Per te ogni volta nasce un’alba nuova – Un ricordo del poeta Aldo G. B. Rossi
E’ scomparso il 29 settembre 2008 a Genova, Aldo G.B. Rossi, brillante ingegnere civile e validissimo poeta: nel 1970 fu finalista al Premio Viareggio con il suo The blue collars (Sarzana, SP, Carpena, 1969) ed alcune sue raccolte di versi ebbero vasta eco. Non è pertanto fuori luogo dedicare un minimo di attenzione alla sua opera in versi, esaminando tre fra i suoi più frequenti motivi ispiratori: quello degli affetti familiari, quello del rapporto con i propri simili e quello del rapporto con la natura, specie la montagna. I versi che verranno qui citati sono, salvo esplicita dichiarazione, tutti tratti dalla sua ultima silloge riepilogativa, La luce di Émmaus (Torino, Genesi Ed., 1999).
Ovunque, nelle poesie di Aldo G.B. Rossi, si percepisce un’intima ispirazione religiosa, che si manifesta sia in componimenti squisitamente spirituali (si vedano in particolare poesie quali: Il dialogo; Il graffito di Dio; Preghiera mattutina; Preghiera vespertina e l’indimenticabile Sulla strada di Émmaus, già presente nella silloge omonima (Milano, Pan Ed., 1979) sia in componimenti più spiccatamente umani, intrisi però da una forte spiritualità, spesso palesemente sostenuta da un’autentica fede cristiana.
Di spiritualità cristiana sono permeate in particolare le poesie ispirate ai tre motivi in oggetto: infatti gli affetti familiari sono per Aldo G.B. Rossi improntati sempre ad una visione ultraterrena dell’esistenza; ancora, nel volto dei propri simili egli intravede quello di Dio, come, d’altra parte, la bellezza della natura riflette sempre per lui un raggio di quella divina. Vediamone qualche esemplificazione, iniziando dal primo dei tre, gli affetti familiari.
Importante è sempre stato per Aldo G.B. Rossi il vincolo del sangue: “Non troppo in alto / – aquiloni impazziti – / i miei desideri. // Ma poche piccole cose / nel cerchio breve / d’un ventaglio d’affetti. // Il fulcro / nella mia mano” è non a caso quanto leggiamo in Desideri, una poesia riproposta anche successivamente, ma che già figurava nella sua seconda silloge, Il fiore dell’agave (Sarzana, SP, Carpena, 1966). E non solo: Affetti (titolo di sezione ricorrente con frequenza in tutta la sua produzione poetica) s’intitolava anche la prima sezione del suo libro d’esordio (Oltre la parola, Sarzana, SP, Carpena, 1965), che per l’appunto iniziava con una poesia dedicata al padre (A mio padre). Quella poesia la possiamo ora rileggere, con qualche variante, in La luce di Émmaus. Il suo titolo è qui diventato Lo schiocco della portiera; ecco la prima strofa: “Verso un buio gorgo d’asfalto / scendesti lo scosceso sentiero / alto, fiero, solenne / come una statua antica. / Il male limitava il tuo passo / la contratta mascella / dissimulava il dolore, nascondeva il cilicio / che ti mordeva le carni. / Tuttavia rifiutasti il sostegno / del braccio amico. / Lento, ieratico / continuavi a scendere”.
Netta emerge da questi versi la figura dell’amato genitore, il quale, un tempo energico e prestante (“Impavido ti vedo salire, / geme e stride il ghiaccio / sotto il tuo passo ribaldo”, L’arcobaleno di luna), è ora minato da un male inguaribile ed appare al figlio in tutta la sua fragilità fisica: “Ora un freddo sudore ti raggela la fronte / come una bava di brina / e nel salire / un muto ansimare ti accompagna / … / Comprendesti – e noi con te – / che sarebbe stata l’ultima replica” (L’ultima replica). Come d’altronde netto vi emerge il grande affetto che il figlio nutre per il padre, palese anche in altre poesie della sezione (dal significativo titolo Dedicate al padre): “Non mi moristi, babbo, il giorno estremo / ma allora quando, / non presagendo, seppi / … / Fu forza / dissimulare col sorriso l’urlo / di pietra e il vuoto nelle vene, / e tacqui il vero. / Fu la prima menzogna, pietosa / e pur la più crudele” (Fu la prima menzogna).
Si tratta certamente di versi di forte tensione, in cui il sentimento è manifestato dal poeta con notevole misura e sobrietà e reso sempre con perfezione stilistica. Si veda in particolare la poesia L’attesa, senz’altro una fra le più compiute. Il poeta si rivede bambino quando, insieme al fratello, attendeva il rientro a casa del “babbo”: “E noi ad attenderti muti, / aggrappati ai ritti della ringhiera / – più alta di noi -, in agguato / del primo cigolio del portone / per dare la voce”. Ora però la situazione si è ribaltata: non è più il figlio ad attendere il padre, ma il padre stesso che, al di là di “dilatate sbarre di silenzio”, attende il figlio (“Ora sei tu che ci attendi / da dilatate sbarre di silenzio”).
Ed ecco riaffacciarsi qui un «topos» ricorrente nella poesia del Rossi: la speranza, per lui quasi una certezza, che la nostra vita si possa perpetuare anche dopo la morte, in modo da consentirci di ricongiungerci con coloro che più abbiamo amato e che ci hanno preceduto nell’aldilà. Si vedano in proposito versi quali: “anche noi / … / approderemo esausti alla tua riva / … / E sarà ancora la vita con la vita” (San Serafino – Il giorno di Colombo); “Forse un giorno ancora insieme / in alto ci porterà / un arcobaleno di luna” (L’arcobaleno di luna), per non fare che poche esemplificazioni.
Ma si veda anche: “Ogni tuo passo claudicato è un «requiem» / un silenzioso colloquio con il Babbo, / un salir grado a grado verso Lui” (A mia madre), dove è la madre, la quale, con l’avanzare degli anni, lentamente si avvicina sempre più al fatidico momento dell’incontro. La madre non poteva certo mancare nel “ventaglio degli affetti” di Aldo G.B. Rossi: a lei il poeta dedica alcune poesie fra le più riuscite, nelle quali traspare il suo forte sentimento di amore filiale, espresso però sempre in modo contenuto e sobrio sul piano della resa stilistica. Si vedano: “Si è fatta più azzurra / la vena alla tua tempia, / che si è fatta più bianca. // Pulsa sempre dello stesso amore” (A mia madre, p. 39) e “All’alba scompaiono le stelle / senza lasciare orma, / quando mi rivedi / per te ogni volta nasce un’alba nuova / e nella gioia gli anni / non lasciano più impronta sul tuo volto” (A mia madre, p. 41). Ma versi altrettanto compiuti, potrebbero citarsi da Confessione a mia madre, L’ultima veste e «L’omino nero».
Un discorso a parte, impossibile da farsi in questa sede per l’ampiezza che richiederebbe, è quello sulle poesie scritte da Aldo Rossi per la moglie, Irene, l’affettuosa compagna di una lunga vita in comune, la quale è la manifesta ispiratrice di ben due sillogi: Versi per Irene e altre poesie (Milano, I.P.L., 1995, in cui il poeta, unitamente ad alcune altre, raccolse le poesie a lei dedicate) e Irene (Genova, De Ferrari Editore, 2001), un vero e proprio canzoniere scritto per la donna della sua vita. A testimonianza di un tale profondo sentimento, che ha legato per l’intera sua esistenza Aldo Rossi a colei che fedelmente gli è stata accanto fin dagli anni giovanili, riportiamo la poesia Questo senso…:
QUESTO SENSO…
a Irene
Questo senso di perderci,
che ci attanaglia con un cappio stretto,
a pensare domani uno di noi
solo,
e in questo struggimento si sdipana
nitido il film di tutto ciò che è stato,
i segni zodiacali dell’incontro,
solitudine, eclissi, arcobaleni,
la guerra e il tempo del riscatto,
le lunghe attese, gli anni incoronati,
i figli,
albe e tramonti nei natii profili,
il rarefarsi delle presenze care
e questo lento ingrigire di ogni giorno.
Questo senso di perderci… Ma ancora
lieve un sussurro c’è di brezza amica.
Vedo al risveglio nella prima luce
il tuo sorriso e sempre mi innamora.
Cristianamente improntati a sentimenti di umana comprensione e reciproca solidarietà sono anche i rapporti che Aldo G.B. Rossi instaura con gli altri, i suoi simili, convinto com’è che ogni uomo, per superare la propria limitatezza, non debba chiudersi in sé stesso e barricarsi dietro il proprio egoismo. Siamo infatti “tante piccole gocce, / che, sole, la vampa dissecca e svuota d’umore”, e soltanto “se andiamo a cercar con amore le gocce sorelle”, potremo formare “rigagnolo e rivo / e fiume ampio scorrente”, dato che “un tutto noi siamo / col mare universo” (Gocce). Un senso di fratellanza cristiana anima, dunque, la poesia di Aldo G.B. Rossi; e, d’altra parte, per un credente, come dice Giovanni Cattanei nella sua Presentazione a The blue collars, “Cristianesimo è chiesa, è unione, è comunanza dei figli di Dio. E’ famiglia che si ama ed è riamata. E quando riamata non sia, seguita ad amare”. E Rossi credente lo è fino in fondo: “Aiutami a vedere / chi mi guarda dal basso / con supplici occhi / annegati di solitudine, / aiutami a porgere la mano” (Aiutami Dalla sezione Poesia come preghiera in La luce di Émmaus) è non a caso la sua preghiera.
Emblematiche in quest’ottica sono le poesie della sezione I Colletti Blu, della silloge La luce di Émmaus (alla quale ci riferiamo in questa sede), dove sono confluite sia le liriche della precedente The blue collars sia liriche scritte e pubblicate in epoche successive. Si tratta comunque di poesie ispirate dal problema della sofferenza dell’uomo e della sua condanna al lavoro per procacciarsi i mezzi di sussistenza; ma la condizione della quotidiana “fatica di vivere” non si accompagna mai in queste poesie a sentimenti di angoscia o di disperazione, sorretta com’è da quell’inesauribile fonte di umana e cristiana solidarietà: ci sarà sempre qualcuno infatti capace di offrirci un “sorso di amicizia” (Messa di Natale a Cervinia), un “sorso di calore” (Guardiano del cantiere) o, magari, soltanto un semplice “sorriso”: “Negli occhi buoni da cane da caccia / ombre di intime piaghe e cicatrici. / Ma sorridevi. / […] / Ti sorrisi anch’io” (Posteggiatore).
E così il Vecchio muratore, seppure “con occhi arrossati / dai troppi sbruffi di calcina”, può sognare, “tra spirali di fumo”, di poter costruire alfine una casa tutta per sé: “Mattone su mattone / appilando, / da quanti / anni non sai, / intessi muri per le case altrui, / … / e con occhi arrossati / dai troppi sbruffi di calcina sogni / e intessi i muri della casa tua” (Vecchio muratore); ed il Pescatore, può calare fiducioso le reti, nella speranza che nella “nuova sera” il mare sia meno avaro e gli conceda il premio di una ricca pesca: “Al tramonto son d’oro scalmi e remi / e la tua nenia è canto di speranza. / Poi, calati i velari delle reti, / le lampare son lucciole sul mare / e inizia il lungo gioco delle attese. / … / Ma non imprechi contro il mare avaro, / guardi lontano, fisso all’orizzonte / già nell’attesa della nuova sera / con remi e scalmi d’oro” (Pescatore).
Anche il motivo del rapporto con la natura, avvertita come opera di Dio, è in Aldo G.B. Rossi permeato da un forte spirito cristiano: il poeta infatti, osservando la natura, sa immergervisi con un senso di profonda immedesimazione: “… Io ritrovo / in questa terra il senso della vita” (La pietra d’angolo); “Al sole di febbraio, accoccolato / al riparo di un fosso, mi sorride / il ciuffo d’erba giallo dell’inverno” (Febbraio). Significativo in questo contesto appare il suo “Colloquio con la pioggia”, che da un timido approccio iniziale (“ticchettio sommesso sulle foglie”) assume toni sempre più confidenziali, divenendo una vera e propria conversazione fra amici: “Ti acquietasti più tardi, / tornasti in confidenza / col tuo pettegolo mite chiaccherio”.
Fra le poesie dedicate dal Rossi alla natura non vanno certo dimenticate le sue Cartoline dalle Dolomiti del Brenta, poesie a due voci di Giovanni Cristini e Aldo G.B. Rossi (Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1985; prefazione di G. Cristini; 2a ed, Tione (TN), Ed. Rendena, 1998; presentazione di Piergiorgio Motter), che rivelano la grande passione che egli ha sempre nutrito per la montagna e la gioia che gli infonde, ogni volta che l’affronta, l’ascesa verso le alte vette. E’ “nelle montagne”, infatti, che il Rossi “trova sensazioni naturalistiche vividissime; e persino presagi di emozione religiosa” (Aldo Capasso, «Arte Stampa», Anno XXXIX, n. 2, apr.-mag.-giu. 1989.) Si veda in proposito la Cartolina dall’Alimonta, dove è l’ascesa verso un’impervia cima ad ispirargli una commossa invocazione a Dio: “Mentre l’aquila rotea predatrice, / Tu, aiutami, porgimi la mano, / rivelami le chiavi dell’ascendere, / sulle labili orme del nevaio”, nella quale “l’ascesa del monte”, per dirla con Aldo Capasso, si fa in questa poesia “figura dell’ascesa ultima verso il Mondo senza tempo”.
La montagna dunque per il nostro poeta acquista sovente un valore simbolico di tempio della natura, di luogo sacro dove tutto gli parla di Dio, il Creatore di tante meraviglie; e che quindi predispone l’animo alla preghiera e alla tensione spirituale verso l’alto: “Forse il Dio dei camosci e degli umani / abita tra pinnacoli / e guglie sfavillanti” (Marzo all’Hermitage); “Qui dove il lago è un altare / e candelabri sono gli abeti / e incenso le nuvole, / qui tutti accomuna un unico afflato, / ed è annuncio e presagio del tempo, / quando il silenzio si sarà fatto luce / e la luce silenzio” (Messa al Lago delle Malghette).
E’ pertanto, quella di Aldo G.B. Rossi, una poesia che, come scrive Giorgio Bárberi Squarotti nella sua prefazione all’ultima raccolta riepilogativa, La luce di Émmaus, “discende dalla luce del Verbo incarnato accolto nella parola dedita con strenuo slancio e con assoluta tenacia a dare voce alla bellezza della terra, alla verità degli affetti, alla memoria dei morti, alla preghiera…”. Nulla meglio di queste parole vale a darci l’idea dell’opera di un poeta ricco di profonda spiritualità e capace di toccare sicuri traguardi d’arte.
Copyright © Liliana Porro Andriuoli – In Purissimo Azzurro
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Posted on 12 gennaio 2011, in letteratura and tagged Aldo G.B. Rossi, Il fiore dell’agave, La luce di Émmaus, Oltre la parola, The blue collars. Bookmark the permalink. Lascia un commento.
















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