Stasera Anna dorme presto

di MARIA DI LORENZO

Anna la sera non va mai a letto presto. Legge in cucina, abbarbicata sullo sgabello, sotto una luce pallida, e i libri la tengono sveglia fino all’alba. Una “mania” che Carlo, suo marito, non le ha mai perdonato. Non va mai a letto presto perché lei di notte allestisce un mondo, quello che avrebbe voluto abitare. E per farlo ha bisogno delle stelle.

Di notte si va ad sidera, alle stelle che sono i desideri. Anna un giorno ha chiuso i suoi sogni in un cassetto per sposare un brillante avvocato, che la tradisce con una collega volitiva e rampante. Ma i desideri a casa di Anna si presentano puntuali ogni notte, vestiti di parole fruscianti, tra i gatti che si appisolano sui fogli e il disordine di quell’attico a due passi da piazza San Pietro dove i rumori giungono ovattati, come protetti da un alta barriera, e che – almeno finchè Carlo vi abiterà, ma solo con il corpo, perchè la sua mente è già altrove da tempo – sarà il regno della perfezione e del nitore esteriore, “il terrazzo con le piante alte e curate”, gli arredi di lusso, i quadri d’autore, i pavimenti incerati senza neanche una graffiatura, “le pentole della cucina specchianti il lindore delle mattonelle bianche”, il frigo ben diviso in reparti: un ambiente così perfetto da sembrare asettico come una sala chirurgica, nel quale Anna invece finisce per covare dentro di sè, un giorno dopo l’altro, un senso di crescente, dolorosa estraneità. Da quando ha capito, cioè, proprio ascoltando le voci che salgono dalla notte verso di lei, che è l’imperfezione che attira la vita e che questa “si afferra solo scrivendo”.

Perché Anna di notte ascolta le voci. Anna di notte scrive, mette in scena su un immaginario palcoscenico la vita che di giorno non vive. Una libertà che Carlo non ha mai tollerato. Oltraggiosa. “Immaginando una storia alle mie spalle o mentre dormivo – fingevo di dormire – Anna mi lasciava ogni notte”, lamenta lui nell’ipotetica arringa che snocciola a difesa di se stesso di fronte al tribunale, implacabile, della sua coscienza. “Quando Anna abbassava lo sguardo su un libro, era come assistere a un’oltraggiosa evasione“. E ancora: “Non si può togliere quel tipo di libertà. Questa libertà non ci apparterrà mai. Assolta o condannata, la libertà di leggere, e di scrivere, sopravvive comunque”.

Era questa libertà che, come un segreto inconfessabile, noto a loro due soltanto, Anna condivideva col cugino Giovanni, due cuori e un’anima quasi, uniti dai desideri, dalla passione dei libri, dei sogni ad occhi aperti che traghettano dall’infanzia alla giovinezza. Solo che Giovanni aveva tradito. Aveva tradito la scrittura, non le era stato fedele, ed era come se avesse tradito anche lei, Anna, che infine lascia Catania per la nuova vita a Roma insieme a Carlo, con “una lama di perdita nel petto”, piantata nel punto più fragile, emotivo, scoperto di tutto il suo essere, e in questa città allegra e carnale, che come lei non dorme mai di notte, scopre assai presto che “la felicità è un filo teso che galleggia sul niente”.

E poi, c’è Elisa, l’amante di Carlo, il principe del foro. Elisa è, sotto la scorza della giovane avvocatessa senza cuore, un personaggio tragico, dolente. Per quel dolore antico che si porta dentro, che non sa confessare neppure a se stessa, quel senso di acuta solitudine, di abbandono reiterato (“Sono viva e ostinata e non mi rassegno a essere infelice”). Ha puntato gli occhi su Carlo, lo vuole, e lo avrà, come per sfida. Per non sentirsi una “parola a metà”, un animale senza tana, perché, come dice lei con cruda franchezza, “quando nasci sai subito di non avere la complicità della fortuna”.

E’ un romanzo a quattro voci, Stasera Anna dorme presto di Simona Lo Iacono (Cavallo di Ferro, 2011), ma poi ce n’è una quinta, quasi in sottofondo. E’ un quinto personaggio, ma è il personaggio principale, sì, è la scrittura. Il veramente “altro” per Anna, il campo illimitato del non detto e della libertà assoluta, della ribellione fasciata di parole, la voce segreta, quella che innerva tutta la storia ed è la più forte tra tutte.

“La scrittura, che pure è finzione, non ammette che la verità”, scrive Simona Lo Iacono. E’ sua infatti quella “libertà oltraggiosa e beffarda, quella sua tenacia di serpe e di ortica”, la libertà di leggere e di scrivere svelando l’indicibile, perché “svelare l’indicibile, l’oscuro che c’è in noi, non è compito della vita, ma delle storie”.

Nel romanzo Stasera Anna dorme presto pulsa la vita, la vita di chi ha consegnato alla scrittura la propria esistenza, ed è la storia di un tradimento che, prima ancora di poter essere definito un tradimento coniugale, è un tradimento esistenziale, perpetrato a più riprese e a vari livelli. Una materia incandescente di riflessioni e di considerazioni su verità e menzogna, bellezza e disincanto, passione e dissoluzione, orchestrate in una lingua densa e vibratile, in una scrittura lirica, con cadenza quasi ipnotica, che rapisce come un gorgo di parole, e ci catapulta dentro un processo che viviamo anche noi, nella nostra interiorità ferita, al pari dei quattro personaggi di cui seguiamo la storia.

Ma di quale processo si tratta? Non certo di quello che si celebra alla luce del sole in un’aula di tribunale, con accusa e difesa schierate e contrapposte, ma di quello che di nascosto noi allestiamo ogni giorno nel segreto della nostra coscienza. Dove i conti non tornano come nell’aula di giustizia, dove non ci sono indizi o prove da piegare in un verso o nell’altro secondo l’abilità di chi arringa davanti alla corte. Dove si è nudi, alla mercè di un giudizio spietato e senza appello, perché senza possibilità di contraddittorio.

“Questi sono gli inferi di chi non ama veramente”, scrive la Lo Iacono, e sembra alludere in modo piuttosto evidente a ciò che succede ogni volta che noi non ci arrendiamo all’amore. E al posto dell’amore mettiamo il giudizio. Chi giudica, infatti, non ama. E chi non ama si autocondanna alla solitudine. Succede quando noi “ci accostiamo all’altro e invece di entrare in lui, nel suo cuore, nelle sue ferite, lo processiamo nell’intimo della nostra anima, lo giudichiamo, e – spesso – lo condanniamo”.

Si comprende allora come quello che vive nel romanzo è un mondo spietato (letteralmente: senza pietas) perché senza la luce calda e compassionevole dell’amore. “Non basta mai accostarsi. Sfiorare la vita dell’altro. Devi entrarci, nell’altro”. Tutti e quattro i personaggi sono persone incapaci di amare veramente. E non amano perchè giudicano, perchè lo sguardo dell’amore è sostituito, quasi “armato”, dal pre-giudizio. Per amare veramente invece bisogna essere disarmati.

E così il canto della solitudine che questo processo immaginario, ma non meno feroce, porta sulla scena, è una vicenda umana dalla quale escono tutti sconfitti: Carlo, Elisa, Giovanni, Anna. Non ci sono vincitori né vinti, come non ci sono buoni o cattivi, tutti sono al tempo stesso vittime inconsapevoli ed incolpevoli carnefici.

E ad Anna, la protagonista del romanzo, che imparerà a sue spese ad andare a letto presto, dopo l’abbandono di Carlo, inabissandosi in una vita arresa alla scrittura e all’imperfezione dell’esistenza, non restano che parole da scrivere, voci da raccogliere a brandelli dalle vite dagli altri, avendo alla fine abdicato alla propria. “Dopo, non fu che andare – semplicemente andare avanti. Una barca che si arena su scogli. Che scruta con apprensione le vite degli altri. Che alla vista di una famiglia, trasale. Il cuore nello spazio di un respiro. La fuga precipitosa tra le mura di casa dove le abitudini ti proteggono dal futuro. E la scrittura, certo. La scrittura. Quel nuovo modo di perdonare il mondo. Di lavarlo. E di fartelo piacere”.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Posted on 15 ottobre 2011, in Flannery, genio femminile, letteratura, narrativa, romanzi and tagged , , , . Bookmark the permalink. 2 commenti.

  1. Grazie, Maria, per questa bella recensione di un libro che coglie alcuni aspetti della natura umana quotidianamente presenti nella nostra esperienza di ogni giorno, e sotto gli occhi di tutti, per lo meno nei loro effetti.
    Leggendola sono sorte in me delle riflessioni, e anche per queste ti ringrazio. Perché, anche a degli anziani come me, riflettere su se stessi fa bene.
    Ho tre figli ormai grandi, sono felicemente sposato da più 44 anni, e della mia vita rivivrei volentieri quasi ogni momento.
    L’amore è il fine fondamentale della nostra esistenza.
    Ciascuno di noi, uomo o donna, fino dalla più tenera età, nelle profondità consapevoli o inconsapevoli del suo essere, aspira alla propria realizzazione, e quindi soprattutto all’amore di altri e a donare amore ad altri.
    Amore di altri che si riscontra quando da qualcuno si è accettati, stimati, benvoluti e amati, per quello che siamo, senza orpelli, forzature o altro.
    E si dona amore quando si agisce, dopo una ‘scelta’ non casuale, secondo un sentimento di ‘comprensione’ profonda nei confronti di chi accettiamo, stimiamo ed amiamo per quello che è, con le sue ‘meraviglie’ e le sue debolezze.
    Tutto questo implica un essenziale e complesso ‘rapporto’, in cui moltissimo conta una crescente reciproca fiducia.
    Questo vale nei casi di vera amicizia, ma ancora di più, credo, nei casi di vero amore tra un uomo e una donna, che di per sé investe e interessa aree profondissime, e più complete e delicate.
    Questo ‘rapporto’, nella sua complessità positiva, non si stabilisce una volta per tutte, non è definitivamente acquisito, ma vuole essere continuamente coltivato e accudito da entrambi, come un comune giardino di fiori bellissimi e delicatissimi che temono l’incuria di uno dei due anche di pochi giorni.
    Ma che tutto si sviluppi nel modo migliore non è né scontato né facile, perché il rapporto amorevole tra due persone è sempre una conquista ‘comune’.
    Essa non è scontata, perché i due sono diversi per ambiente di provenienza – tutti siamo ‘figli’ per lo meno di famiglie diverse – per usi e abitudini, anche i più semplici, ma tuttavia radicati in noi da anni di ‘convivenza’, e per sensibilità e convinzioni…
    La comune conquista di un rapporto amorevole implica necessariamente, senza che nessuno dei due rinunci ad essere se stesso – che di per sé è la condizione fondamentale -, un’attenuazione degli ‘spigoli’ dei due ‘ego’.
    Ad esempio, chi giudica l’altro, non “entra” in lui, come afferma giustamente il testo da te citato, cioè non lo comprende profondamente – e forse non vuole farlo -, accettandolo e amandolo per quello che è.
    E ciò trova la sua causa in un ego ‘giudicante’ che tende ‘semplicemente’ a rimanere se stesso, e che pertanto non è nella condizione di amare l’altro; non è, cioè, nella condizione di coltivare e curare ogni giorno i fiori delicatissimi del comune giardino.

    Il libro, dalla tua recensione, appare bello e interessante, anche per il tema della scrittura che mi interessa molto, e ti sarei grato se mi indicassi dove rivolgermi per procurarmelo.

  2. Caro Alberto,
    sei il primo a commentare questo post e ti ringrazio moltissimo per le cose belle, e soprattutto profonde, e quanto vere, che tu scrivi.
    Penso che a Simona farà piacere leggere questo tuo attento commento.
    Da parte mia ti dico subito come reperire il libro: credo sia possibile in ogni libreria, e poi ci sono quelle virtuali, per esempio IBS: è molto semplice e molto comodo, si fa tutto via computer, basta inserire i propri dati e il pacco arriva a casa dopo due-tre giorni e si può pagare in contrassegno.
    Grazie per i complimenti che fai alla mia recensione. L’ho scritta con molto amore perchè questo libro mi è entrato nel cuore, te ne consiglio vivamente la lettura, se ne esce molto arricchiti e con dei pensieri, delle consapevolezze in più.
    Grazie ancora. Un saluto affettuoso.
    Maria

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