Questo nonnulla che ci impegna la vita
di MARCO GUZZI
Siamo entrati in una grande crisi economica che durerà sicuramente per diversi anni. Poiché la nostra società comprende quasi esclusivamente il linguaggio dell’economia, è chiaro che la sua crisi, che ha ben altre e ben più profonde radici, debba esprimersi con forza proprio su quel piano. In realtà questa crisi economica proviene da una incredibile povertà di idee, di vitalità culturale in senso forte. La fecondità e l’autentico sviluppo economico, infatti, dipendono e discendono dalla forza inventiva dei popoli, non la producono.
E questa depressione culturale deriva a sua volta dallo stato psichico e spirituale semicomatoso in cui stagna la nostra civiltà europea e occidentale. Le grandi crisi però sono momenti molto favorevoli per l’evoluzione spirituale dei popoli. Possono esserlo. Dipende da noi. Siamo costretti a tornare all’essenziale. A diventare più seri.
Nelle difficoltà scopriamo a volte che ciò che conta nella vita è spesso assolutamente invisibile, inapparente: è cioè il clima interiore in cui parliamo con i nostri figli o con nostra moglie, lo stato d’animo con cui lavoriamo o affrontiamo le complessità dell’esistenza o guardiamo un fiore. Non ciò che possediamo, non i titoli di cui possiamo ammantarci, e dentro i quali finiamo per nasconderci e perderci, e nemmeno ciò che facciamo: imprese più o meno faraoniche, viaggi intercontinentali, o campagne napoleoniche, magari nel mondo dello spettacolo o degli affari o della politica.
No, ciò che conta è un nonnulla, un alito che scalda, l’anima, un soffio, l’aura che si effonde da te, e che o cura o ammala.
Solo di questo dovremmo occuparci: le persone intorno a me stanno bene? crescono felici? cosa dò da mangiare alle persone che incontro? cosa sono io per loro: un antidoto o un veleno? E occuparci seriamente di questo nonnulla ci impegna per tutta la vita. Semplicemente rendendoci felici. Il resto poi: mangiare, dormire, vestiti, e case e campi, tutto il necessario cioè ci è dato in sovrappiù.
Che questa crisi ci aiuti dunque a comprendere la nullità di tante scene mondane, la miseria di tutti questi personaggi da avanspettacolo. Che la crisi incrini e faccia crollare le torri di Babele in cui tanto spesso restiamo incarcerati. E io credo da sempre che in questo processo di revisione critica e di ricominciamento un ruolo cruciale e sostanziale lo svolgano le donne.
(c) Marco Guzzi – all rights reserved
Posted on 11 novembre 2010, in società e cultura and tagged Marco Guzzi. Bookmark the permalink. 2 commenti.















La crisi del modello sociale ed economico che tu descrivi è, in pratica, quasi irrisolvibile. Siamo assoggettati alle leggi della sopravvivenza, perché oggi ci si sbatte, si lavora e si è sfruttati non per vivere, ma per tentare di sopravvivere, per mandare avanti, nel nostro piccolo, la logica della produzione/consumo perpetuata dal sistema occidentale. Ormai si vive in funzione dell’incertezza e ci si illude di preservare il proprio orticello fiorito (per i fortunati che se lo possono ancora permettere).
Anche la dignità morale delle Istituzioni sembra ibernata, forse “pianificata” proprio per indurre lo spirito allo stato semi-comatoso a cui fai riferimento tu.
Certo, l’auspicio o l’ideale di un ritorno all’essenzialità dell’anima dovrebbe costituire il primo passo verso un nuovo percorso, ma la sensazione di precarietà in cui siamo immersi non suggerisce altro che amarezza. E paura.
Fabio Carapezza
Credo esista nella società moderna una forte contrapposizione tra l’essere e avere. Il principio di identità personale nasce da una continua ricerca in cui i valori dello spirito sono preponderanti; di contro la società consumistica ci propone un modello “esistenziale” basato esclusivamente sulla concretezza dei beni materiali che sostituiscono e fanno le veci del personale sentire, del senso critico che ci porta ad essere diversi gli uni dagli altri. Proprio in questo contesto si inserisce il discorso sociologico che vede nella trasformazione della società il fattore primario che porta gli individui ad adattarsi agli schemi sociali che “dettano” regole ben precise e contribuiscono ad appiattire quella individualità ( non individualismo) che rappresenta il potenziale umano unico e irripetibile.