Senza parole
di LAURA BADARACCHI
Nel banco di legno d’abete, gli sedevo sempre accanto. Ogni tanto mi giravo, per vedere se Ettore sarebbe arrivato, come al solito, in ritardo. In tempo per ascoltare il Sanctus, ma adesso dicevano che non valeva piùla Messa se si arrivava a quel punto.
Ai miei tempi non era così. E poi a me piaceva essere alla funzione dall’inizio. Mi sedevo e aspettavo che qualcuno mi notasse. Poi strizzavo gli occhi per non ridere; nello sforzo di tenerli serrati soffocavo i convulsi che mi salivano dallo stomaco, nell’attesa che suonasse il campanello e il sacerdote arrivasse sull’altare.
Lì, nella nostra piccola chiesa di montagna, non si cantava all’inizio. E io non capivo nulla di quel latino sgrammaticato che quel frate sciorinava in fretta: ma poi diceva cose sensate? Pensavo che forse aveva imparato al seminario qualche frase, e il resto o lo leggeva o lo inventava. Tanto, chi lo capiva? Di noi venti, presenti più o meno regolarmente alla domenica, solo qualcuno aveva terminato le elementari. Poi c’erano i campi, le galline, i conigli e l’orto a cui badare.
Io, però, studiavo. Anche di nascosto. Anche in quei banchi. Mi portavo il libro di Verga e cercavo di decifrarne le frasi, quello stile a me oscuro e incomprensibile, quel dialetto celato e misterioso. Grondava fascino da quelle barche, da quel mondo lontano dal mio paese oltre mille chilometri in lunghezza e qualche centinaio di metri in altezza. In alto, guardavo in alto e mi perdevo nei miei pensieri. Sessant’anni fa, come adesso. Oggi come allora. Ma allora lui, che ora mi siede accanto, lui allora non c’era. Neppure nei sogni o nelle idee. Sognavo un marito colonnello dell’esercito o carabiniere. Un aviatore o un ingegnere. Non un geologo, che torna a casa ogni tanto, peggio di un marinaio.
Sognavo, anche qualche anno dopo. Ero incinta di cinque mesi ed era una bambina. Andavo fiera della mia piccola pancia, in mezzo a due amiche, anche loro in attesa. Le guardavo negli occhi per ritrovare anche nei loro volti quella gioia che mi invadeva le ossa anche quando avevo il mal di schiena. Ma non scoprivo in loro la stessa espressione raggiante che indovinavo e scovavo sulla mia faccia, guardandomi allo specchio. Ci provavo ad essere triste. In fondo, il mio uomo era lontano. Era con l’altra, la moglie ufficiale. Per lui rappresentavo delle briciole di amore, brevi attimi interrotti dalle sue fughe. Conservavo gelosamente nella memoria il suo sapore e la sua passione incontrollabile. Qualche traccia la lasciava sempre in me, quando partiva. Solchi profondi: me li incideva con lo sguardo nell’anima. Anche se tentavo di cancellare ogni particolare dei suoi passaggi improvvisi nella mia piccola casa di periferia.
E ora, sedevo accanto a lui. Ogni tanto si girava, ma evitavo di incontrare i suoi occhi di animale ferito. Assente o rabbioso, rassegnato o disperato. Mai sereno. Vicino, ma distante da anni. L’avevo sposato non per amore, ma per la bambina che portavo già in grembo, e lui lo sapeva.
La bimba, però, morì al quinto mese. Poi Ettore, un figlio suo, davvero suo. Pensavo sempre all’altro, quando ero con lui. Finché presso un giacimento petrolifero, in mezzo al mare, scomparve durante una perlustrazione. Disperso. Nessuna notizia sul suo corpo, mai ritrovato.
Mio marito, vicino a me. Ah, siamo già arrivati alla comunione. Mi sposto e comincio a sospingere la carrozzina. Non si aiuta, non reagisce. Si lascia portare. Mentre ingoia l’ostia chissà a cosa pensa. Io la mastico – ci hanno detto che si può masticare, dopo anni di catechismo da piccola in cui era peccato; ma allora a che gioco giochiamo, sulla Terra cambiano le cose, anche nella Chiesa? – ma ora non pensavo a tutto questo, mentre mi inchinavo a raccogliergli il fazzoletto con cui si asciuga la bava quando tenta di ingoiare, e mi fa segno che ne vuole uno pulito, perché non può parlare: l’ictus gli ha paralizzato le gambe e anche la parola, ma lui sente tutto e soprattutto vede. La sua malattia gli sembra una punizione troppo grande, dopo aver amato una donna che non l’ha ricambiato con la stessa intensità, anzi, ha spesso finto di farlo.
E anche a me sembra troppo aver avuto accanto un uomo che è sempre da accudire. Mentre mi scivola a terra la forcina e mi si sciolgono i capelli grigi, così, come un lampo, mi ritorna in mente che il prete nell’omelia – già, ora si dice così, ma ai miei tempi si chiamava predica, e nella sostanza è la stessa cosa – ha parlato di un muto che veniva guarito nel Vangelo. Non parlava, poi Gesù gli mette la saliva sulla lingua e parla. Vedo la saliva di mio marito nel fazzoletto e ricordo, all’improvviso ricordo di quando mi aveva detto che non ce la faceva più a stare con me se non lo amavo, che lo facevo sentire un verme, lo uccidevo con la mia indifferente indolenza quando mi desiderava e tutto gli sembrava pietà. E io tacevo: ero io la muta. E poi uscì, andava a prendere Ettore a scuola e un autobus gli rovinò addosso. Rimase sull’asfalto, immobile, per qualche minuto. La testa era il problema: aveva battuto la testa. Il coma, profondo. Sangue, dottori, operazioni; poi quella maledetta sedia a rotelle, e il suo silenzio.
Raccolgo la forcina e cerco di rimettere la treccia al suo posto. Eccolo davanti a me, mio marito, vent’anni fa: è lui che me la toglie perché non voleva vedermi con i capelli sulla nuca, mai. Ettore piange e lui sta lì, nel letto, che mi indica la testa e io non intuisco. Nostro figlio continua a piangere e allora capisco: lui sa che non ci siamo mai amati ma è legato teneramente a suo padre. Così ha compreso. Lui e non io. Alle spalle mi sento sfilare il fermaglio e i capelli mi cadono sulle spalle. Allora mio marito sorride finalmente, con gli occhi lucidi, e si assopisce.
Rimetto la treccia a posto e alzo la testa. Il prete sta per dare la benedizione e augura la pace a tutte le famiglie presenti. Non riesco a dire «Amen» e a parlare. Resto senza parole quando gli passo sulla bocca il fazzoletto pulito e lui mi stringe la mano, e il cuore. Non riesco a pronunciare nulla, forse dovrei chiedergli perdono – ma di cosa, in fondo il calvario me lo sta facendo salire lui, – e poi anch’io ho sofferto, cosa crede lui, quando è morto Massimo e poi ho perso anche la sua bambina, come poteva credere di colmare questo dolore, pensando di farsi chiamare padre da una figlia che non era sua? E credeva di essere buono, di aver fatto la buona azione a sposare una ragazza già incinta, così tutti pensavano che era stato lui ma tanto non era vero?
Ma non gliel’avevo detto, esplicitamente, di essere incinta di un altro. Neppure di essermene innamorata. Eravamo insieme fin da bambini. Tra i banchi, era lui che mi guardava e mi strizzava l’occhio. Con lui mi nascondevo nel fieno e camminavo per mano nel viale del paese.
Massimo l’avevo conosciuto in città, quando frequentavo il liceo. Dalla montagna alla periferia di un capoluogo di provincia. E lui era lì, nella mia classe. Ma sposò una straniera. Quando tornava da quelle parti aveva nostalgia e mi veniva a trovare. Mi prendeva ogni volta con tenerezza e struggimento, come se fosse il nostro ultimo incontro. Una domanda ripetuta nella mente cento, mille volte: tornerà? E poi un giorno non era più tornato. Mi aveva lasciato la bimba, dentro.
La mano, me la stringe e non parla. Il muto, chi non può fare discorsi, si tiene tutto dentro. Sono diventata muta anch’io, a forza di stare con lui. Mi giro, ma Ettore non è ancora arrivato. Starà al mare, con gli amici. Tornerà tardi anche stasera. Guardo mio marito: ha il capo chino, si guarda le mani e cerca di aggiustarsi la maglietta arrotolata. Gli alzo il mento e lui si scuote, a quell’inattesa carezza.
«Andiamo a comprare la pizza, Giovanni?». La mia voce mi stordisce, al pronunciare il suo nome. Non ricordo più da quanti mesi, forse anni, non lo chiamavo più per nome. Annuisce, con il capo, e mi passa il fazzoletto da buttare. Lo prendo e per un attimo gli sfioro la mano, per appallottolare quella carta ormai inservibile. Ma non riesco a dirgli altro. Lui, però, capisce. Non è come me. Non ha bisogno delle traduzioni di Ettore. E mi afferra le dita. Così mi siedo nel banco, ancora. Vinta, esausta nello sforzo di trattenere il pianto. Giovanni stringe con energia; sembra che tutta la forza del suo corpo avvizzito sia concentrata nelle sue dita lunghe e affusolate, mani di pianista. Mi volto, cerco mio figlio: perché non viene in soccorso? Lui sì che potrebbe capire ora cosa vorrà suo padre, cosa vuole dirmi ancora… Ma non vede che non può parlare?
«Tu», sento all’improvviso. Lo guardo e non capisco, mentre il sacerdote si avvicina e mi dice: «Signora, devo chiudere la chiesa. Le dispiacerebbe uscire o spostarsi nella canonica?». Certamente, è mezz’ora che sono qui, a perdere tempo. Prendo la carrozzina e gli lascio tra le braccia la mia borsa. «Me la tieni? Grazie». Devo passare a comprare il latte, l’ho dimenticato ancora una volta, che disastro, i sessant’anni si fanno sentire, accidenti… Mentre bofonchio tra me e me questi pensieri, di nuovo: «Tu». Una sillaba sospesa, che vorrebbe un seguito ma gli si blocca tra i denti, dopo uno sforzo indicibile. «Giovanni, ma che parli?».
Continua a ripeterlo, a ritmo regolare. Ogni mezz’ora, circa. Poi mi cerca con lo sguardo e mi fa segno con la mano. La stringe, come a dire del fazzoletto di carta. Quella forse è la parola che aspettava di potermi dire, dopo anni di silenzio: quel tu.
Il tono, lo sento come di un rimprovero. Mi risuona dentro così, mentre lo guardo sbigottita. Lo dice proprio in quel modo: ecco, lo vedi che ho sbagliato tutto? Ma perché – mi dico – non lo guardi mentre la pronuncia, quella sillaba? Se tu lo guardassi negli occhi, non ne saresti convinta. È quell’amore che mi colpisce, mi fa sentire in colpa, quella tenerezza mista a orgoglio ferito che gli gronda dalle palpebre, che sta fissa nelle sue pupille come una scultura di marmo e la mia indifferenza non la sposta di un millimetro.
Non dovrei più esistere, non sento di esserci ancora nel mio corpo, in queste ossa stanche; vago piuttosto sull’orlo di un precipizio, in prossimità di un baratro o di uno spazio vuoto che si dilata nella mia mente. Ma forse lui vede l’ombra di me stessa; oppure mi conosce davvero.
È quel «tu», ora, che mi trattiene sulla terra.
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(c) Laura Badaracchi – all rights reserved
Dal volume: “Allo specchio e altri racconti”, Infinito Edizioni, 2007.
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Posted on 21 giugno 2011, in In Purissimo Azzurro, letteratura, narrativa, racconti and tagged Laura Badaracchi, notte dell'anima, Senza parole. Bookmark the permalink. 4 commenti.
















Il bel racconto coglie uno degli aspetti perenni della nostra esistenza.
Viviamo a volte presi dal nostro ego e dalla vita, come se non ci fosse un domani, come se non ci fossero gli altri, senza pensare, e preoccupati soltanto del nostro sentire, di quella che riteniamo sia la ‘nostra felicità’. E così non ci accorgiamo di ciò che facciamo, non abbiamo gli occhi per ‘vedere’ davvero ciò che ci circonda, la gente, in particolare chi dovremmo avvertire vicino, e amare, perché ci ama. Non ce ne accorgiamo, tutti presi e distratti dalle forme, dai colori e dai sapori del mondo.
Ma chi ci ama è lì che soffre, per la nostra indifferenza, priva di senso e inconsapevole, ma che colpisce dentro, giorno dopo giorno. E tuttavia, nonostante tutto, seguita ‘imperterrito’ ad amare.
Se poi, ad una svolta del sentiero della nostra vita, un evento, qualcosa che ci atterra, ci fa pensare che abbiamo rincorso invano, cominciamo ad accorgerci della reale portata dei singoli elementi dell’insieme.
E se – a volte basta una parola detta in un certo modo, o un particolare sguardo – ci rendiamo conto davvero, compiutamente, di ciò che è stato, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che non abbiamo fatto, il nostro cuore si riempie di stupore, e poi di un sottile, struggente e crescente senso di colpa.
Ma, forse, è ormai troppo tardi.
E allora restiamo muti, come soli con noi stessi, ‘senza più parole’.
Tuttavia, se ‘guardiamo’ con attenzione, ‘vediamo’ che rimane ancora qualcosa capace di dare un senso ai nostri giorni: l’intima, e ormai solo sofferta, consapevolezza di quell’amore.
E’ un racconto molto bello, mi ha emozionato.
Ci fa capire che amare è più importante e ha più peso che essere amati. Ci dice ancora di restare nel ricordo del passato il tempo necessario per elaborare il lutto e poi aprirsi di nuovo alla vita, guardare al domani per non rimanere senza parole.
Chi ama vince sempre e anche se muto non resta senza parole.
Un racconto emozionante, mi è piaciuto in maniera particolare poiché mi ci sono immedesimata e rivista in diverse situazioni. Il silenzio con le persone che amiamo spesso diviene una barriera pesante e insopportabile.
Quando si dipende dalla buona disponibilità degli altri i perimetri della propria autonomia si
restringono in un vicolo stretto, in una vita a metà.
Per coloro che sono sani è sempre molto difficile percepire gli infiniti bisogni del malato,
Se la degenza diviene troppo lunga i problemi si complicano.
Anche nella normale esistenza, i sentimenti più alti nel tempo si logorano per le noiose abitudini quotidiane e ripetitive. Ci vuole molto coraggio, amore, fede e determinazione per giungere indenni, sia pure con le vele stracciate nelle acque sicure del porto.
Complimenti alla brava autrice, così dotata di sensibile talento scritturale. Grazie per la Sua paziente affabilità.
M. Teresa
Grazie ai lettori per quanto hanno scritto, cogliendo aspetti profondi del mio racconto. E tante sfumature nascoste nelle pieghe delle frasi e dei silenzi, del non detto.