è appunto quello del linguaggio parlato che conferisce maggiore spontaneità e naturalezza all’insieme.

Particolarmente originali sono le cinque poesie della sezione Conchiglie per lei (1967), nelle quali il poeta lega ogni volta ad una conchiglia di diversa specie (il che non stupisce se si pensa che Luisi è un assiduo collezionista di conchiglie marine) il ricordo di differenti esperienze di vita, servendosi di suggestive immagini e inseguendo profondi pensieri. Nascono così: Il murice, La tellina, Il conus, La cypraea e La cypraea aurantium. Si veda, in particolare, per l’efficacia del movimento ritmico e per l’intuizione psicologica con cui è descritto lo stato d’animo del poeta, la chiusa de La cypraea aurantium: “E se la porto / all’orecchio e l’ascolto, non è il mare / col suo lontano murmure / né un’eco d’infinito che mi giunge, / ma nelle mute stanze dove incredulo / non arreso m’aggiro cercandoti / è il tuo respiro ad alitarmi in viso”.

Scritte durante il decennio 1967-77 (ed ancora situate nella Parte Prima dell’antologia) le poesie della sezione Amar perdona costituiscono un’ulteriore conferma dell’eleganza stilistica e della scioltezza espressiva del nostro poeta: “Mai così fragile parve / a me l’amore, e disperato (mare / che non s’acquieta neppure alla riva) come quando / dalle mie braccia già morte fuggivi / ed io ti chiamavo inseguendoti”; “… mie parole non dette, miei perduti aquiloni, meteore / che salgono in alto e poi subito / svaniscono”; “La tenerezza fu che ci divise”. Il titolo, Amar perdona, come precisa lo stesso autore in una nota alla silloge, può intendersi sia “nel significato dantesco […] della nostra incapacità di resistere all’amore”, e quindi della “nostra fragilità” di fronte ad esso, sia in quello “letterale dell’espressione”, vale a dire nel senso di preghiera a Dio affinché “l’amore, se è peccato (ma può davvero esserlo?), ottenga il più comprensivo perdono”. A tale proposito Franca Alaimo fa osservare come il chiamare in causa il “perdono divino” faccia “luce sullo spessore etico dell’uomo Luisi” ed evidenzi a quale particolare tipo di “rapporto amoroso” egli alluda; un rapporto che non è mai da lui inteso come “gioco erotico fine a se stesso”, ma piuttosto come “travaglio, dolore, grido del corpo e dell’anima, dramma fra il volere e il non volere, fra il proprio io e il richiamo della coscienza, fino alla rinuncia, fino alla «morte», come gesto supremo d’amore” (p. 87).

Passando agli anni ’80 incontriamo, ancora nella prima parte dell’antologia, le poesie della sezione Aspasia (1982-85), che sono tratte dalla silloge riepilogativa La sapienza del cuore, con cui Luciano Luisi ha vinto ben dieci premi. Aspasia è un nome celebre, che richiama alla memoria Pericle (del quale fu la donna) e Leopardi (che adoperò questo nome per cantare Fanny Targioni Tozzetti, da lui vanamente amata). Luisi lo fa assurgere qui a simbolo di un amore intensamente vissuto, di una passione che investe la vita e tutta la penetra. Bisogna però notare che l’Aspasia di Luisi dimostra di possedere una sua concretezza e una sua verità psicologica che la rendono ben più di un semplice simbolo: “Ed ora penso: Aspasia quanta vita / e quanta morte è in te” (p. 16); “E questo nostro amore che ci dà / la vita e ce la toglie” (p. 21); “Ma tu mi cresci dentro il sangue e il sangue / è già malato d’ombra” (p. 22).

Affettuosissima si fa poi la voce di Luciano Luisi nelle poesie della Parte Terza, intitolata Noi due e tutta dedicata alla moglie Vera. Sono poesie che testimoniano “la continuità affettiva” della loro “lunga felice vita insieme” e ricoprono un arco temporale che, partendo dagli ormai lontani “anni della prima giovinezza” (La voce che consola è degli anni 1945-46), giunge sino ai giorni dell’attuale “comune serena attesa della vecchiaia” (sezione Vita insieme, 1989-99) Questa parte dell’antologia dedicata a Vera inizia con quattro poesie: la già citata La voce che consola, alla quale fanno seguito: A cena, Nella città del fuoco e La serpe (che sono tratte da La sapienza del cuore). A cena e Nella città del fuoco sono del 1977 e prendono lo spunto da eventi tragici, quali la guerra del Vietnam e i giorni “caldi” dell’eversione a Roma: ciò che le accomuna è il fatto che in entrambe il poeta si rivolga alla sua compagna di vita, per trovare un qualche conforto dall’irrompere nella quiete domestica del mondo esterno, con la brutalità dei suoi accadimenti. Ne La serpe, datata 1985, molto efficace è il paragone che il poeta fa tra questo animale, che periodicamente cambia pelle, e il suo “cuore che muta” e che faticosamente rinasce “nella prova dei giorni”.

Dopo questi quattro testi vi è l’intera sezione Vita insieme la quale, oltre al folto manipolo delle poesie del decennio 1989-99 (appartenenti tutte alla silloge Il silenzio), contiene anche due sonetti, La ferita e La linfa, e alcuni Haiku. Più sommesso, seppure sempre intenso e continuo, si fa qui il dialogo di Luisi con la sua compagna: “Che cosa ancora posso dirti di me / che tu non sappia, o abbia / intuito con gioia o con dolore: tutto / io porto sopra il palmo della mano” (Lo sconosciuto). Il tunnel, poi, è un vero e proprio poemetto nel quale il poeta ripercorre, con animo affettuosamente partecipe, le varie fasi di una grave malattia della moglie, che gli offrono una toccante materia di canto. Molte altre sarebbero le liriche da menzionare, quali, in particolare: Di sera, Al tramonto, La foto.

Appartenenti ancora alla silloge Il silenzio, ma situate nella Parte Prima dell’antologia in esame, sono le poesie della sezione Per sempre (1987-1994), tra le più incisive e compiute della raccolta, nel loro sottile gioco di rimandi tra presente e memoria. Si leggano i versi: “Se tu mi fossi questa sera accanto / … / Ti guarderei soltanto, ormai quietato, / alla tua chiara immagine che in me / non è mutata, da potermi illudere / che non per sempre t’ho perduta. / Nulla / ricorderei del male che m’hai fatto / e: «Ti prego – direi – non ricordartene / del tanto male che t’ho fatto amandoti»” (Il male).

Per così dire da intermezzo funge la sezione Donne d’altri (1989-1993), che costituisce la Parte Seconda della presente antologia, nella quale Luisi ha raccolte alcune poesie pubblicate ne Il doppio segno ed ispirate dalle tele di alcuni pittori contemporanei (Pasquale Basile, Alberto Sughi, Bruno Caruso, Emilio Greco), di cui in più occasioni si è occupato nei suoi interventi sulla pittura del ‘900. Venendo alle poesie più recenti, troviamo la sezione Ultime contenente alcuni sonetti amorosi tratti da Nonostante e la sezione Donne e luoghi, dove figurano con alcune poesie inedite, nelle quali la figura femminile, aerea e concreta ad un tempo, è legata a città come Ferrara, Lucca, Livorno o a luoghi di particolare suggestione, come In Calabria o Sul mare. Si tratta ancora una volta di testi che danno un’ulteriore prova dell’arte raffinata del dire poetico di Luciano Luisi, basata su una non comune sapienza tecnica, che sa giovarsi del mobile gioco degli enjambement e del veloce richiamo delle rime.

Si conclude così anche la nostra panoramica. A lettura ultimata ci si accorge di aver incontrato un poeta autentico, capace di esprimere con schiettezza i propri sentimenti e soprattutto di fermare le proprie emozioni in versi genuini e di grande rigore formale, che sanno concretamente parlare al cuore degli uomini.

(C) Liliana Porro Andriuoli

Posted on 24 aprile 2010, in letteratura and tagged , . Bookmark the permalink. Lascia un commento.

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