Le due vite di Elsa
Isteria, sentenziano. E con questa parola pensano di aver detto tutto. Di aver circoscritto la natura di Elsa. E, mettendola in una nicchia precisa, di aver neutralizzato la forza eversiva che cova dentro di lei. Che non è certo ‘matta’, ma più semplicemente è una ‘donna’. Una giovane donna timida e graziosa abitata da un “mondo sanguigno e rovente” che gli altri non comprendono e che rigettano bollandola nell’unico modo che sanno: isterica.
Ma Elsa, che ha fatto sempre e solo ciò che gli altri, i suoi familiari, si aspettavano da lei, è solo una ragazza balbuziente, che vive una dolorosa solitudine perché privata della facoltà di esprimersi, di usare la parola, quel “nastro prezioso che mette in relazione gli esseri umani, e li induce a uscire dalla solitudine”.
Lei invece nella solitudine ci vive, quasi murata dentro. Elsa “credeva di essere all’interno di una nube, e che la nube stessa fosse parte di lei”. Come dice uno dei medici che poi la prendono in cura, ci sono cose che Elsa ha troppa paura di dire, in primo luogo a se stessa: è per questo che lei non riesce a parlare.
Pagina dopo pagina noi partecipiamo al suo doloroso riscatto, o per meglio dire al suo “risveglio”, perché giorno dopo giorno, è come se Elsa si svegliasse da un lungo sonno, entrando nei panni, nei pensieri di Anita Garibaldi, la sua eroina, nella quale la ragazza si identifica: “una donna priva di padroni. Una guerriera. Lei non era trasportata dal vento, oh no; lei il vento lo fendeva galoppando…”
Attraverso una ricostruzione storica particolarmente accurata, con un uso sapiente dei dialoghi, vero punto di forza della scrittura della Charbonnier, e una lingua ricca e perfettamente aderente alle cose, il romanzo Le due vite di Elsa (Piemme, 2011) ci regala una storia sull’importanza di dialogare con i fantasmi del proprio passato, per poter vivere il presente. Una storia intensa, scritta in modo brillante, con punte ironiche, molto piacevole da leggere, ma che induce a pensare molto, aprendo squarci di interrogazione interiore con l’urgenza della riflessione.
Questa terza prova narrativa rappresenta senza ombra di dubbio una tappa fondamentale del percorso letterario di Rita Charbonnier. Una tappa che la scrittrice affronta con coraggio, dando vita a una storia politicamente scorretta. Sì, lettori e lettrici, siete avvertiti. E’ una storia ‘politicamente scorretta’ quella che lei racconta, perché dà voce al dolore. Quello che nessuno vuole vedere, quello di cui nessuno vuole sapere. Perché tutto deve essere levigato, perfetto, in questa società che ha perso i sapori della vita. Ma il dolore, paradossalmente, è la vera forza di Elsa. Da quell’architrave, oscuro e necessario, si solleverà per andare incontro alla vita e al suo destino.
Charbonnier tratteggia una figura femminile indimenticabile che ci incatena dalla prima all’ultima riga. E che ci fa capire due cose: il potere liberatorio della parola e quello, altrettanto eversivo, dell’amore.
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved
Posted on 7 ottobre 2011, in genio femminile, narrativa, romanzi and tagged Le due vite di Elsa, rita charbonnier. Bookmark the permalink. 3 commenti.















Grazie dell’attenzione e della magnifica recensione!
Ma che bella questa recensione! Poetica, profonda, che scava nell’animo del personaggio. Profuma di libertà, ribellione, desiderio di spezzare le catene e riappropriarsi della vita. Complimenti Maria. Ah, la Charbonnier sempre capace di emozionarci con i suoi romanzi, sembra baciata dalla grazia divina.
grazie a te, Rita, per aver scritto questo bellissimo libro!
e grazie a Salvo per le belle parole e i complimenti!
un bacione a entrambi