“Se non si muore” di Franco Casadei

Questa nuova raccolta di Franco Casadei, pubblicata da Ibiskos Editrice Risolo (pp. 64, € 8,00, 2008) in quanto vincitrice del I premio del concorso “Luigi Di Liegro” (sez. silloge inedita), è compatta e intensa. Senz’altro ci offre poesie che emozionano con l’intelligenza del cuore, con un dettato che evita artificiosità e orpelli e va con umiltà e humanitas al nocciolo delle questioni, componendo quasi un diario, sobrio e mai autocompiaciuto, in cui amore, dolore, perdite, incontri, sguardi, entusiasmi, paesaggi, ricordi, riflessioni, propositi… assumono una forma poetica essenziale e coinvolgente. La prima parte, intitolata “Sull’altra sponda”, ha in esergo queste parole di Pavese: “Forse qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?” Credo che qui troviamo una chiave importante per leggere questo libro, dato che l’autore, nella vita e nei suoi versi, cerca di dare un senso “operoso” (e certo cristiano) a questo attendere: «non importa sapere l’ora / ma l’approdo, / che si apra la porta, adagio» (p. 25); «il cielo non è vuoto, arriverai / anche se non chiamo / nel silenzio della neve / vento sul grano» (p. 27). Una silloge che riteniamo particolarmente importante per l’Autore e per tutti coloro che la leggeranno assorbendone i molteplici rimandi alla realtà, che è anche quella quotidiana di un territorio, come la Romagna, ricco di autentiche voci poetiche.

Alessandro Ramberti

*

I SUOI VERSI

Arriverai

La tua assenza

a volte è necessaria,

il sentirsi soli

come nelle feste

il cielo non è vuoto, arriverai

anche se non chiamo

nel silenzio della neve

vento sul grano.

*

Clausura

Anime mute avvolte in grezze lane

il passo austero

fra penombre bisbiglianti

di navate e chiostri

al lume di ceri e di un sole

obliquo fra le grate

Dio riempie i dettagli e le fessure,

l’anima scandita da silenzi e salmi

la solitudine

scelta per non sentirsi soli.

*

I cerchi dei tuoi anni

Come luce nel suo fervore

in un giorno bianco di ciliegi

mi sei piovuta dentro

un amore inquieto,

caduto nell’agguato

se l’è portato il vento,

un esodo di addii e ritorni

ore di sere

lontane dai tuoi pianti segreti

ti guardo di soppiatto

nella calma del sonno che t’incalza

leggo i cerchi dei tuoi anni

fino al ramo di nuovo germogliato.

*

Anche d’inverno

Anche d’inverno, il sole

sulle vetrate a fronte

s’addensa in un riflesso,

abbagliante nel grigiore

come Dio talvolta si nasconde

e manda il suo bagliore

dentro le ore scure.

*

 

MEDICO E POETA

Franco Casadei (Bertinoro di Forlì-Cesena, 1946), medico otorinolaringoiatra, vive e lavora a Cesena. Dall’età del liceo compositore di zirudèle e filastrocche in vernacolo romagnolo, solo dal 2000 scrive liriche in lingua italiana. Impegnato in ambito sociale e civile, già responsabile dell’Associazione “Medicina e Persona” di Cesena, attualmente coordina il gruppo “Amici AVSI” di Cesena che opera a sostegno dei progetti dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, presente nei paesi più poveri del mondo. Sue poesie sono presenti in Poeti romagnoli d’oggi e Giovanni Pascoli, 2005 e Poeti romagnoli d’oggi e Charles Baudelaire, 2007, antologie a cura di Franco Pollini, ed. Ponte Vecchio, Cesena. Ha vinto diversi premi (tra cui il Carlo Levi e l’Ungaretti) e pubblicato I giorni ruvidi vetri (Il Ponte Vecchio, Cesena, 2003) e Se non si muore (Ibiskos Editrice Risolo, Empoli, 2008). Con la raccolta Se non si muore è risultato vincitore del Premio “Tra Secchia e Panaro” 2009, per la sezione Poesia Edita.

*

Franco Casadei, Se non si muore, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli 2008

Densissima di riferimenti a testi letterari e opere d’arte, dai classici ai contemporanei, ai più vicini, agli amici…, la raccolta si apre nel dialogo con un poeta amico per chiudersi ugualmente con un altro dialogo con un altro poeta amico, al femminile; e sono riflessioni sapienti sulla poesia che da sempre, per statuto, si confronta con la morte, tanto più da parte di un poeta medico. Ci vorrebbe un poeta (p. 17), dedicata a Gianfranco Lauretano in apertura, echeggia Emily Dickinson: la riva rassicura / ma la vela è destinata al vento. È un explicit apparentemente slegato dai versi che precedono, ma in realtà proprio il senso del rischio implicito al viaggio, o volo, lega il distico alla voce che canta la follia. La poesia è un attimo (p. 60), dedicata a Roberta Bertozzi, in chiusura, racconta l’esperienza del poeta che è visitato senza preavviso, e costretto a vigilare per accogliere il dono della parola, ma al tempo stesso, per analogia, si dice della vita: anche la vita è un attimo. Alcune rapidissime descrizioni manifestano l’assoluto realismo dello sguardo, acutissimo: nello sciamare d’auto / le luci aggrovigliano le strade (p. 19); oppure luccica l’argilla tagliata delle zolle (p. 23). Straordinaria la capacità di sintesi: Van Gogh, quadri (p. 24) al tempo stesso in cui realizza un quadro d’insieme della produzione di un classico della pittura, rappresenta, immagine per immagine, come già l’opera, una metafora della vita. Sapiente, nella musicalità di fondo, anche l’uso della rima che spesso, a distanza, e al mezzo, congiunge i motivi sui quali si costruisce il discorso. Valga come esempio banco, stanco, schianto in “Nighthawks” (p. 20).

La raccolta presenta una struttura tripartita: la prima sezione, Sull’altra sponda, che si apre con la voce di Cesare Pavese in epigrafe, vorrebbe montalianamente aprire una fessura nel diaframma che separa il visibile dall’invisibile, i vivi dai morti; e nell’anelito al divino – tanto urgente è la Sua presenza (arriverai / anche se non chiamo, p. 27) – si fa implorazione incessante: vedere la misericordia promessa (…) abbracciarti, abbracciarmi / toccarti il respiro (p. 21); che si apra la porta (p. 25); luce / luce che scendi (p. 29).

La seconda parte, Poesie del dolore, che porta in epigrafe la parola sapienziale di Paola Lucarini di memoria campiana (derivata a sua volta dalla Weil e soprattutto da Hofmannsthal) – la nostra forza / sta nella profonda inconoscibile giustezza / di ciò che accade – , parte dalle radici del dolore, dall’incontro con la morte in età tenerissima quando l’evento non si può in alcun modo elaborare tanto che si struttura, nel crescere, come presenza ossessiva del mistero e inclina alla pietas che fa partecipi del dolore dell’altro anche nel nascondimento: Ho visto un prete piangere (p. 40). È il titolo che spiega lo stupore, in questo contesto, perché un sacerdote, come un medico, matura una certa consuetudine con la sofferenza. Alludendo all’immagine evangelica della porta stretta del regno dei cieli, con una punta di dolente ironia il poeta arriva subito, in incipit, alla conclusione : È entrato dalla porta stretta (…) io, dietro la colonna…/sono uscito furtivo / dall’orto degli ulivi ovvero dal luogo della passione, dove si suda sangue. Rimane un segreto senza nome (…) esprime anche profondo rispetto della sofferenza altrui.

La terza parte, Fra partire e stare, trascrive in epigrafe versi di Montale che indicano il volo come attraversamento della soglia. La sosta (p. 54) che a riva trova scheletri di tronchi portati dall’inverno, consente vedere che il vento mutevole di marzo / ha risvegliato i rami. Emblematica è la sequenza dei testi in chiusura Come rondini sospese (p. 58), vagamente ungarettiano – si resta come rondini -, seguito da Tutto è calmo ormai (p. 59): prima il tormento agitato del trapasso e poi la quiete dopo la tempesta. Niente rinasce se non si muore.

ANNA MARIA TAMBURINI

 

Già dai primi versi di questa raccolta si nota la formazione di Casadei, avvenuta alla luce di autori essenziali nel panorama poetico del periodo classico del Novecento. Egli si è nutrito di robuste letture, scegliendo i poeti che gli fossero ‘consanguinei’ spiritualmente (fra i quali Clemente Rebora, David M. Turoldo, Emily Dickinson), a conferma che i testi di Casadei propongono un percorso e non giri a vuoto del pensiero o inutile vagabondaggio di idee. Non ha sicuramente un verso ‘debole’ figlio di un pensiero debole che ha informato tanta cultura dei nostri ultimi lustri. Non siamo di fronte a paesaggi desolati né a terre prive di orizzonti; i panorami del nostro poeta sono aperti e hanno varchi che mai chiudono visioni. Semmai è la speranza che consola anche l’uomo ‘viatore’ in sentieri difficili. Due lemmi svelano l’avventura del poeta: il ‘groviglio’ esistenziale e il significativo ‘appiglio’ che serve per non smarrirsi del tutto. Altra parola chiave ricorrente è ‘luce’, spesso accompagnata a ‘oscurità’. Oscurità reali, non di manieristico compiacimento. Così la ‘luce’ che con i suoi ‘bagliori’ si fa non disabitata trasparenza, è un topos di ascendenza luziana che non solo illumina ma si fa calore e coinvolge anche la sfera psicologica e affettiva dell’uomo. È insomma una luce abitata, un paesaggio del ‘cuore’, inteso in senso pascaliano, cioè come sede conoscitiva che supera gli angusti (seppur necessari) recinti della ragione. In Casadei la tentazione metafisica si fa attesa di un evento straordinario: l’abbraccio fisico con ciò che sta oltre il visibile, una discreta Presenza che assicura sempre una ripresa come si legge in un verso di chiaro calco cristiano: «Niente rinasce se non si muore». Mi preme concludere dicendo che è salutare il canto di un poeta che dà il respiro ad una cultura asfittica e orfana di orizzonti, popolandola con improvvisi bagliori e benefiche presenze.

FABIO MARIA SERPILLI

Posted on 29 novembre 2010, in poesie and tagged , . Bookmark the permalink. Lascia un commento.

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