Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2010
PREMIO LETTERARIO IN PURISSIMO AZZURRO 2010
Il 12 luglio scorso si sono concluse le iscrizioni per partecipare alla seconda edizione del concorso letterario indetto dalla rivista culturale “In Purissimo Azzurro” e riservato agli inediti. Il concorso era aperto a tutti i cittadini residenti in Italia, che avessero compiuto 18 anni di eta’ entro il 12/07/2010, ai quali era permesso di concorrere in una soltanto delle sezioni del Premio.
Nel bando si esprimeva che, fermo restando la natura libera e gratuita del concorso, questi avrebbe privilegiato nei temi quei testi che fossero stati in grado di “elaborare in forma matura e convincente la moderna ricerca dell’assoluto, il senso profondo della vita con le domande sull’uomo e il suo destino, i valori ineludibili dello spirito capaci di veicolare il sentimento religioso del tempo attraverso i molti chiaroscuri dell’esperienza umana”.
Dopo un lungo e laborioso scrutinio delle moltissime opere pervenute alla nostra Redazione, la Giuria si è così espressa sui testi ammessi al concorso:
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Primo classificato
al 2° Concorso Letterario In Purissimo Azzurro 2010:
LUDOVICA MAZZUCCATO
con la poesia Neon
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Traballi dentro di me
in snervante alternanza
di rabbia e speranza.
Traballi dentro di me
come il neon della sala d’aspetto
di una stazione di periferia,
dove la gente si ferma
per poi scappare subito via.
Traballi dentro di me,
improvvisamente ti spegni
e ti riaccendi
ronzando una preghiera,
sfolgorando la mia anima di falena.
Traballi dentro di me
perché sono un lucerniere
instabile e infedele
che ha distorto la Tua immagine
per assomigliare a quella matassa
di filo spinato
che il Salvatore ha incoronato.
Ma senza di Te, lampada d’Amore,
sarebbe troppo buio
in questo povero cuore.
(c) LUDOVICA MAZZUCCATO
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Secondo classificato
al 2° Concorso Letterario In Purissimo Azzurro 2010:
ARDEA MONTEBELLI
con la silloge poetica Il Disegno del mondo
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In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe
e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio
aleggiava sulle acque (Gen 1,1-2)
Era cristallo rosso
il mare fino al fondo,
le rocce fredde
inseguivano il sole
finché la luce
capovolse la materia
e dal vuoto trasparì
l’alito turchese dell’alba.
Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu
(Gen 1,3)
In un unico atomo
acque profonde e terra
accompagnavano l’abisso
e il buio cresceva insieme
al disegno del mondo.
Poi fu la luce
libera
simile a un filo di fuoco
comparve davanti alle acque
e alla terra.
Dio le affidò
il volto del giorno
e chiamò notte
l’altro volto diviso
di un solo mistero.
Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque
per separare le acque dalle acque”(Gen 1,6)
Si fece l’alba
del secondo giorno
una volontà celeste
come sfera luminosa vibrò
separando le acque dalle acque
e fu amore
intimo amore
fra nubi e stelle
fra sole e luna.
Per tutto l’universo
visibile e invisibile
fecero un’anima sola.
Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo
si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutto”
(Gen 1,9)
Nel terzo giorno
acque altissime e terra
mostrarono il loro volto
tessendo e ritessendo
un cuore solo
sul destino del mondo.
Era cosa buona
e Dio generò
ogni sostanza feconda
come se un nodo
la legasse per sempre all’universo.
Oleandri e rosmarini
lauri e ulivi
fragole e rose
erbe e germogli
si fecero così vicini.
Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo,
per separare il giorno dalla notte “(Gen 1,14)
Nel quarto giorno
sole e luna
si adagiarono
dove l’amore è assoluto.
Notte e giorno
si avvolsero da un capo all’altro
moltiplicarono giorni e stagioni
congiungendo ogni cosa
a un tempo infinito.
Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino
sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”(Gen 1,20)
Meduse cavalli marini
sgombri delfini
aironi colombe
aquile e falchi
nel quinto giorno
lungo le sabbie e i monti
in un viaggio leggero
si avviarono verso la costa.
Di profumo in profumo
davanti al sole
e sotto le stelle
un respiro salì dalla terra.
Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie:
bestiame, rettili e animali selvatici”(Gen 1,24)
I
Impalpabile struttura
dalle radici d’olivo e torba
sfociava ad altri abissi
e l’indefinibile legava
tempo e vita
al chiarore delle sabbie.
Nel sesto giorno
rettili e bestie selvatiche:
nutrimento e sostanza,
frutto di amoroso sangue.
Ocra e azzurro il cielo
fra oriente e occidente.
Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine,
secondo la nostra somiglianza”(Gen 1,26)
II
Maschio e femmina Dio li creò
e benedisse
quali principi precoci
dell’alba e delle stelle
custodi di bellezza
che sazia
più potentemente della luce.
Si moltiplicarono
e riempirono la terra
legando gli uni gli altri
all’essenza di ogni cosa.
Queste sono le origini del cielo e della terra,
quando vennero creati (Gen 2,1)
Uomini grani di sabbia
oceani selve vulcani
venti rocce stagioni
silenzio e potenza del sole
furono benedetti.
Nel settimo giorno
tutto si acquieta.
(c) ARDEA MONTEBELLI
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Terzo classificato
al 2° Concorso Letterario In Purissimo Azzurro 2010:
ANNA MARIA TAMBURINI
con la lirica Laudario
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Il respiro si alza del vento
alla foresta che s’inoltra
da Casanova d’Alpe e scende
col chioccolio delle acque
a tratti gorgoglia nei ruscelli
dal ciglio, a più alte lande
scale note pause e discese
più sotto, più dentro il cuore del bosco
dove sibili e trilli acconsentono
all’alito di fondo che t’ investe
Nell’inverno ha infuriato il vento,
con la neve ha agìto le vele
rimosso tronchi immensi al suolo
- quale destino ha divelto le piante
nel massimo rigoglio della forza
e àgita le foglie nell’estate.
Fronde di larici aliavano,
nei faggi sommovimenti
aerei e carpini a tratti.
Sulle colonne altissime dei cedri
di luce s’accende il tempio
di tra i vuoti che scalda il sole
sino a terra dove alti cumuli
brulicano di formiche rufe
e nascosti rifugi d’animali.
Chiarore d’occhi ridente di pascoli
alpini d’estate, di sfondo vette
innevate ancora, vi cola a filo
liquore di cielo in rivoli
vivaci e intride d’umori la terra
che beve e turgida
captare sguardi e scintille sui prati
aperti che amo di botton d’oro
nei trifogli e genziane
affiorano scogli di muschi scuri
e nascosti balzi d’animali
tra i picchi rapidi
saette di piccoli di cervo
nel verde e agili corni di stambecchi
Laudario di elementi
che alita la vita sgrana
in luci intermittenti.
(c) ANNA MARIA TAMBURINI
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La Giuria del Premio ha ritenuto di operare una scelta precisa, per la sezione Narrativa e per la sezione Saggistica, decidendo di non assegnare nessun vincitore alle suddette sezioni, non ravvisando nelle opere – pur interessanti – inoltrate alla Redazione i requisiti preposti all’assegnazione del premio, mentre ha deciso altresì unanimemente di assegnare una Menzione di Merito al romanzo Il giorno del giudizio di Alver Metalli e Lucio Brunelli, opera che, ci piace informarvi, è stata già opzionata dall’editore Fazi per la pubblicazione e di cui riportiamo come assaggio la pagina iniziale o incipit, invitando caldamente ciascuno di voi a leggere il testo completo dell’opera quando uscirà a stampa nelle librerie italiane.
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Menzione di Merito
2° Concorso Letterario In Purissimo Azzurro 2010
al romanzo IL GIORNO DEL GIUDIZIO
di Alver Metalli-Lucio Brunelli
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Una pioggerellina gelida picchiettava sull’elmo appena lucidato, inzuppava il pennacchio rosso, scivolava lungo la punta argentata del morione. L’alabardiere Andrè Lourain mosse gli occhi verso l’alto e seguì il formarsi lento della goccia. La guardò staccarsi pigramente dalla curva dell’elmo e precipitare davanti al volto, punteggiato di lentiggini e doverosamente impassibile. Nove giorni erano trascorsi dalla morte di Leone XIV. E finalmente era arrivato il momento delle esequie. Le lancette dell’orologio sulla facciata della basilica segnavano le sei. Tre ore ancora, tre ore alla fine del turno, cent’ottanta minuti di pioggia snervante, un’altra giornata dura, lunga, calcolò la giovane guardia svizzera, l’ultimo arruolato nel corpo che per tradizione era chiamato a proteggere i sacri palazzi. Ma il peggio forse era passato. Fra una decina di giorni si sarebbe tenuto il conclave. E pian piano i ritmi di lavoro sarebbero tornati normali.
Sebbene il servizio nell’esercito del papa, per lui, fosse solo un onesto mestiere, nei primi giorni l’alabardiere Andrè Lourain si era lasciato contagiare dall’emozione dei fedeli per la morte del pontefice. L’agonia di Leone XIV era stata accompagnata da una lunga veglia di preghiera. Non aveva mai visto tante lacrime scorrere, sul quel selciato, come nel momento in cui era stato annunciato il trapasso del Santo Padre. Innumerevoli come le gocce che adesso gli tamburellavano sull’elmo.
Nella piazza gremita all’inverosimile di fedeli radunati dal tam tam della notizia fatta trapelare dal segretario privato don Nicola Pagliaro, sul brusio di un rosario recitato da migliaia di voci, lunedì 23 ottobre alle 17:30, Bonaventura santo nel calendario liturgico romano, il Papa aveva rimesso a Dio l’ultimo respiro. Poi mani pietose ed esperte, vigilate dal fedele segretario, si erano impossessate del corpo per poterlo esibire all’ultimo saluto.
Esposta su un catafalco davanti all’Altare della Confessione, la salma di Leone XIV aveva accolto il massiccio flusso di visitatori con la stessa benigna pazienza che il successore di Pietro aveva mostrato in vita. Il popolo credente era sfilato in silenzio davanti ai poveri resti mortali, sfiniti dalla malattia, segnandosi la mano e il petto nel simbolo della croce. I curiosi avevano alzato i loro cellulari per riprendere il volto esangue di papa Leone, sperando di essere a loro volta immortalati in un frammento di telegiornale o in uno dei tanti collegamenti live delle centoquaranta emittenti di tutto il mondo accreditate per l’evento.
Anche i potenti, giunti a Roma per le esequie, si erano inchinati davanti alla salma, rendendo omaggio a un pontefice che non avevano amato. Il primo papa figlio di un operaio. Non erano mancati nella storia recente della Chiesa altri pontefici di umili origini. Giovanni XXIII, il Papa buono, era nato in una famiglia di contadini, poveri mezzadri del bergamasco che vivevano della terra e dei campi. Giovanni Paolo I da bambino aiutava a fare il fieno nel casolare dei genitori e portava le mucche al pascolo nei prati alpini di Canale d’Agordo. Ma nessun successore dell’apostolo Pietro finora era stato concepito da un operaio. Il padre di papa Leone, Pietro Mori, aveva lavorato alla Fiat. I suoi antenati, lucani, di origini più che modeste, erano immigrati a Torino dopo la seconda guerra mondiale.
Il cardinale Giovanni Mori, eletto al Soglio di Pietro, aveva preso il nome di Leone XIV in onore a quel lontano predecessore, Leone XIII, che promulgò la Rerum novarum, la prima enciclica sulla questione sociale. «La grazia di Dio e i poveri sono l’unico tesoro della Chiesa» amava ripetere il defunto pontefice. Rari i suoi interventi politici. Ma negli ultimi tempi papa Leone aveva contrariato la Casa Bianca rifiutandosi di benedire l’annunciata guerra contro la repubblica islamica dell’Iran. Benché timido e mite per natura, l’aveva marchiata con parole di fuoco come una guerra ingiusta, irresponsabile, che avrebbe arrecato maggiore insicurezza e dolore in tutto il mondo. «Abbiamo forse già dimenticato… non ci ha insegnato nulla l’esperienza catastrofica dell’Iraq?», aveva ammonito nell’Angelus domenicale, appena due settimane prima della morte, raccogliendo in quell’ultimo accorato appello le poche energie che gli erano rimaste.
L’alabardiere Andrè Lourain osservò la goccia scivolare e staccarsi dalla punta dell’elmo, la diciottesima da quando aveva cominciato a contarle per ingannare il tempo; come il giorno del giuramento, anch’esso piovoso, davanti alla madre con l’ombrello in mano, sorridente e orgogliosa di quel figlio che era arrivato a Roma, al servizio del papa. Un traguardo che Andrè Lourain non era stato sicuro di riuscire a raggiungere e che invece aveva tagliato, seppur con grande sacrificio. Il pensiero della madre lo rattristò. Era molto malata, un ictus l’aveva bloccata a letto e ora aveva bisogno di almeno due badanti, giorno e notte. E lui era lontano. Scacciò il pensiero rinchiudendolo nella goccia che si staccava dall’elmo.
(c) A.Metalli – L.Brunelli (all rights reserved)
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Pubblicato il 11 dicembre 2010 su concorsi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.
















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