Archivio delle Categorie: anniversari

Elio Fiore, un mistero colmo di musica

“Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. A voler definire in pochi termini la poesia e la parabola esistenziale di Elio Fiore possono bastare questi versi, emblematici nel loro offrire le coordinate spirituali della storia di un poeta, di un uomo: la follia dell’Olocausto, il dovere della memoria, la tensione inesausta verso l’Eterno la cui voce ventosa soffia nei secoli attraverso i poeti. [continua]

Un anno dopo: Giuseppe De Carli

“Lei si chiama Maria, vero? Io sono Giuseppe… Se non ha niente in contrario, pensa che potremmo darci del tu?”. Sono le prime parole che il vaticanista Giuseppe De Carli, affermato volto e “microfono” storico del TG1, rivolgeva a una giovane collega che allora, molti anni fa, era praticamente agli esordi nel campo della comunicazione religiosa. Gentile, misurato, senza fronzoli, ma dotato di grande carica umana e di inesauribile passione per ogni cosa che faceva, una passione che sapeva farsi contagiosa e coinvolgere nel profondo anche gli altri, come ben sa chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Così chi ora scrive queste note ricorda il giornalista e scrittore Giuseppe De Carli prematuramente scomparso il 13 luglio di un anno fa… [continua]

Piccola ape furibonda – Omaggio a Alda Merini

di MARIA DI LORENZO

Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo 1931 (“Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”). Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e non ne ha ancora venti quando, nel 1950, Giacinto Spagnoletti pubblica nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce. L’anno successivo, queste liriche insieme ad altri due componimenti vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi versi si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia: l’intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell’arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva. [continua]

Giustizia vulnerata, necessaria memoria – Per Rosario Livatino

GIUSTIZIA VULNERATA, NECESSARIA MEMORIA

PER ROSARIO LIVATINO

Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato…
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.

Antonella Anedda

*

Rosario Livatino vent’anni dopo

di Maria Di Lorenzo

*

“Luce verticale” di Salvatore Presti:

lampi di una Bellezza inesprimibile

a cura della Redazione

*

Sulla giustizia

di Maria Gisella Catuogno

*

La ricerca della giustizia

di Maria Teresa Santalucia Scibona

*

Rosario Livatino, martire della giustizia

di Maria Di Lorenzo

*

La giustizia, se è scollegata dall’Amore diventa giustizialismo, giustificazione di tutto, per cui ogni cosa è lecita. Quanta vera ingiustizia c’è oggi; dai fatti personali a quelli pubblici, ci si giustifica per avere la coscienza a posto nei confronti di chi abbiamo frodato, in ogni modo. Quando invece ci mettiamo dalla parte del bisogno umano più profondo, allora sì che pratichiamo la giustizia, perchè l’abbiamo collegata all’amore, alla dignità perduta e al rispetto. Non crediamo, nella nostra presunzione di essere giusti come il fariseo della parabola, perchè così facendo guardiamo solo a noi stessi chiudendo gli occhi nei confronti del prossimo. “Caino dov’è tuo fratello? Sono forse io, Signore, il custode di mio fratello?” Non facciamo il grave errore di sentirci in dovere di giudicare sempre e comunque, senza capire che siamo i custodi gli uni degli altri.

Giovanna Ghirelli

*

Penso che la giustizia sia un principio fondamentale, correlato al principio di verità. Nel mondo in cui viviamo e nella nostra cultura il senso di giustizia è purtroppo emendabile, soggettivo e personale, perchè ogni essere umano agisce secondo i propri principi, le proprie convinzioni, le proprie idee, che scaturiscono da ciò che viene incultato, da ciò che si percepisce dall’esterno e dal proprio bagaglio culturale. Principi che si scontrano in una società malsana, disagiata ed ingannevole intrisa di preconcetti opinabili, di comportamenti pregiudizievoli, di falsi perbenismi, in un clima di decadimento di valori morali e spirituali che ribaltano e ledono il senso della vera giustizia. Per questo penso che la giustizia assoluta sia solo quella divina e che a noi esseri mortali non è consentito conoscerne il disegno. Essere veramente giusti in questo mondo significa cercare la verità fino in fondo e a tutti i costi, attraverso tutte quelle azioni meritevoli che la coscienza civile e civica spesso ci detta , ma non si può escludere la malvagità o la cattiveria in queste nostre azioni, è praticamente impossibile. Per questi motivi, a mio parere, penso sia difficile oltre che pericoloso giudicare qualsiasi azione altrui.
Condivido appieno questa splendida iniziativa, sperando che possa servire a sensibilizzare tutte le coscienze al vero significato di giustizia, ed innalzare quei valori morali di cui la società odierna ha bisogno.

Antonella Vara


il feretro di Livatino portato a spalle dai colleghi magistrati

*

“In questo mondo si incontra raramente la giustizia perché è molto più impegnativa dell’amore. La giustizia, infatti, non beneficia della complicità della carne di cui si diletta l’amore: la giustizia è una passione che consuma e scarnifica. Se l’amore è cieco, la giustizia deve invece tenere gli occhi bene aperti… Per noi che apparteniamo alla massa, che siamo parte integrante di questo mondo, giudicare è un’azione difficile: la vera giustizia implica la non partecipazione al male. Pertanto può venire solo da Dio”.

M. JIMENEZ BONHOMME

“Luce verticale” di Salvatore Presti: lampi di una Bellezza inesprimibile

21 settembre 1990. Come ogni giorno Rosario Livatino, giovane giudice siciliano, percorre, a bordo della sua fiesta bordeaux, la strada statale 640 che da Canicattì lo porta ad Agrigento. E’ l’ultimo giorno della sua esistenza. E nella mente scorre tutta la sua vita, attraverso i volti e le voci di quanti lo hanno amato e conosciuto.

A parte il clamore seguito all’assassinio, la giovane età del magistrato, la crudeltà della mafia e tutte le altre notizie che potevano generare la cosiddetta “audience”, il mondo della comunicazione lasciò ben presto la figura di Livatino agli storici della mafia.

Scavando nell’esistenza di Rosario Livatino si scopre che la sua era una vita “normale”, il suo eroismo non aveva tratti che coincidevano con le categorie contemporanee dello “spettacolo”. E tuttavia attraverso quelle poche notizie date dai telegiornali e qualche anno dopo dal film “Il giudice ragazzino” di Alessandro Di Robilant (1993) tratto dall’omonimo libro di Nando Dalla Chiesa, trapelava da quella figura qualcosa di speciale.
Un non detto da cui pulsavano, inspiegabilmente, lampi di una Bellezza non immediatamente raccontabile. Tutti, allora, colsero questi lampi: cronisti, intellettuali e gente comune. Ma i riflettori si spensero lo stesso.

Da quella Bellezza inesprimibile, da quel desiderio che ha il gusto dell’infinito parte questo lavoro su Rosario Livatino,“Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede” (Giovanni Paolo II).

CHI E’ IL REGISTA

Salvatore Presti ha conseguito il diploma di maturità classica presso l’Istituto Salesiano S.Luigi di Messina col massimo dei voti, quindi si è laureato in lettere con 110/110 e lode e specializzato in Ermeneutica e Scienze della letteratura, ha condotto studi su E.Montale, G. Pascoli, L.Pirandello, S. Quasimodo, G.D’Annunzio e G.Leopardi presso l’Universita’ di Messina e “La Sapienza” di Roma. Approfondisce inoltre temi inerenti al dialogo moderno tra filosofia e teologia con il Prof.Bruno Forte presso L’Istituto italiano di Studi filosofici di Napoli. Consegue il master in Giornalismo e Comunicazioni sociali presso il Centro Internazionale di Studi sull’Opinione Pubblica dell’Università Pontificia “Angelicum” di Roma. Dopo un periodo di esperienza giornalistica nella redazione centrale della Radio Vaticana inizia la sua collaborazione nel settore culturale della RAI (Dipartimento Scuola Educazione e Videosapere). Per circa dieci anni ricopre il ruolo di regista presso RAI EDUCATIONAL. Per sei anni cura la regia dei filmati per la trasmissione di filosofia “Il Grillo” (Enciclopedia Multimediale delle Scienze filosofiche) e per G.A.P. (generazioni alla prova) in onda su Raiuno. Ha diretto per la Rai oltre 300 filmati su vari temi culturali inerenti alla Filosofia, alla Teologia, alla Politica, all’Estetica, alla Poesia, al Cinema…

1999. Firma la regia del suo primo cortometraggio “Ah uno sguardo”, ispirato alla visione cristologica di P.P.Pasolini, in selezione finale a “Religion Today”, premio del cinema delle religioni.
2000. Con il cortometraggio “Metacronaca” partecipa alla fase finale del Taormina film festival nella sezione “I siciliani”.
2003. Firma la regia del documentario “Cecafumo” sulla storia del quartiere di Cinecittà, prodotto dal Comune di Roma.
2004. Il cortometraggio “Arsura” tratto da una novella di Luigi Pirandello, è patrocinato dal Ministero dei Beni Culturali.
Dal 2003 al 2005 è direttore artistico del Campus di cortometraggio a Gallodoro (Me), coordinando le lezioni di cineasti internazionali come Roberto Perpignani, Jon Jost, Agnese Nano, Franco Maresco e Francesco Calogero.
2005. Direttore artistico di “Sicilia Fantastica” , un viaggio nella letteratura siciliana attraverso il teatro, il cinema e la musica presso il Parco Museo Jalari di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), con Alberto Sironi, Gilberto Idonea e Giampiero Ingrassia.
Dal 2006 al 2009 è direttore artistico del “Milazzo Film Festival” con Nino Frassica, Marina La Rosa, Mariagrazia Cucinotta, Stefano Reali, David Coco, Raz Degan, Barbara Bouchet,Vanni Ronsisvalle, Franco Maresco, Emidio Greco, Massimo Dapporto, Ennio Fantastichini.
2007. Regia del film-documentario “Luce verticale – Rosario Livatino.Il martirio”, direttamente promosso dall’Assessorato dei Beni culturali, ambientali e della P.I. della Regione Siciliana. Vince la sezione “Ritratti” del Festival Internazionale Religion Today. Riceve il premio “Sicily Awards” 2007.
2008. Collabora con il regista Franco Maresco per la realizzazione di un film sul clarinettista jazz siculo-americano Tony Scott.
2009. Dottorato di ricerca con borsa di studio presso L’Università di Messina, Facoltà di Scienze Politiche, in Simboliche degli ambienti culturali e naturali.

LA SUA FILMOGRAFIA

Ah, uno sguardo (cortometraggio, 1999)
Metacronaca (cortometraggio, 2000)
Cecafumo (documentario, 2003)
Arsura (cortometraggio, 2004)
Luce verticale.Rosario Livatino.Il martirio (docu-film, 2007)
Naxos.Giardini solari (documentario, 2008)
Non vedesti cader che gli aquiloni (Messina 1908-2008) (cortometraggio, 2009)

Sulla giustizia – di Maria Gisella Catuogno

Dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario mi è sempre parso il più complesso e sacro.
Non che il legislativo e l’esecutivo siano uno scherzo, per carità, ma GIUDICARE, ergersi a giudice di qualcuno per deciderne il futuro, l’assoluzione o la condanna e, in quest’ultimo caso, le modalità di pena e di redenzione, rappresenta, ai miei occhi, quanto di più sublime e terribile al contempo, può compiere un uomo su questa terra. Da qui, il rispetto, l’ammirazione, lo sgomento, anche, direi, che provo nei loro confronti: che responsabilità enorme portano sulle loro spalle, che fardello unico e indivisibile! A loro spetta l’ultima parola, loro possono/devono decidere e la solitudine, credo, sia una loro fedele compagna.

I giudici che poi, in questo nostro bellissimo e disgraziato Paese, hanno scelto di dedicare lavoro, energie, tempo e spazio privato e pubblico, alla lotta alla mafia, sacrificando la loro stessa libertà e quella delle loro famiglie, rischiando giornalmente l’incolumità e la vita, incarnano, secondo me, il vero eroismo. Che è quello di chi esercita il proprio dovere senza lasciarsi intimidire pur consapevole dei rischi enormi, spesso mortali, a cui può andare incontro: come Giovanni Falcone che riesce a penetrare i misteri di Cosa Nostra, grazie agli incontri con Tommaso Buscetta, il superpentito, che raggiunge più volte in America. E’ in seguito a questi colloqui che si dirada la nebbia fitta che avvolgeva l’organizzazione criminale; si capisce che la mafia siciliana ha la struttura di una cupola e che non è invincibile.

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. Dall’esperienza nasce il pool antimafia palermitano, guidato da Rocco Chinnici, che vede affiancare a Falcone, tra gli altri, il collega e caro amico Paolo Borsellino. Chinnici perderà la vita nell’83, per una Fiat 127 imbottita di tritolo destinata a lui, ma il pool continuerà ad operare alacremente.

E in un’intervista di vent’anni fa, ancora purtroppo straordinariamente attuale, Borsellino individuava nel rapporto mafia-politica e nella rinuncia da parte di certi giudici ad affrontarlo, il nodo gordiano dell’intera problematica: L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.

Dal lavoro del pool scaturisce tra l’ ‘86 e l’ ‘87 il maxiprocesso che porta alla sbarra, nel capoluogo siciliano, più di quattrocento persone. A meno di due mesi l’uno dall’altro Falcone e Borsellino sono assassinati, insieme alle rispettive scorte e alla moglie di Giovanni, Francesca Morvillo. Davvero, quelle due date, 23 maggio e 19 luglio 1992, fanno piombare l’Italia onesta nel lutto e nello sgomento e fanno gridare a un altro magistrato, Antonino Caponnetto, straziato dal dolore, E’ finità, è finita..

Appena due anni prima, il 21 settembre 1990, un giudice di soli trentott’anni, Rosario Livatino, era stato ucciso sulla SS 640, mentre si recava, senza scorta, in tribunale. A fermare la sua vita erano stati quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina. Livatino, detto il giudice-ragazzino, per la giovane età, ventott’anni in cui diventa magistrato, si era subito distinto per l’impegno profuso in quella che lui considerava una missione da compiere, riuscendo a venire a capo di quel sistema di corruzione che avrebbe preso il nome di Tengentopoli Siciliana. Livatino, attraverso lo strumento della confisca dei beni, infligge duri colpi alla mafia ed entra inevitabilmente nel loro mirino. Non c’è scampo, purtroppo.

Quella che segue è la testimonianza del suo professore di Liceo, Giuseppe Peritore. La lettera del giovanissimo Rosario (Sarino) che a soli ventitré anni è già laureato e scrive al vecchio insegnante per comunicargli la bella notizia e l’espressione del riconoscimento che prova nei suoi confronti, è un luminoso esempio della straordinaria sensibilità umana del neodottore.

Conosco Sarino Livatino studente nel mio corso al liceo di Canicattì, l’anno scolastico 1969-70. Mi colpisce subito la sua intelligenza e la sua sensibilità di uomo. Quando dal posto si alza e prende la parola mi entusiasma. La sua mente e la mia comunicano a livello extrasensoriale. Io faccio una lezione di storia e Rosario è vicino a me per assistermi. Come rappresentante d’istituto sono accanto a lui al colloquio orale degli esami di maturità. La terza liceo che accompagno ha un gruppo di testa di assi…ma il portabandiera è Rosario Angelo Livatino.
Universitario non mi dimentica; ci scriviamo; in lui vedo già il futuro magistrato. L’11 agosto 1975 mi scrive la lettera “bomba” per comunicarmi la sua laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. In vita mia non ho mai ricevuto, e forse mai riceverò, i riconoscimenti contenuti in questa lettera che diviene il documento più importante della mia esistenza.

Copia Lettera dell’11 agosto 1975

Canicattì, 11/8/1975

Gentile e stimato Professore,
mi sono permesso di disturbarLa inviandoLe la presente perché desidero comunicarLe questa notizia: Il giorno 9 dello scorso mese ho conseguito la laurea in Giurisprudenza con la votazione di 110 su 110 e la lode della commissione.
Perché mi sto facendo premura di farLe sapere quanto sopra? e soprattutto perché specificare il voto?
Una sciocca vanteria?
No, è ben altro! E’ il desiderio di esprimerLe, anche se in ritardo, ma in modo più concreto che con semplici parole, la mia gratitudine per quanto Ella ha fatto per me.
Le ricorderò un episodio di alcuni anni fa: in 3° liceo, ricorrendo il Suo onomastico, si pensò di dedicarLe alcune frasi “in rima” scritte alla lavagna. Un passo lo ricordo bene:
“…………………………….
nostra madre ci insegnò a camminare.
nostro padre ci insegnò a parlare,
Lei ci insegnò a ragionare
………………………………………..”
Al di là di quello che poteva essere il valore “lirico”(!) di quelle frasi, il loro contenuto era sincero volendo significarLe il nostro “grazie” per quei doni che continuamente Ella ci elargiva: la capacità critica ed autocritica; la volontà di riflettere e gli strumenti di riflessione; il desiderio di superare le apparenze per tentare di scoprire i significati reconditi; e, più di ogni altro, il gusto per la discussione, per l’incontro dialettico.
Nella nostra formazione ed educazione la sua opera di docente fu, senza nulla togliere al resto del corpo insegnante, validissimo peraltro, una sorta di “rivoluzione copernicana”: un nuovo metodo di studio, un nuovo modo di apprendere; ed oltre che nuovo indubbiamente il più esatto.
Ciascuno di noi ( mi permetto di parlare anche a nome degli altri perché idealmente li sento vicini a me in questo doveroso omaggio ) ha serbato in sé quella sorta di tesoro intellettuale ripromettendosi di farne l’uso che più fosse degno del donante.
Ed è per questo che mi sono permesso di informarLa di quanto sopra e dirLe tutto questo a distanza di tanto tempo: quel risultato da me conseguito è in parte, ed in gran parte, anche suo. Sono i suoi insegnamenti e soprattutto una sorta di “habitus” mentale che lei ha saputo crearmi giorno dopo giorno nel corso di due anni che, messi a frutto, hanno consentito il raggiungimento di quel traguardo a quel livello.
Io Le rendo noto questo mio piccolo primo successo col cuore di colui che mostra dei meravigliosi frutti a chi gli ha donato dei semi di preziosa qualità affinché questi ne gioisca e se ne senta compartecipe nel merito. Non credo di riuscire ad esternarLe pienamente il mio senso di gratitudine per quanto so di doverLe, ma si abbia ugualmente la promessa che porterò sempre i suoi insegnamenti e il suo ricordo con me.
Perdoni se l’ho importunata e voglia accettare la mia stima ed il mio affetto.

Sostituto procuratore in Agrigento, Rosario mi scrive e spesso mi manda i saluti tramite gli avvocati licatesi. La mattina dell’11 settembre 1990, la televisione interrompe i suoi programmi e con una edizione straordinaria del telegiornale comunica la dolorosa notizia del Suo assassinio. Mia moglie ed io abbiamo pianto!

(tratto dal sito di Giuseppe Peritore)

Quest’anno, nel ventesimo anniversario della morte di questo magistrato, la cui giovane vita è stata interrotta così brutalmente, suonano profetiche le parole che cinque anni fa pronunciò Don Pietro Li Calzi, parroco della chiesa di San Domenico a Canicattì: “Volevano spengere una luce, hanno acceso un faro per sempre”.

Non perché la mafia sia vicina ad essere sconfitta, tutt’altro: anzi possiamo dire che se oggi – almeno quella siciliana – uccide sempre meno, forse si deve al fatto che essa è diventata sempre più organica a molte istituzioni e che il connubio con la politica, sia livello locale che nazionale, si è accentuato. Quello che invece è sensibilmente cambiato è l’atteggiamento di tanta parte della gente siciliana, che ha imparato a contrastare l’omertà e il pizzo, e a sentire profondamente la legalità come valore irrinunciabile.

Rosario Livatino, che Giovanni Paolo II definì “martire della giustizia ed indirettamente della fede” può dunque essere annoverato, insieme Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, come uno dei grandi giusti del nostro tempo, figure esemplari, nella loro coerenza e nel loro coraggio, dell’umanità più autentica e disinteressata.

(c) Maria Gisella Catuogno – all rights reserved

“La ricerca della giustizia” di M.Teresa Santalucia Scibona

di MARIA TERESA SANTALUCIA SCIBONA


Ad Antonietta Grignani

Impotente, avvolta di pena
sono solita fremere d’ira
per le umane ingiustizie.
Sarà mai vendicato l’insano gesto
di Caino che seminò la morte
col sangue derelitto del fratello?
Antonietta credimi, mi dilania
Il pensiero dei vecchi abbandonati,
soffro per i raminghi senza tetto
per i malati nel fondo di un letto,
pel corpo profanato di un bambino
per tutti gli angariati della terra.
Non solo perché temo lo scudiscio
Divino che si abbatta sugli empi,
ma pavento la brutale crudeltà
di un pianeta assestato di denaro.

Dimmi diletta amica, cosa pensi
del nostro amaro vivere insensato ?
Valutiamo i percorsi della Storia
le astruse mappe di Letteratura.
Ci illudiamo di intendere però,
non basta miscelare le parole
per sanare l’aridità dell’anima,
le bufere dei cuori calpestati.
Dimmi, quale sarà il sostegno nostro?
Forse l’impegno o solo le omissioni?
Potremo garantire la giustizia
saziandoli col fiele e con la mirra?
A seni sterili e vuote mammelle

come prosciugheremo le lacrime?
Il ladro che ruba cibo agli orfani
odia la luce, agisce nelle tenebre,
nasconde il volto e la mano assassina
nel grigio marciume di Babilonia.
E’ tempo di slegare le catene
di curare le falle della barca.
Avranno i probi il bitume di un Arca
per navigare i procellosi flutti ?
Alta si proclami la verità,
pura e splendente come l’oro di Ofir.
Liberi dalle trame degli iniqui
da codarde omertà, sarà un ritorno
dalla morte alla vita.

Siena, Domenica 24 Novembre 2002

(c) da” Nutrimenti per l’anima” Joker Ed. – all rights reserved

Madre Teresa e il paradigma delle Beatitudini

Al piano terra della Mother House, la Casa Madre delle Missionarie della Carità, nella Lower Circular Road di Calcutta, c’è la cappella semplice e disadorna dove dal 13 settembre del 1997, dopo i solenni funerali di Stato, riposano le spoglie mortali di Madre Teresa. Fuori, nel fitto dedalo di viuzze, i rumori assordanti della metropoli indiana: campanelli di risciò, vociare di bimbi, lo sferragliare di tram scalcinati attraverso i gironi infernali della miseria. Dentro, invece, il tempo sembra fermarsi ogni volta, cristallizzato in una specie di bolla rarefatta. La cappella accoglie una tomba povera e spoglia, un blocco di cemento bianco su cui è stata deposta la Bibbia personale di Madre Teresa ed una statua della Madonna con una corona di fiori al collo, accanto a una lapide di marmo con sopra inciso, in inglese, un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”(Gv 15,12). Pellegrini da ogni parte del mondo vengono tutti i giorni a visitarla, persone di ogni credo e ceto sociale che giungono qui, nel cuore di Calcutta, per pregare e, spesso, per trovare una qualche risposta ai loro problemi esistenziali. Una risposta alle grandi domande che agitano il cuore degli uomini e delle donne del terzo millennio, a cui né scienziati, né sociologi ed opinion leaders sanno fornire concrete spiegazioni… [continua]

Pavese: il mestiere di credere

di FILIPPO RIZZI

«Mi scriveva da Roma, in un periodo di sconforto. Diceva di essersi recato in una chiesa, ma che gli era parso che una mano invisibile lo respingesse: “Forse non sono degno di avvicinarmi a Dio”». Fu lo sfogo amaro che espresse in una lettera Cesare Pavese, pochi anni prima di morire, al suo amico e confidente il religioso somasco padre Giovanni Baravalle. Sono trascorsi sessant’anni da quel tragico 27 agosto quando in serata venne trovato morto in una stanza dell’albergo Roma di Torino lo scrittore Cesare Pavese (1908-1950): il grande poeta delle Langhe si era tolto la vita con sedici bustine di sonnifero. La sua opera, nel corso di questi sessant’anni, è stata solcata dalla critica di ogni segno e direzione mettendo in evidenza il suo dramma esistenziale ma anche religioso. Anzi buona parte della critica, da angolature ideologiche diverse, ha affermato che è giusto mettersi di fronte alla sua opera con l’umiltà tipica che si deve avere nei confronti degli spiriti religiosi. [continua]

Mother Teresa Film Festival

Bollywood a lezione da Madre Teresa

di Giorgio Bernardelli

Non si parla al cuore del­l’India oggi se non si pas­sa attraverso il cinema. Nel Paese di Bollywood, si capisce così la scelta della Conferenza e­piscopale indiana e delle Missio­narie della carità di celebrare il centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, che ca­drà il prossimo 26 agosto, anche con un festival cinematogra­fico. In realtà quella che si terrà a Calcutta dal 26 al 29 agosto sarà la terza edizione del Mother Teresa Film Festival. [continua]

I cineasti del silenzio – Ricordando Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni

di TOMMASO BENFENATI

Ci hanno costretto a interrogarci sul senso della vita, hanno attraversato un secolo, il loro, che non è stato “breve” né tantomeno indolore, affrontando di film in film, come grani di un rosario, o come tappe di un Getsemani mai concluso, la crisi della modernità, il dramma angoscioso dell’uomo contemporaneo, lacerato, interiormente scisso, essenzialmente solo di fronte alle domande più brucianti, quelle di sempre, al tempo stesso nuovissime ed eterne. Il regista svedese Ingmar Bergman, nato a Uppsala il 14 Luglio 1918, aveva iniziato la sua carriera come autore e regista teatrale, scrivendo nel 1944 la sua prima sceneggiatura, Spasimo, con cui era entrato nel mondo del cinema. Bisognerà attendere il 1955 perché il suo nome balzi all’attenzione della critica internazionale, con Sorrisi di una notte d’estate, commedia sui rapporti sentimentali, che si serviva dei modelli del teatro brillante del Settecento francese per osservare con amarezza l’instabilità dei sentimenti e la complessità dei rapporti umani.

É dell’anno successivo uno dei capolavori bergmaniani, Il settimo sigillo (1956), geniale affresco medievale, nel quale l’autore riflette su vita e morte, sul rapporto fra uomo e Dio, sul senso della propria esistenza, sulla miseria e la nobiltà della natura umana. Gli stessi temi esistenziali, affrontati alla luce della psicanalisi, sono presenti anche nel successivo Il posto delle fragole (1957), dove si racconta il viaggio nel tempo, nel passato e nella fantasia che un vecchio professore intraprende, al termine della propria vita, per ritrovare un’immagine di sé che si era affannato a rimuovere. Una tragedia filosofica, densa di riferimenti culturali che vanno da Joyce a Proust, da Mann a Kierkegaard, per dimostrare come la morte si nasconda dietro le fugaci apparenze della vita.

Temi religiosi trattati con un’ottica laica: il problema del vuoto che si sostituisce alla perdita della fede, la ricerca di una religiosità intima e non formalistica, l’incomunicabilità fra individui, sono al centro delle sue opere successive, fra cui si segnalano La fontana della vergine (1959), Come in uno specchio (1961) e Il silenzio (1963). É in questo momento che si definisce compiutamente lo stile e gli intenti di Bergman che cerca di svelare il mistero che si cela al di là dlle apparenze, che nasconde i suoi interrogativi dietro schermi fatti di memoria, sogno, psicosi, che mette sempre più in dubbio l’esistenza di Dio, ma la ripropone ogni volta sotto diverse spoglie.

L’ultimo film di Bergman, Fanny e Alexander (1983), che segue due pellicole dagli intenti psicanalitici (Sinfonia d’autunno, 1978 e Un mondo di marionette, 1980), è uno splendido racconto, in gran parte autobiografico, su due adolescenti svedesi di inizio secolo, nel quale il regista sviluppa, con una partecipazione mai invadente, i motivi e le emozioni da cui è partito per comporre le sue opere.

Diverso il vissuto di Michelangelo Antonioni, nato a Ferrara il 29 settembre 1912, che dopo essersi laureato in Economia e commercio, si era avvicinato al mondo del cinema attraverso la professione di critico. La sua prima opera era stata un documentario, Gente del Po (1943-1947), ma è con Cronaca di un amore, del 1950, che Antonioni fa il suo esordio nel cinema con un lungometraggio in cui per la prima volta si dava voce al dramma della borghesia, con un linguaggio filmico sicuro che rivela non solo una grande padronanza dei mezzi tecnici, ma soprattutto una capacità estetica ed etica di fotografare la società, mettendo le basi di quella fama, tutta meritata, di profondo innovatore del linguaggio cinematografico.

Già con il film di esordio, Cronaca di un amore, Antonioni rivela il suo interesse psicologico nei confronti dei rapporti interpersonali, della comunicazione – ma soprattutto dell’incomunicabilità – tra i suoi inquieti personaggi. Personaggi tormentati, nevrotici e profondamente umani quelli che abitano il suo mondo di celluloide: dal tradito Aldo de Il grido alle numerose donne turbate e isteriche, una su tutte la Monica Vitti di Deserto rosso (1964), film che segna il passaggio del suo cinema al colore.

Grazie a opere internazionali come Blow-up (1966), complessa analisi sulla riproducibilità della realtà, Zabriskie Point (1970), critica on the road della società dei consumi, e Professione: reporter, poetico viaggio spagnolo dello spaesato fotografo Jack Nicholson, Antonioni diventa un’icona del cinema della crisi. E non soltanto per l’impegno e la profondità contenutistica, ma anche – come si diceva – in ragione di uno stile formale complesso, raffinato e accurato. I suoi lunghi piani sequenza continueranno per sempre a riempire le pagine dei manuali di cinema.

Osannato dalla critica, ma non altrettanto amato dal pubblico perchè autore considerato “difficile” (a un certo punto il personaggio interpretato da Vittorio Gassman nel film Il sorpasso se ne esce con una frase: “Io l’ho visto un film di Antonioni una volta. Mi son fatto una dormita che non finiva mai!”), il maestro ferrarese non aveva rinunciato – nonostante l’età e un ictus che l’aveva paralizzato e gli aveva tolto la voce per quasi vent’anni – a pensare al cinema e ad occuparsene ancora, con l’aiuto della insostituibile moglie Enrica Fico, realizzando così, dopo il suggestivo Al di là delle nuvole (1995) con l’amico tedesco Wenders, perfino un videoclip (Fotoromanza per Gianna Nannini) e un episodio (Il filo pericoloso delle cose) per il film collettivo Eros (2004, firmato insieme ad autori internazionali come Soderbergh e Wong Kar Wai).

Pare incredibile ma se ne sono andati quasi contemporaneamente questi due giganti del cinema d’autore europeo: a distanza di neanche ventiquattr’ore, fra il 30 e il 31 luglio del 2007, Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni, i cineasti del silenzio. Con essi il cinema, la “settima arte” che fino ad allora era stata svago, mentale o sentimentale, quando non divertimento allo stato puro, aveva cambiato pelle, mostrando un volto nuovo, più adulto, diventando una realtà “vera”, a volte autenticamente inquietante.

Essi allora hanno rivoluzionato il modo di creare il cinema e nel farlo hanno dato voce – come forse nessun altro – alle inquietudini dell’uomo contemporaneo, alla sua solitudine, alla sua dolorosa nostalgia di Dio, attraverso dialoghi enigmatici, spesso ridotti all’osso, e personaggi immersi quasi sempre in paesaggi indifferenti, persino stranianti, da “natura morta”. Un viaggio per questi senza approdi, data la complessità del reale e lo smacco, il senso di vuoto, di perdita esistenziale che tale scoperta sempre comporta, ma che auguriamo possa aver dato, nell’ultimo viaggio, quello del congedo, ai due grandi registi del silenzio e della ricerca di Dio la felicità di quell’approdo, talvolta baluginante di lontano ma mai da loro personalmente raggiunto “al di qua delle nuvole”, nelle ingannevoli lande dell’esistenza terrena.

[Copyright © Tommaso Benfenati – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved]

Il principe-letterato Giuseppe Tomasi di Lampedusa

di CLAUDIA DE BERNARDI

Copyright (c) In Purissimo Azzurro

Era il 1958 quando Giorgio Bassani pubblicava nella collana da lui diretta per la casa editrice Feltrinelli Il Gattopardo, un romanzo che Elio Vittorini aveva rifiutato per Einaudi. L’autore era un perfetto sconosciuto, un nobile siciliano di nome Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da sempre distante dall’ambiente letterario. Straordinario il successo, asprissime le polemiche: insomma, un vero e proprio “caso” letterario.

Tomasi era nato a Palermo il 23 dicembre 1896, da una famiglia aristocratica, quella dei principi di Lampedusa, duchi di Palma e Montechiaro. Nel 1915 si era iscritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, ma nel novembre dello stesso anno era stato chiamato alle armi: partecipò così alla Prima Guerra Mondiale, dove venne anche fatto prigioniero. Congedato dall’esercito con il grado di tenente, fece ritorno a Palermo nel 1920. Nel corso del decennio seguente, fece numerosi viaggi in Italia ed all’estero, da solo o più spesso in compagnia della madre; durante uno di essi, nel 1925, conobbe a Londra, all’ambasciata d’Italia, la principessa Licy Wolff Stomersee, studiosa di psicanalisi, che sposerà sette anni più tardi in una chiesa ortodossa, a Riga.

Dopo aver dato il proprio contributo anche al secondo conflitto mondiale e venduto la casa avita devastata dai bombardamenti, Tomasi e consorte si trasferirono in via Butera, a Palermo. Negli anni ’50, il principe si legò d’amicizia coi frequentatori della casa del barone Sgadari di Lo Monaco: Francesco Agnello, Francesco Orlando, Antonio Pasqualino e soprattutto Gioacchino Lanza Tomasi. Alla fine del ’54, cominciò a scrivere Il Gattopardo; nel giugno dell’anno successivo, interruppe la stesura del romanzo per dedicarsi a quella dei “Ricordi d’infanzia”, riprendendola infine a novembre. Lavorò poi ad altri testi (“La gioia e la legge”, “La sirena”, il primo capitolo del nuovo romanzo “I gattini ciechi”): ma nell’aprile del 1957 gli viene diagnosticato un cancro al polmone destro, che ne causò la morte il 23 luglio dello stesso anno (la salma verrà inumata, il 28 del mese, nella tomba di famiglia al cimitero dei Cappuccini).

Rifiutato dalla Mondadori, “Il Gattopardo” trovò la via della pubblicazione, postuma, presso Feltrinelli, nel 1958, grazie all’attivo interessamento di Giorgio Bassani. Accolto da un enorme successo, il libro vince il Premio Strega nel ’59.

Eugenio Montale usava definire Tomasi di Lampedusa come uno di quegli «scrittori di un unico libro» di cui è piena la nostra letteratura tra i memorialisti-narratori, specialmente dell’Ottocento. Il Gattopardo, in effetti, è l’opera cui è legata la vastissima fama dell’autore siciliano e rappresenta, inoltre, una sorta di lascito ereditario, essendo giunto alle stampe quando l’autore era già morto da un anno.

Geno Pampaloni: «Ancora una volta il destino era stato fedele all’uomo, che era schivo del clamore, del successo, della retorica: e glieli aveva risparmiati».

Il Gattopardo fu anche oggetto dell’impegno di Luchino Visconti, che nel 1963 lo tradusse in film, facendo interpretare a un magnifico Burt Lancaster la parte del principe Fabrizio Salina (nel cast c’erano altri due splendidi interpreti come Alain Delon e Claudia Cardinale).

IL PARCO TOMASI

Caffé Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Vicolo della Neve all’Alloro, 2/5 – 90133 Palermo – tel. +39 091 6160796 – fax +39 091 6100690 – Web: www.parcotomasi.it – E-mail: palermo@parcotomasi.it

Anniversario di Margherita Faustini

Un anno fa veniva a mancare Margherita Faustini, personalita’ di spicco della letteratura italiana del secondo Novecento. Scrittrice e poetessa, Margherita Faustini ha rappresentato un originale modello di intellettuale cattolica impegnata sul versante della cultura: una ricerca approfondita sui temi della religiosità, del senso dell’etica e della società, della famiglia e in particolare nel rapporto filiale. Flannery, il forum letterario dedicato alle donne che scrivono, la ricorda nel primo anniversario con un post interessante: questo il link.

A Margherita Faustini

A MARGHERITA FAUSTINI

(in memoriam)

di ELIO ANDRIUOLI

Per le strade nebbiose del sogno

mi ero avventurata, quando venne la Morte

a cercarmi. A tradimento mi colse

sugli impervi sentieri, nel cieco

tumulto dell’ora. Scansarla

non mi fu dato: veloce

mi portò seco. Agli amici

non potei dare l’estremo addio.

.

Incompiuti rimasero gli ultimi versi

che avevo annotati: furono quelle

le mie estreme parole, pronunciate

con silenziosa voce.

Ma altre

parole scrissi e per esse ancora spero

di vincere le insidie del tempo

che tutto cancella, lasciando

così una mia traccia sul mondo,

dopo aver varcato in solitudine

le ardue frontiere della tenebra e dell’ignoto.

.

Chi mi cercherà potrà ancora trovarmi

in quelle brevi sillabe, ove è rimasta

impigliata per sempre la trama dei miei pensieri

e della mia anima. Forse

non fu vano il mio sogno:io permango

oltre quel sogno.

Il colloquio

che avevo iniziato con voi sempre dura.

.

Copyright (c) Elio Andriuoli

Camus, rivolta del sacro

LETTERATURA. A 50 anni dalla morte, una ricerca sul rapporto sempre cercato con la trascendenza nello scrittore francese. Parla lo studioso Antonio Rinaldis


DI DAVIDE GIANLUCA BIANCHI

Aveva ricevuto il Nobel a soli 44 anni, nel 1957, come tributo per La peste. Di lì a tre anni, il 4 gennaio 1960, trovò la morte a bordo della sua Facel-Véga mentre tornava a Parigi in compagnia dell’editore Michel Gallimard (deceduto anch’egli dopo pochi giorni).
Troppo giovane per morire, Camus è stato soprattutto filosofo o scrittore? In uno dei Taccuini pubblicati alcuni anni fa, da par suo, risolveva la questione con un rapido tratto di penna: «Sono prima di tutto un artista. Ed è l’artista dentro di me che filosofeggia, per la semplice ragione che penso secondo le parole, e non secondo le idee».
Non credeva abbastanza nel potere della ragione per aderire ad un sistema di pensiero, ma ciò nulla toglieva al carattere teoretico, anzi metafisico, dalla sua opera. In questi termini lo studioso Antonio Rinaldis – che ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università Cattolica di Milano sotto la guida di Francesco Botturi – ha scelto di studiare il rapporto di Camus con il sacro, in una ricerca che verrà pubblicata a breve di cui ci fornisce qui alcune anticipazioni.

Professor Rinaldis, prima di affrontare direttamente il tema del ‘sacro’, partiamo dalla questione forse più difficile: come qualificare la filosofia di Camus?

«Roger Quilliot, in un volume apparso nel 1997, la definisce come la composizione di tre elementi, non facilmente conciliabili: ‘da una parte un ateismo risoluto, un amore appassionato e pagano per la vita, infine una profonda esigenza di giustizia». In maniera efficace, queste parole rappresentano la sintesi di tre pregiudizi che si sono progressivamente consolidati intorno al pensiero di Albert Camus».

Egli si confrontò più volte con la fede cristiana, ma non giunse mai ad aderirvi. Come si declinava questa assenza di fede?

«Essenzialmente dalla sua scelta di negare l’immortalità dell’anima. In altri termini, Camus rifiutava la speranza cristiana, perché la interpretava come una forma di rassegnazione fatalistica. Per questo motivo Charles Moeller inserisce Camus nella ‘letteratura della felicità e non in quella della salvezza’: se la salvezza è un’evasione irrazionale, l’unica certezza rimarrebbe circoscritta al mondo sensibile, della felicità puramente umana e terrena. Secondo molti critici in Camus ci sarebbe una saldatura fra lo scetticismo empirista e una razionalità dissacrante. Il risultato sarebbe quello che Albert Maquet definisce come ‘l’impossibilità di aprirsi a una verità assoluta’».

Camus non crede ma, nel contempo, rifiuta di essere annoverato fra gli ‘esistenzialisti’…

«Infatti. Il destino di Camus è piuttosto singolare. Impossibilitato a collocarsi dalla parte del cristianesimo, se così possiamo dire, viene però respinto anche dai maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo, come Sartre che, definendolo ‘anti-teista’, lo accusa di occuparsi troppo di Dio e troppo poco dell’uomo e dell’ingiustizia sociale».

La critica cattolica come qualifica la sua spiritualità?

«Per Remo Cantoni la sensibilità di Camus non si tradurrebbe in un orgoglio del soggetto pratico, ma diventerebbe una forma di umanesimo integrale, che manifesta la nostalgia di un assoluto, che però non riesce mai a raggiungere».

E’ un’osservazione interessante, che mi sembra riporti l’attenzione sui tre punti iniziali, su cui lei ha lavorato nella sulla ricerca su Camus: è così?

«Esattamente. I tre elementi identificati da Quilliot – ateismo, paganesimo e giustizia – possono essere letti in maniera diversa alla luce della categoria del sacro, inteso secondo le parole di Johann Peter Hebel: ‘Che lo si ammetta o no, siamo piante che debbono crescere radicate nella terra se vogliono fiorire nell’etere e dare i loro frutti’. Se accettiamo questa chiave di lettura il sacro sarebbe l’ entre- deux , l’intervallo fra cielo e terra, tra umano e divino».

Camus affronta direttamente il tema del sacro nei suoi scritti?

«No, anche se è sempre una presenza incombente. Non esiste una vera e propria teoria del sacro in lui, in primo luogo per il suo rifiuto di una filosofia sistematica. E’ possibile però individuare elementi frammentati e disseminati di sacralità, in tutte le sue opere, di saggistica come di letteratura. In primis, lo studio su Plotino e Agostino, che è la sua tesi di laurea in cui vengono in luce alcuni elementi chiave: la commistione fra dimensione artistica e dimensione religiosa; il desiderio verso il divino; l’assurdo come divorzio fra l’io e il mondo, impensabile se non ci fosse una radicale eccedenza del soggetto umano nei confronti della realtà, fatta di nostalgia d’assoluto; il teatro dell’impossibile, mirabilmente sintetizzato nella figura di Caligola che rappresenta lo iato fra l’aspirazione umana alla felicità assoluta e il silenzio del mondo, che nella pièce si risolve nella follia totalitaria dell’imperatore».

Anche nell’idea di rivolta, tanto cara a Camus, vi è qualcosa di trascendente?

«Direi proprio di sì. L’idea è legata all’archetipo della natura umana, affermata e difesa contro ogni sopruso: quindi ogni rivolta è retrospettiva e nostalgica. Ciò spiega la diffidenza di Camus nei confronti degli storicismi, come quello marxista, che ponevano il fine della storia al termine del processo storico, giustificando ogni azione posta al servizio di un’utopia che si costruiva con il divenire».

In conclusione, come si pone il sacro nella vasta opera di Camus?

«Non si presenta mai come possesso, ma nel suo lato soggettivo è desiderio nostalgico, che si trasforma in tragedia per l’impossibilità di trovare accordo e riconciliazione. Camus è il pensatore della tensione esistenziale verso la trascendenza, che l’uomo della modernità non riesce più a credere di poter incontrare. Nello stesso tempo è anche il più attento e vigile smascheratore delle false credenze di un umanesimo integrale che ha negato il divino, e che con ciò rischia costantemente di cadere vittima del delirio della storia o della tecnica».

(c) Avvenire 2 gennaio 2010

Trieste ricorda Fulvio Tomizza

imagesNel decimo anniversario della scomparsa di Fulvio Tomizza, Trieste promuove una mostra sulla vicenda artistica e biografica dello scrittore istriano vissuto a Trieste. Curata da Gianni Cimador e Marta Angela Agostina Moretto, «Fulvio Tomizza. Destino di frontiera» ricostruisce la vita e l’opera di Tomizza attraverso varie tipologie di materiali, dai manoscritti ai libri, dagli oggetti di scrittura e di svago alle fotografie, quasi tutti di proprietà della famiglia. All’esposizione, che sarà visitabile da domani al 15 settembre presso Palazzo Gopcevich ( via Rossini, 4), saranno affiancati un calendario di visite guidate con i curatori – il sabato alle 17 e la domenica alle 11 – e, nella prima metà del mese di settembre, un ciclo di sette conferenze su molteplici aspetti dell’opera tomizziana; informazioni su www.triestecultura.it.

Per Clemente Rebora

“Qui nasce, qui muore il mio canto:
E parrà forse vano
Accordo solitario;
Ma tu che ascolti, rècalo
Al tuo bene e al tuo male:
E non ti sarà oscuro”.

CLEMENTE REBORA

EDITORIALE

Un poeta “fuori dal tempo”

di Alessandro Puglia

LA VITA E LA POESIA

Senza tregua
L’itinerario poetico-esistenziale di Clemente Rebora

di Elio Andriuoli

La scientia crucis in Clemente Rebora
Un ‘paradiso pieno di dolore’ all’ombra della Madre

di Ferdinando Castelli

Sbaragliare l’esistenza
Campana, Rebora, Betocchi e “La Voce”

di Pietro Civitareale

La poesia della verità
Salvezza integrale per l’uomo

di Rosa Elisa Giangoia

Epistolario

Viaggiatore senza biglietto in attesa alla stazione

di Carmelo Giovannini

Rebora-Rosmini
Poetica e metafisica: lettura di un ‘semplice’ e ‘complesso’ rapporto

di Mario Pangallo

Rebora uno e due
L’inquietudine e la fede

di Paolo Ruffilli

I SUOI VERSI AL VAGLIO DELLA CRITICA

Al tempo che la vita era inesplosa
Un mondo contadino ruvido e sacrale

di Umberto Piersanti

Dall’imagine tesa
Stare sulla soglia: riflessioni su una poesia
di Roberto Fornara
Profezia di una rigenerazione
di Marco Guzzi
Polverizzato nel silenzio della parola
di Andrea Monda

Terribile ritornare a questo mondo
L’urlo del verso, il sorso dentro l’arsura

di Marina Pizzi

IN DIALOGO CON I CONTEMPORANEI

Versi per Clemente Rebora

Canto di Shakti
di Maura Del Serra

Aspro ed eterno si levò il rigetto
di Gabriella Garofalo

Hanno detto di lui…

U. Muratore, C. Bo, M. Cucchi, E. Fabiani, M. Testi, L. Giussani

Rebora secondo me
Le riflessioni di una giovane lettrice

di Elisabetta Modena

Charitas lucis, refrigerium crucis
Un seme gettato nei solchi della storia

di Mirko Testa

BIBLIOGRAFIA

Le opere di Clemente Rebora

La critica su Rebora

L’urlo del verso, il sorso dentro l’arsura

Terribile ritornare a questo mondo
quando già tutte le fibre
erano tese
a transitare!
E il corpo mi rifiuta ogni servizio,
e l’anima non trova più suo inizio.
Ogni voler divino è sforzo nero.
Tutto va senza pensiero:
l’abisso invoca l’abisso.

19 aprile 1956

[L’abisso di miseria invoca l’abisso di misericordia, N.d.A.]

L’urlo del verso, il sorso dentro l’arsura

di MARINA PIZZI

Ho il cratere condominiale del vinto, sono italiana di nascita e di cittadinanza ma dico la lontananza dell’intimità dell’apolide, del lido d’altro e d’oltre. Ma, si sa, nessuno è innocente, il buono e il bene sono opinioni mortali. Qui nelle tenebre della ancor luce e della luce elettrica, calco di me l’arso comandamento detto della Resistenza. In questa stanza dove calura e freddo si gemellano, lascio il perenne per un occaso tremulo: l’urlo, l’urlo del verso, il sorso dentro l’arsura. In abisso mi seduce il duce di questo davanzale con zaino di libertà e inganno. Quale no, quale sì all’angolo, negli angoli dei quattro cantoni? Dove rimarrò distesa, presa per la contumacia che fui e sono, per la definizione esatta dell’oblio?

*

Copyright © Marina Pizzi – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

novembre 2007

A Padre Rebora

Gabriella Garofalo

18/09/2007

a Padre Rebora

Aspro ed eterno si levò il rigetto

nuda roccia cava mio sterpeto

a tue domande, Dio, che ripetevi

a mie notti d’insonnia, di sparviera-

gioia non mi nasceva

non mi nasceva desiderio l’esistenza:

solo nasceva l’anima domande,

sicario che di sua strage si disseta-

Padre, ti prego, se anche io non intendo

di amore di passione o sangue,

levati, Padre, levati in eterno

a me che senza esito cammino

bianche risposte sperse nel mio grembo

nell’accanirsi freddo di uno sguardo.

*

Copyright © Gabriella Garofalo – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

novembre 2007

Canto di Shakti

Maura Del Serra

Canto di Shakti

per Clemente Rebora

Dove il capo di Orfeo reciso canta sull’acqua

là nasco e sono;

dove il grano germoglia dai cadaveri azzurri

formo il mio dono, ed il solido cuore

della rotonda eternità in me vive.

Le fanciulle di miele e di cristallo,

i vecchi d’anima, gli ignoti eroi,

le profonde sorgenti del mattino,

i sereni animali e il loro passo bambino,

lo specchio e la caverna e la conchiglia,

la gola della cosmica risata

io sono, Madre Eterna, alta profusa sostanza.

Voi mi cercate, io vi trovo: voi siete

i miei veli agitati nella danza.

*

NOTA. Shakti è la sposa di Shiva, il dio “distruttore” cosmico della Trimurti induista. Qui la sua voce è quella del “Dio materno” o “cuore dell’arca” di Rebora.

*

Copyright © Maura Del Serra – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Novembre 2007

Rebora secondo me

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Le riflessioni di una giovane lettrice

ELISABETTA MODENA

Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria: sono sempre stata attratta da questa straordinaria figura di poeta del primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, approdato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita. L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.

C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso. La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.

E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione), l’espressionismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc. Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.

Così alla luce della “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più. Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione”: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.

Due poesie mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo. Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio nella prima lirica: l’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso. “Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.

Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto. Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.

Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”). Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore; traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti. A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.

Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.

“Vibra nel vento con tutte le sue foglie

il pioppo severo:

spasima l’anima in tutte le sue doglie

nell’ansia del pensiero:

dal tronco in rami per fronde si esprime

tutte al ciel tese con raccolte cime:

fermo rimane il tronco del mistero,

e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.

Anche qui come non accorgersi della presenza di un elemento cristiano di massima importanza: il “tronco” rimanda all’albero per eccellenza, quello che i mistici medievali chiamavano “l’albero della salvezza”, cioè la croce di Cristo; che poi diventa, nella meditazione e riflessione, la nostra croce personale. “Il tronco del mistero” è la croce, che s’inabissa nell’infinito amore di Dio Padre, “ov’è più vero”. Il tronco affonda le radici nella terra, in quel seme che gli ha donato la vita morendo. La terra è metafora sia della morte, dell’elemento naturale dentro il quale ritorneremo (“ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”; il tema della caducità delle cose è molto caro a Rèbora), sia della risurrezione, perchè ricorda il gesto d’amore del seme che morendo dà la vita all’albero. L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero). Non so se sia troppo “spinta” questa mia analisi, ma è un’osservazione che mi ha fatto notare mio marito (non è nemmeno mia!).

Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che si può e si deve fare di Rèbora. Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.

Copyright © Elisabetta Modena – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Dall’immagine tesa

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Dall’immagine tesa

Vigilo l’istante

Con imminenza di attesa -

E non aspetto nessuno:

Nell’ombra accesa

Spio il campanello

Che impercettibile spande

Un polline di suono -

E non aspetto nessuno:

Fra quattro mura

Stupefatte di spazio

Più che un deserto

Non aspetto nessuno:

Ma deve venire,

Verrà, se resisto

A sbocciare non visto,

Verrà d’improvviso,

Quando meno l’avverto:

Verrà quasi perdono

Di quanto fa morire,

Verrà a farmi certo

Del suo e mio tesoro,

Verrà come ristoro

Delle mie e sue pene,

Verrà, forse già viene

Il suo bisbiglio.

*

Profezia di una rigenerazione

di MARCO GUZZI

Nella mia esperienza personale la parola poetica è sempre stata essenzialmente annuncio e insieme reiterato attraversamento direi fisico del passaggio iniziatico da una figurazione oscurata e terminale della mia umanità ad una sua configurazione nuova: profezia cioè di una rigenerazione, soggettiva e storica al contempo, e contestualmente esperienza diretta della sua efficacia sul nostro linguaggio e quindi sul nostro pensiero. Tutto ciò è manifestato con grande chiarezza nella famosa poesia Dall’immagine tesa di Clemente Rebora (1920). Qui si esprime proprio l’esperienza spirituale dell’atto poetico, la disposizione interiore dell’attesa che però non attende niente di rappresentabile e che proprio per questa sua vacuità riesce a cogliere gli ultrasuoni che danno forma alle nuove figure del nostro pensiero. Solo così verrà colui che ci può perdonare di tutto ciò che ci fa morire, solo così l’evento della mia salvezza, del mio “ristoro” diviene esperienza terapeutica, nuova vita che zampilla in me, se ogni volta continuiamo a resistere in questo sboccio non visto, nel nascondimento silenzioso dell’attesa.

Polverizzato nel silenzio della parola

di ANDREA MONDA

Io non conosco Clemente Rebora. Mi sono imbattuto spesso in appassionati cultori del poeta milanese e ogni tanto in qualche sua poesia e, devo dire, è come se un seme si fosse nascosto nel mio intimo, ancora non pronto a germogliare, ma che intanto è riscaldato e riscalda il mio cuore in attesa di fiorire. E così, per ora, posso citare solo una poesia, che è quella che ricordo meglio, e forse una delle più famose di Rebora: Dall’immagine tesa. Mi ha sempre colpito questa poesia, il senso dell’attesa, della tensione, dell’at-tenzione. Mi fa venire in mente il brano di Simone Weil sull’attenzione da mettere nello studio intitolato Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio. E poi questi due versi: “il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono” che mi ricorda il verso della Wislawa Szymborska: “Vi furono maniglie e campanelli / in cui anzitempo / un tocco si posava sopra un tocco” (da Amore a prima vista). Mi piace che esista un suono impercettibile. E infine il verso finale, “verrà, forse già viene / il suo bisbiglio”, un bisbiglio che tanto mi richiama il brano biblico di Elia e la teofania sul monte Oreb (1 Re,19,9-13), in cui il profeta, dopo aver assistito al vento, al terremoto e al fuoco (ma Dio non era in nessuno dei tre), ode come “il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello…”.

Non ho incontrato Rebora ma una volta ebbi l’impressione di averlo conosciuto. Fu quando incontrai a Roma, presso la chiesa dei padri rosminiani di San Carlo al Corso, il vescovo Clemente Riva. L’ho conosciuto per un libro fotografico dedicato a uomini di chiesa, pochi mesi prima della sua morte. Era un uomo sereno che riusciva a trasmettere la sua pace interiore. Nel suo austero appartamento mi parlò, ovviamente di Rebora ma poco, si dilungò un po’ di più sulla sua attività di dialogo con il mondo ebraico. Era contento del rispetto e dell’affetto che era riuscito a conquistarsi tra gli ebrei, i “fratelli maggiori”. Ma non c’era vanagloria nelle sue parole, né alterigia: al contrario, i suoi modi erano privi di fronzoli, dimessi. Tutto nella sua persona faceva percepire una grande schiettezza commista ad una profonda dignità. Fu un incontro tra i più calmi e silenziosi e, al tempo stesso, tra i più intensi ed indimenticabili della mia vita. Quell’incontro, direi di più, quel volto dolce, stupito, commosso e commovente di Mons. Riva, l’ho sempre associato a Rebora, altro celebre rosminiano. Se non sbaglio uno degli aspetti del carisma rosminiano è quello del «voto di annullamento», perdersi per ritrovarsi, con la mistica prospettiva di «patire e morire oscuramente scomparendo polverizzato nell’amore di Dio». Penso che questo valga per Rebora, di sicuro era inscritto sul volto di Mons. Riva. Così come questo verso tratto da Curriculum vitae dove il poeta, ormai anziano, ricorderà proprio Rosmini come il maestro cui filialmente si era affidato, forma attraverso la quale la novità di Cristo aveva investito e cambiato la sua persona:

E fui dal ciel fidato a quel sapiente

che sommo genio s’annientò nel Cristo

onde Sua virtù tutto innovasse.

Dalla perfetta Regola ordinato,

l’ossa slogate trovaron lor posto…

Ho davanti a me nel libro fotografico il ritratto di Mons. Riva e rivedo quelle “ossa slegate” e penso al fatto che Rebora una volta entrato nell’ordine religioso, pian piano smise di scrivere. Rebora e Riva sono stati, secondo me, due “poeti di Dio”, due persone che hanno “fatto” (poièo), hanno praticato la carità, a modo loro cantandola, più nel silenzio che nella parola.

Stare sulla soglia: riflessione su una poesia di Rebora

di ROBERTO FORNARA

Forse una delle liriche più conosciute di Clemente Rebora è Dall’imagine tesa, che conclude la raccolta dei Canti anoninimi. Della lirica apprezzo la capacità evocativa, il detto e non detto, le apparenti contraddizioni che si risolvono in una tensione ricca d’attesa, di desiderio e di speranza. Le immagini, le metafore, le assonanze, gli ossimori contribuiscono a creare un’atmosfera liminale, uno “stare sulla soglia”, come ho espresso nel titolo del mio semplice contributo. I Canti anonimi – lo sa bene chi conosce anche solo superficialmente il poeta – vedono la luce agli inizi degli Anni Venti, dopo l’esperienza drammatica della prima guerra mondiale; essi «sono – come scrive Adele Dei – il tentativo di ricomposizione dopo un naufragio o un cataclisma; guardano insieme avanti e indietro, danno voce a un passaggio sofferto e contraddittorio» (Pref. a: C. Rebora, Canti anonimi, Ed. San Marco dei Giustiniani, Genova 2006, 7).

L’intera raccolta poetica è da collocare idealmente su una soglia: tra conflitti e pacificazioni, tra speranze e disperazione, tra lo sguardo drammatico al recente passato e l’apertura ad un futuro incerto ma denso di attese. L’intera serie di Canti anonimi è come posta in inclusione fra l’epigrafe iniziale («Urge la scelta tremenda: / Dire sì, dire no / A qualcosa che so»), un frammento del 1914, e la poesia finale, Dall’imagine tesa, appunto. In mezzo, una serie di variazioni sul tema che lasciano trasparire lo stesso, drammatico andirivieni fra memoria e speranza, fra disillusione e attesa, fra tutto e frammento, come scopriamo in un’altra, intensissima lirica: «E giunge l’onda, ma non giunge il mare: / E ciascun flutto è nostro, che s’infrange, / E la distesa è sua, che permane».

In questo orizzonte di frammentazione, che sembra cedere all’impossibilità di una tensione verso la comunione e l’unificazione («E il mare non sa delle gocce, / Le gocce che ignorano il mare»), è rintracciabile l’esperienza dell’aver toccato il fondo, l’esperienza dell’angoscia e del fallimento, che è già preludio e terreno fertile per la rinascita della speranza. Qua e là, nella raccolta, riaffiora la percezione che il dramma dell’angoscia e del non-senso porta già in sé il grido e la tensione ad un “oltre”: «Qualunque cosa tu dica o faccia / C’è un grido dentro: / Non è per questo, non è per questo! / E così tutto rimanda / A una segreta domanda: / L’atto è un pretesto».

Anche Dall’imagine tesa (datata 1920) appartiene al Rebora prima della conversione. Sarebbe dunque banale e un po’ forzato rintracciarvi già le risposte e la pacificazione successive alla scoperta della fede cristiana (il poeta di questo periodo è piuttosto un grande eclettico). Ma sarebbe altrettanto banale ridurre la lirica ad una poesia amorosa, imperniata sull’attesa di una presenza femminile. Ha ragione, piuttosto, Adele Dei quando scrive: «il centro della poesia sono proprio l’accumulo apparentemente contraddittorio di negazioni e di affermazioni, la tensione verso il non detto, la sostanziale elusività che garantisce il massimo dell’apertura, forse della rivelazione» (Ibidem, 16)

I critici guardano con una certa aria di sufficienza alle poesie di questo periodo, nelle quali non ritrovano più la densità concettuale dei Frammenti lirici (la prima raccolta) e non trovano ancora la sensibilità religiosa del Rebora maturo, dopo la conversione del 1929. Eppure, a mio parere, la contraddittorietà e la tensione evocativa fanno di Dall’imagine tesa una poesia che vibra di profonda religiosità. Vi si coglie il mistero della soglia, dell’apertura all’infinito, del senso religioso che abita ogni uomo, anche chi – come il poeta nel 1920 – non ne è ancora pienamente consapevole. L’affermazione di sé, della propria ostinazione e delle proprie sicurezze, l’ostentata autosufficienza (si veda la triplice ripetizione di «non aspetto nessuno») si sciolgono a poco a poco fino a creare un clima di attesa, una «imminenza di attesa», come recita il terzo verso.

Un Qualcuno (di cui non si conosce ancora né il volto né il nome) «deve venire», «verrà d’improvviso». E questa venuta ricorda molto da vicino la percezione dei mistici, che non banalizzano il mistero dell’Incontro nell’evidenza solare, ma hanno cura di salvaguardarne il carattere misterioso, imprevisto e imprevedibile, attenti alla trascendenza e alla libertà divina. L’Incontro accadrà – ci dichiara Rebora – «quando meno l’avverto». Non lo si può manipolare né possedere. È sorprendente, proprio perché ci sorprende nel suo carattere di novità e di generosità, ma risponde già ad una speranza, ad un grido che sale dall’abisso del cuore dell’uomo, ad un anelito di misericordia e di pienezza di vita: «Verrà quasi perdono / Di quanto fa morire, / Verrà a farmi certo / Del suo e mio tesoro, / Verrà come ristoro / Delle mie e sue pene».

Questi ultimi versi citati, poi, sembrano quasi alludere – in modo molto sfumato e certamente inconsapevole – ad una realtà “pasquale”: la gioia per Colui che viene sembra quasi essere la ricompensa («quasi perdono») per ciò che, necessariamente, la sua venuta «fa morire». Mistero di morte e risurrezione, l’Incontro è in grado di ricostruire una vita nuova sulle ceneri dell’uomo vecchio, o di una parte di esso, destinata a morire. È forse possibile cogliere anche un accenno (pur sempre inconsapevole) di natura pneumatologica: non è forse possibile intravedere dietro alla consapevolezza del «ristoro» alle pene un’allusione velata allo Spirito, il grande Consolatore?

Si potrebbero moltiplicare gli esempi e ritrovare nella poesia altre allusioni o riferimenti più o meno velati, che non danno certamente alla lirica una densità teologica specifica, ma costituiscono un tessuto di relazioni aperte, in una dimensione di attesa e di speranza. La religiosità presente in Dall’imagine tesa consiste in questa discrezione, in questo pudore espressivo, e soprattutto in questa apertura e tensione che permette ad ogni lettore di identificarsi in questa «imminenza di attesa».

Ne sono chiaramente testimoni i due ultimi, magnifici versi («Verrà, forse già viene / Il suo bisbiglio»), dei quali mi preme sottolineare un duplice significato. Da una parte, la tensione fra il futuro indeterminato e tuttavia certo («verrà») e un presente più vicino e tuttavia relegato nel regno del possibile («forse già viene»). L’attesa rimane sospesa fra certezza e timore di un’illusione, ma prevale la componente positiva della tensione: l’avverbio «forse» appare più legato ad una scadenza temporale (sta già venendo, indice di desiderio dell’Incontro) che al dubbio riguardo all’effettiva possibilità dell’Incontro. Dall’altra parte, la certezza di questo venire è legata ad una modalità di manifestazione tenue, velata: «il suo bisbiglio». Il tono quasi sussurrato con cui si conclude la poesia appare quasi come un invito al silenzio, perché la venuta dell’Altro, di qualsiasi altro, richiede la capacità di ascoltare e la disponibilità ad affinare la sensibilità all’ascolto.

È vero che il Rebora in questione non ha ancora percepito in pienezza il dono della conversione, ma questa immagine risuona come un’eco limpida e fedele dell’esperienza teofanica del profeta Elia, così come viene narrata nel primo libro dei Re, al capitolo 19. Elia – in quel contesto – non incontra Dio nei grandi fenomeni teofanici (il vento impetuoso, il fuoco, il terremoto), ma piuttosto nella «voce di un silenzio sottile», che si va facendo sempre più impercettibile. Mi piace pensare il «bisbiglio» di Rebora, che forse si sta già avvicinando, come l’eco del «silenzio sottile» di Elia. Icona dell’apertura alla Parola. Chiamata ad un impegno di ascolto.

Copyright © Marco Guzzi – Andrea Monda – Roberto Fornara – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Clemente Rebora: hanno detto di lui…

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

“Clemente Rebora è un raro esempio di letterato della prima metà del Novecento. Nato al di fuori della cultura cattolica, visse fino a 45 anni nella tormentata ricerca di una scelta che desse senso globale alla vita. Finché un giorno, all’improvviso, capì che era Cristo il senso da lui cercato. Si convertì, si fece rosminiano e sacerdote, visse in totale nascondimento. Gli ultimi anni furono anni di purificazione attraverso il dolore fisico e spirituale che gli fecero toccare gli apici dell’esperienza mistica. Le sue poesie laiche cantano le lacerazioni cui va incontro l’anima lontana da Dio, mentre quelle religiose cantano il prezzo che bisogna pagare per crescere nella santità”.

Umberto Muratore

*

“Un santo nascosto che chiedeva alla poesia la grazia della salvezza. Quella salvezza cui sarebbe arrivato più tardi, oltre la foresta delle parole, con il balbettio umile delle parole più semplici che Dio ha dato agli uomini”.

Carlo Bo

*

“Nei Frammenti colpisce il lettore ancora oggi, sul piano della parola e dei toni, l’arditezza delle scelte linguistiche e la loro particolare efficacia espressiva pur nella frequenza di evidenti arcaismi. Ma questi ultimi non costituiscono certo l’esito di una fredda operazione letteraria, bensì danno ulteriore evidenza e aggressività a un magma espressivo che può di primo acchito apparire persino rozzo ma che è perfettamente speculare, sulla pagina, ai continui attriti interiori di una coscienza infelice, di una meditazione ad altissima temperatura nell’«incessante moto» della vita. Rebora, dunque, nel tempo delle avanguardie storiche, all’inizio del secolo e nella dirompenza del moderno, si erge come strenua presenza anacronistica, si nutre dell’esempio dantesco e trova la sua più alta dimensione proprio nella verità della sua avventura interiore e nella sostanziale indifferenza rispetto all’idea di un rinnovamento letterario. Paradossalmente è proprio questa superiore intempestività un segno della sua originalissima grandezza, la grandezza di una voce imprevista e mai datata, che pure ha faticato a imporsi pienamente proprio a causa delle sue asperità, di un carattere poco conforme ai canoni del gusto dominante”.

Maurizio Cucchi

*

“Colui che qui parla e del quale si parla, è un uomo di oltre 70 anni umiliato dalla malattia: è insieme un sacerdote che molti stimano un santo; ed è un uomo e un sacerdote che da tanti anni ormai ha lasciato, chiamato da Dio con violenza, la poesia: alla quale aveva donato due dei libri più importanti di questo secolo: Frammenti lirici e Canti anonimi… Lo sentiamo gemere immolandosi, dubitare di sé, della propria salvezza eterna. Lo vediamo umiliato dalle necessità fisiche, dalla stanchezza, dal disorientamento, a volte vaneggia. È diventato, Clemente Maria Rebora, una specie di “uomo dei dolori”, un “lebbroso” come il suo Divino Maestro. Anch’egli sta salendo il Calvario… Altro io non sono capace di dire; ma vorrei tanto pregare chi è preparato e autorevole a non perdere questa occasione per far meglio conoscere quest’uomo dolce e tragico; questo sacerdote ardito e ardente; questo poeta unico: che nella sua agonia non geme più con le nostre parole, ma con la voce profonda e ferma dei profeti; che chiama Dio, ormai, con la voce solamente umana dei martiri, cioè dei veri e non letterari testimoni”.

Enzo Fabiani

*

“Rebora ha rinunciato quasi alla poesia del mondo, non punta più alla fama terrena, cerca di dimenticare quella ricerca spasmodica di una ragione intrinseca, appena incrinata dal soffio del dubbio metafisico, e vuole sprofondarsi nell’angolo che si è ricavato nella scelta religiosa. Ma non è un procedimento egoistico, tutto teso a rifugiarsi nel silenzio per non soffrire. Il fascino di questa testimonianza sta nel fatto che Rebora mette il suo canto a disposizione della Chiesa, dei giovani, dei suoi fratelli in Cristo. Non cerca più il verso che legga il mondo e ne dica la desolazione e il deserto, e che aveva contribuito già a metterlo nel Gotha della letteratura italiana. Cerca il verso che lasci trapelare, sminuendosi e nascondendosi, il divino e l’amore del Creatore”.

Marco Testi

*

“Voglio innanzitutto indicare la prima nota che mi ha colpito nel leggere tanti anni fa per la prima volta Clemente Rebora. E’ la sua positività di uomo buono (si è convertito molto dopo la sua produzione forse anche migliore), una positività di fronte al disegno misterioso delle cose, o meglio, l’affermazione della positività del disegno misterioso. Rebora afferma un disegno, e quindi intuisce un’intelligenza nelle cose, misteriosa perciò ineffabile, non dicibile, non decifrabile, ma comunque positiva. Mi sembra che si possa definire questo primo impatto con la poesia di Clemente Rebora l’impatto con un uomo povero; perché il «pauper evangelicus», il povero del Vangelo, è chi non avendo nulla da difendere – come diceva Dostoevskij – di fronte alla verità, registra la realtà, e la realtà si presenta come disegno…”

Luigi Giussani

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Bibliografia Rebora

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

LE OPERE DI CLEMENTE REBORA

Poesia

Frammenti lirici, Firenze, La Voce, 1913;

Canti anonimi, Milano, Il Convegno Editoriale, 1922;

Le poesie, Firenze, Vallecchi, 1947;

Via Crucis, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1955;

Curriculum vitae, ivi, 1955 e 1956;

Gesù il fedele. Il Natale, ivi, 1956;

Canti dell’infermità, ivi, 1956 e 1957;

Le poesie (1913-1957), ivi, 1957;

Aspirazioni e preghiere, ivi, 1963;

Ecco del ciel più grande, ivi, 1965;

Le poesie (1913-1957), a cura di G. Mussini e V. Scheiwiller, Milano, Garzanti, 1988 e 1994.

Prosa

Per un Leopardi mal noto, in «Rivista d’Italia», XIII, 9, settembre 1910, pp.373-449; poi nel volume miscellaneo Omaggio a Clemente Rebora, Bologna, Boni, 1971; successivamente in C. Rebora, Per un Leopardi mal noto, a cura di L. Barile, Milano, Libri Scheiwiller, 1992; quindi in Id., Saggi, con note di M. Boni e G. Ghini, Bologna, Boni, 1993 [1'antologia comprende i saggi non creativi sino al 1930 e, in appendice, il possibile inedito La missione degli educatori]; ora anche in Id., Arche di Noè. Le prose fino al 1930, a cura di C. Giovannini, Milano, Jaca Book, 1994.

Tra i volumi usciti dopo la morte: A. Rosmini asceta e mistico, prefazione di C. Riva, Vicenza, La Locusta, 1980 [raccoglie i testi su Rosmini segnalati in precedenza]; il testo omonimo riproposto poi in Antonio Rosmini asceta e mistico, prefazione di R. Bessero Belti, Novara, Interlinea, 1995 [il libro riporta anche l'inno Il gran grido];

Dammi il tuo Natale, Vicenza, La Locusta, 1985 [con poesie];

Il segreto di Antonio Rosmini, a cura di C. Giovannini, presentazione di S. Jacomuzzi, Torino, Sei, 1986;

Rosmini, a cura di A. Valle, prefazione di M. Guglielminetti, Rovereto, Longo, 1987;

Il tuo Natale. Lettere, poesie, pagine di diario e inediti, con incisioni di Mauro Maulini, a cura di R. Cicala e V. Rossi, Interlinea, Novara 2005;

Diario intimo. Quaderno inedito, a cura di R. Cicala e V. Rossi, Interlinea, Novara 2006.

Lettere

Lettere. I (1893-1930), prefazione di C. Bo, a cura di M. Marchione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976;

Lettere. II (1931-1957), prefazione di C. Riva, a cura di M. Marchione, ivi, 1982.

LA CRITICA SU REBORA

Bibliografia essenziale:

Clemente Rebora, «Quaderno Reboriano 1960», scritti di M. Apollonio, D. Banfi Malaguzzi Valeri, R. Bessero Belti, C. Bo, P. Rebora, D. Valeri, C. Zapelloni, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1960;

M. Guglielminetti, Clemente Rebora, Milano, Mursia, 1961;

R. Lollo, «La scelta tremenda». Santità e poesia nell’itinerario spirituale di Clemente Rebora, Milano, Ipl, 1967;

M. Marchione, L’imagine tesa, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1974;

M. Del Serra, Clemente Rebora. Lo specchio e il fuoco, Milano, Vita e Pensiero, 1976;

E. Viola, Mania dell’eterno. Gli ultimi due anni della vita di Clemente Rebora nel diario del suo infermiere, a cura di E. Fabiani, Vicenza, La Locusta, 1980 [poi in Passione di Clemente Maria Rebora. Testimonianze rosminiane e poesie, con una nota di E. Montale, Novara-Stresa, InterlineaSodalitas, 1993];

Clemente Rebora, a cura di A. Ermentini e G. Oldani, numero unico della rivista «Psychopathologia», Brescia, Edizioni del Moretto, 1985;

[Centro Rosminiano di Cultura, Rovereto], Nel centenario della nascita – Clemente Rebora – Il periodo roveretano, Rovereto, Longo Editore, 1986;

R. Cicala, Il giovane Rebora tra scuola e poesia. «Professoruccio filantropo» a Milano e Novara. 1910-1915, con testi e documenti, introduzione di M. Guglielminetti, Novara, Associazione di Storia della Chiesa Novarese, 1992;

Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, a cura di G. Beschin, G. De Santi e E. Grandesso, Roma, Editori Riuniti, 1993;

Poesia e spiritualità in Clemente Rebora, a cura di R. Cicala e U. Muratore, Novara-Stresa, Interlinea-Sodalitas, 1993;

A. Frattini, Clemente Rebora, Bologna, Boni, 1994;

G. Mussini, Profilo reboriano; Materiali biobibliografici e critici in C. Rebora, Le poesie, cit. 1994;

U. Muratore, Clemente Rebora. Santità soltanto compie il canto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1997;

Omaggio a Clemente Rebora, numero monografico di “Microprovincia”, 38, 2000.

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

La poesia della verità

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Salvezza integrale per l’uomo

di ROSA ELISA GIANGOIA

Clemente Rebora è uno dei poeti a cui mi lega una lunga consuetudine di lettura, che mi ha fatto anche trattenere a memoria alcune sue liriche. Per questo l’ho potuto scoprire a poco a poco con il ritornare varie volte sulle sue poesie e approfondirne la ricchezza. Determinante è stata poi la possibilità di accedere al suo epistolario, progressivamente pubblicato. A rendere particolarmente interessante la sua figura è lo scoprire che per lui la fede cristiana è stata una lunga e difficile conquista, a cui però, una volta raggiuntala, ha dato un’adesione totale. Il suo itinerario è partito da lontano, dal mazzinianesimo del padre che l’ha educato alla riflessione e all’impegno morale nella società, per passare poi alle inquietudini esistenziali della giovinezza, che si sono accompagnate ad un bisogno profondo di diffondere nel mondo principi di purezza e di bontà.

La sua poesia nasce di qui: è il naturale sbocco della necessità di dire cose nuove utili agli uomini del suo tempo per “la preparazione di una rinascenza più vasta degli uomini e di Dio”, come dice egli stesso in una lettera del 1911. Ma per realizzare questo rinnovamento Rebora si impegna nella realtà con il suo lavoro di insegnante in vari tipi di scuola popolare e con le sue riflessioni teoriche su come più utilmente comunicare il sapere agli allievi provenienti dalle classi più basse del popolo. A lui non interessavano gli sperimentalismi fantasiosi, ma anche un po’ snobistici, dei futuristi, ma gli premeva migliorare la società del suo tempo, con la parola, anche quella letteraria, soprattutto quella poetica, capace di far vibrare le corde più autentiche e profonde dell’animo umano, anche per educarlo. Ma la storia diede una sferzata nella sua vita: lo scoppio della guerra e la partenza per il fronte a lui, come a Ungaretti, rivelarono tutto l’orrore, fatto di sangue e di violenza, celato nella società che egli si era illuso si potesse modificare con l’impegno e il bene.

E’ un moralismo laicheggiante e protestatorio quello di Rebora che viene travolto dagli eventi: a questo punto al poeta, confuso e disorientato, non resta che ricercare una strada di salvezza integrale per l’uomo del suo tempo. E’ un’indagine difficile, tormentata: ritorna a Mazzini, per poi passare, tramite Tagore, a Buddha, fino ad approdare al cattolicesimo con una scelta di dedizione totale, che lo porta ad entrare nell’ordine rosminiano. Da questo momento anche la poesia si adegua alla certezza della verità finalmente trovata: dapprima viene abbandonata, poi piegata a fini edificanti o devoti, con voce e tessitura originale, al di fuori del predominante Ermetismo. Infine, quando sente la morte avvicinarsi, nel timore della “morte seconda”, il poeta riscopre la dimensione collettiva della sua angoscia e compone le disperate preghiere dei Canti dell’infermità.

Qui si sente la verità morale, che il poeta ha acquisito dalle sue ricerche, ma anche dal moralismo lombardo (non possiamo non pensare al Parini, ma dobbiamo anche ricordare il Manzoni, soprattutto quello dei Sermoni), trasferirsi, completarsi e innalzarsi nella verità spirituale. Così Rebora può concludere nella perfetta ortodossia della più alta tradizione poetica cristiana (rappresentata per lui soprattutto da Iacopone, Santa Caterina e Hopkins) la sua vicenda terrena che aveva preso le mosse dai limiti della protesta laica sul disordine del mondo e della società del suo tempo. Egli è approdato al cattolicesimo fermo e sicuro da un pieno umanesimo, come naturale completamento della più alta e ampia visione della realtà dell’uomo nel mondo. La sua non è stata una conversione per illuminazione, ma piuttosto un acquisire la certezza che l’uomo per essere veramente tale, per sé e per gli altri, deve avvalersi della ricchezza del cristianesimo. Per questo itinerario di vita Clemente Rebora può essere definito un grande testimone della ricerca della Verità, fatta anche attraverso la poesia: è questo che mi sembra rendere unica e autentica la sua poesia.

Tra le sue liriche tengo sempre a mente  Sacchi a terra per gli occhi perché mi aiuta a guardare il mondo con la consapevolezza, la speranza e il desiderio dell’Assoluto:

Qualunque cosa tu dica o faccia / c’è un grido dentro: /non è per questo, non è per questo! / E così tutto rimanda / a una segreta domanda… / Nell’imminenza di Dio / la vita fa man bassa /sulle riserve caduche, / mentre ciascuno si afferra / a un suo bene che gli grida: addio!

Copyright © Rosa Elisa Giangoia – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Un poeta “fuori dal tempo”

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

di ALESSANDRO PUGLIA

«Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis». Basterebbero queste parole per segnare a cinquant’anni dalla morte, la distanza di un poeta come Clemente Rèbora dai nostri tempi, distanti quei nuclei centrali entro cui ruota la trottola viva rèboriana: la religione e la poesia.

Rèbora, sarebbe oggi un poeta “fuori dal tempo”, ma proprio per questo sempre più poeta. La sua vicenda, dunque ci riguarda, quotidiana e breve, con il suono concorde di ogni cosa. “Fuori dal tempo” è il modo in cui nella sua poesia entrano credenze e attaccamenti religiosi; l’imporsi di una lingua unica, semplice, pura, elementare; il posizionarsi di modelli arcaici e cristiani; gli slanci sentimentali verso un Dio prefissato, e poi l’idea di una Madre beatificata, la natura, il cosmo.

Rebora fa della sua vita interiore, della sua anima errante, “sola, raminga e stanca” il suo luogo poetico e allo stesso tempo, la propria salvezza. La “mania dell’eternità”, l’idea della conversione e il finire verso una luce totalmente bianca pongono il lettore davanti un’idea di poesia che si diffonde attraverso un codice più alto sia della vita che della storia, della stessa parola: «Glauca s’impiuma la terra al mattino». È un‘idea romantica di bellezza che dalla sua modernità si ritrova nella stretta contemporaneità, con la sua rovina, con l’angoscia di non poter trattenere un viaggio tutto proteso verso l’alto.

Ne viene fuori il turbamento del primo Rèbora, l’unico che spesso si è riuscito a vedere, il Rèbora dei Frammenti Lirici e dei Canti Anonimi. Non che ci si sia sbagliati: «Mai più io non ti vedo, stella mia» resta una delle chiuse più intense di una poesia lirica e verticale che rende la vita difficile a molti  poeti che oggi vivono tra i surrogati prosastici del presente, in una poesia di soffocamento e non in una poesia di respiro come nel caso di Rèbora.

Gli amplessi caldi della conversione, lo stare a metà tra la carne e lo spirito, l’esperienza della guerra forte, sono destinati presto ad essere sopraggiunti da una visione più ampia e neutrale: il cambiamento, l’adesione ad un altro esistere (nuovo, ma complessamente povero), un’invocazione muta simile a una preghiera.

Il dialogo del secondo Rèbora va, come ha scritto Carlo Bo, ben oltre la poesia. Finisce il mito ripetuto e abusato della conversione e prende forma una poesia colma di sensi di pace, una poesia assoluta che fluisce attraverso gli appunti, le preghiere, pensierini semplici che vivono in sé fuori da ogni veridicità plastica. La trascrizione poetica di una fede, un patire inteso come forza misericordiosa, tutto questo chiede in Rèbora uno stravolgimento delle ideologie. La linea su cui si muove il poeta è sì quella dell’invocazione, ma ciò non impedisce di trasparire in quella sua attenzione semplice e totale per il quotidiano. Una ninna-nanna che scava nei tratti arcani della memoria; le dissolvenze di un amore candido, il gesto immediato di una carezza e infine la scommessa, troppo feroce nei nostri tempi, di poter credere in un Nome, fino all’ultimo respiro.

La voce più profonda di noi stessi, una forma demistificata di divino, e ancora come scriveva Bo, l’immagine più alta del nostro sangue assoluto: Dio invocato, e la ragione aperta della vita.

(c) Alessandro Puglia – In Purissimo Azzurro

All rights reserved – Tutti i diritti riservati

*

VAI AL SOMMARIO> PER CLEMENTE REBORA

Charitas lucis, refrigerium crucis

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Un seme gettato nei solchi della storia

di MIRKO TESTA

E’ passata da poco la mezzanotte, che introduce al giorno di Ognissanti. E’ il 1957 e ti vedo giacere nel letto povero del Collegio Rosmini di Stresa. Sei ormai inchiodato a questo letto da ventisei mesi di paralisi progressiva, che è arrivata a negarti ogni movimento della mano e anche la parola. Lotti contro la materia, ma il tuo corpo si è ormai consumato. Ti ricordi le prime avvisaglie del male nel 1952?

Ti logoravi, allora, nell’attività perché ti consumava il fuoco della carità. Ti confidavi con tuo fratello Pietro che il tuo pericolo e la tua colpa consistevano nel dedicarti troppo intensamente, quasi non ti paresse di agire se non distruggendoti, per l’urgenza «di scomparire come alimento in altrui». E alla fine, dopo esserti speso senza posa in mezzo a poveri, malati e prostitute, rimanesti immobilizzato e dicesti: «Il Signore mi ha toccato».

Scalavi le montagne, ma ora qui dal letto aneli solo alle ardue cime della santità. La pienezza del sentimento cristiano, tra i tuoi pianti silenziosi e i sorrisi freschi da fanciullo, ha ridato nuova linfa alla tua vena poetica inaridita. Ricordo cosa scrivesti una volta: «Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis».

In questa vigilia della morte, in questo viaggio che a te mi fa compagno, la tua voce ormai spenta, il tuo corpo immobile nel letto di infermo, hai ritrovato il canto, aggrappato al crocefisso di legno. Nascondevi tra le coperte i pochi umili strumenti della tua arte scrittoria: il breviario, un taccuino sgualcito, una matita per appuntare. Il poco che riuscivi a scrivere, lo scrivevi; il più lo ripetevi, lo affidavi con quella poca voce sibilata tra i denti ai confratelli che ti erano attorno.

Di fronte a te, cui la malattia nega il sacrificio della Messa e in cui la malattia celebra giornalmente il sacrificio della Croce, si dispiegano i Canti dell’infermità, come una umile e supplichevole preghiera accesa dai bagliori del dolore. «Ma questo, questo: non lasciar che assente/ – O Gesù, folle Amatore! – l’anima sbandi che in Croce hai sposato». Abbracciato alla Croce, con la voce fisica quasi spenta avverti il valore salvifico del Figlio di Dio che lanciò il grido nell’istante in cui rese lo spirito al Padre: «Urge quel grido e si fa vera storia:/ vince quel grido e i secoli sospinge/ con impeti e gemiti e fremiti nuovi/ verso l’avvento di Lui nella gloria».

Ti guardo e penso al momento della tua professione religiosa, e a quel voto straordinario e segreto che ti obbligava a chiedere a Dio «la grazia di patire e morire oscuramente». Poi, dopo tanti anni, nella tetra desolazione dei sensi e dello spirito, per un po’ ti sembrò che dalla fedeltà ad esso non fossero ancora sbocciati quella santità e quell’amore. E «umiliato e come maledetto» scioglievi in un canto notturno la tua agitata ansietà: «Il sangue ferve per Gesù che affuoca. Bruciami! dico: e la parola è vuota. Salvami tutto crocifisso (grido) insanguinato di Te! Ma chiodo al muro, in fisiche miserie io sono confitto». E «la grazia di patir, morire oscuro, polverizzato nell’amor di Cristo» di «far da concime sotto la sua Vigna» ti sembrava negata, sospesa nel giudizio.

Era la vigilia di Natale del 1955, quando trovata la forza di imprimere alla parola il sigillo interiore del tuo “Notturno” hai invocato le ultime e più dure sferzate della malattia. Davanti a te tremolava la morte, il dolore, l’olocausto, tra il travaglio del passato e il patimento del presente, ormai prossimo il «Magnificat [che] conclude il Miserere». Ora, sei lì, immobile, e forse ti interroghi ancora sul perché il martirio ti abbia donato a un certo punto questo buio interiore, questa paura di un silenzio di Dio, quasi che la tua offerta fosse inutile.

Semivivo, dal letto della malattia esprimi il travaglio della carne inferma, l’estasi gioiosa dell’anima, l’espressione della tua polemica contro il mondo, contro te stesso, contro l’abisso della disperazione, parli al mio orecchio teso: «Quello che m’era emblema al sacerdozio – torchiato, e in agonia più pregava! – or si palesa in atto senza scampo qui nel martirio atrocemente opaco…»

Vecchio e malato ripercorri la tua vicenda esistenziale, a partire dalla giovinezza, quando «sola, raminga e povera /un’anima vagava». Illuso e deluso dagli idoli, «immaginando m’esaltavo in fama /di musico e poeta e grande saggio: /e quale scoramento seguitava!», dicevi. La cultura cresceva in quantità, non in profondità: «Saggezza da ogni stirpe affastellavo /a eluder la sapienza». Un’esistenza mondana era «civil asfissia». Finché ti sei piegato alla Grazia ed hai sacrificato quegli scritti e quelle carte alla tua «scelta tremenda» che ti avrebbe portato alla vita religiosa, scoprendo poi che «santità soltanto compie il canto».

Tu cresciuto lontano dall’esperienza religiosa ed educato agli ideali mazziniani e progressisti, «l’ignorato Battesimo operando» hai conosciuto il Cristo crocifisso al culmine di una lunga salita, dopo aver attraversato la notte oscura dello smarrimento, quando avevi provato terrore, disperazione e angoscia. Poi tutto si fece chiaro, e la strada divenne discesa: ti fu dato di gustare la tenerezza di Dio, di sostare nella «dimora buona», di camminare lieto, «ri-cordando» – portando nel cuore – Colui che è venuto attraverso Maria. Hai trovato la risposta di senso nel «Gesù il Fedele, /il solo punto fermo nel moto dei tempi».

Ho sentito la tua ansia pressante di bere al calice di Cristo, quella Passione di cui arde l’orizzonte della pagina bianca: «O Croce o Croce o Croce tutta intera / [...] sola sei buona e bella, e come vera!». Quando più acuta era la malattia, ti è sembrato terribile ritornare al Nulla della vita sulla terra «quando già tutte le fibre erano tese a transitare»; rovinosa è stata la caduta dopo il volo via dal mondo. Eppure non c’è stato in te alcun distacco doloroso. Il dolore ti ha vivificato.

Per me che ti guardo diventi nell’attesa una grande allegoria della Pasqua. Conosco il tuo desiderio di morire e l’incapacità del non poterlo realizzare, ma tu aneli a confonderti in Lui. «L’abisso di miseria invoca l’abisso di misericordia», annotavi in margine a una poesia e sembri dire a chi intorno a te si affanna allungandoti la vita che fugge. Ma quanta dignità vedo nel tuo cederGli. Col sacrificio valichi la soglia tra buio e luce. Diventi, Clemente, il mistero insondabile di un seme, tra i tanti, gettato nei solchi della storia, che muore per dare abbondanza di frutto. Tu, tra i tanti, offerta dovuta perché si risvegliasse nelle anime la nostalgia dell’eterno.

Copyright © Mirko Testa – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Al tempo che la vita era inesplosa

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Al tempo che la vita era inesplosa

E l’amor mi pareva umana cosa,

Fanciullo a te venivo

O Carlo contadino,

Dove in corona dall’alba alla sera

Nel vasto sole delle estati brevi

Esaudendo come una preghiera

La terra non tua più l’avevi.

*

A te correvo già felice:

E tu guidavi senza farmi male

L’anima persuasa,

Parlando il poco di chi intende e dice;

E nell’aiuto meritavo accanto

Al tuo ben la campagna -

La campagna che va dal piano al monte

Tessendo siepi in giro alle covate,

Ma di verde inghirlanda ogni contrasto

Nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.

*

Con la falce nell’erba

Frusciava il mio baleno:

Il papavero ardendo sullo stelo

E ciascun boccio sereno

In abbandono ancor vivo

A tagliarlo pativo,

E accanito godevo

Con la falce nell’erba.

Erba recisa che sempre rinasce,

Se dove ruminando è mucca e latte

Per vivace concime

Ritorna alla radice.

*

Ma la segale ambivo,

Il suo slancio levriero,

L’ariosa offerta

Delle piante natali;

E dovunque ero appiglio

All’imminente prodigio:

Mago dell’impazienza,

Brigante di bontà con gli animali,

Scandalizzando fughe nel pollame

Che tra zampa e cresta

In scia di pulcini

Virava la sua siesta.

*

Ghiotto della mia fame,

Stupefatto di festa,

Nel caso lucente sostavo:

Facevan le fusa

I miei sensi, e zampilli i pensieri;

L’aria dava la stura

A un bronzeo inquietamente

Fervere d’api:

E non sapendo ero certo

Del misterioso concerto.

*

Infine il mezzodì spandeva

Effluvi di campane:

Il gerlo sulle spalle,

Andavo rincasando

Con te come uguale,

Verso la fiamma che dal sasso

Già inneggiava alla polenta;

E tu, con lena immensa,

Sul paiolo acceso,

Dicevi a me restio:

Mangiamo insieme; il digiuno

Non ciba nessuno,

Se non ci nutre Iddio. -

E in aureola splendeva

L’astro della mensa,

Il sol della polenta

Per chi ha in sé grande spazio,

Luce che si contenta

Di tramontare in noi:

E quando il cuore è sazio,

Se ne risparmi poca, anche meschina,

Essa risorge in tuorlo di gallina.

*

Risorge la tua cara vita

Dove più va smarrita

O Carlo, contadino

Di un solco che è sentiero

Per le terree nostre notti.

E ti vedo levar come il mattino

In verecondia gli occhi

Consacrando il pensiero

Al semplice elemento,

Mentre è bello il silenzio a te vicino.

Un mondo contadino ruvido e sacrale

di UMBERTO PIERSANTI


Un mondo contadino d’una grazia francescana, ma con una ruvidezza di parola e d’immagine che non è certo umbra, ma settentrionale, padana e milanese. Questa ruvidezza nulla toglie ad una commozione profonda che non intende concedere nulla alla grazia del testo e allo “splendore” dell’immagine. Gli accenti che più avverto sono in quella polenta miracolosamente trasformata in sole di vita e di pienezza. La lingua così lontana e diversa da quella toscana o dell’Italia centrale: scorre intensa e faticosa, ricorda molto più gli Inni Sacri di Manzoni, e non ha molto a che spartire con Leopardi, Pascoli o altri.

La stessa tenacia del Manzoni nel tirar fuori dalla parola concretezza e verità. Anche nelle descrizioni della natura il tono etico prevale su ogni considerazioni estetica e contemplativa. Tutto è rapportato ad un’umanità che è tesa verso una qualche dimensione trascendente anche quando non c’è nessuna esplicita istanza religiosa. La pienezza del vivere, lo sguardo verso gli umili, mi fa pensare ad una tradizione lombarda che da Manzoni arriva all’Olmi dell’Albero degli Zoccoli e di Cento Chiodi.

Il verso più lirico di questa poesia sta proprio nel titolo: più sognante e cordiale di tutto il resto. Il mondo che scorgiamo in Al Tempo che la vita era inesplosa è ricco e denso, pieno di animali e piante, di tuorlo d’uovo e di polenta: la verità di questa poesia non è intaccata da alcuni versi che a me sembrano scorrere in modo irto e prosaico, quasi un anticipo della linea-lombarda.

Ma da questa, almeno nei suoi ultimi sviluppi, Rèbora è sideralmente lontano: in lui gli oggetti quotidiani si rivestono di una forza arcaica e totale, di una carica religiosa e sacrale che certo non appartiene ai milanesi dei nostri anni. Dunque una lingua ruvida per un mondo ruvido e vero che aspira ad un’umiltà mai pelosa, ad una cordialità innestata nella durezza del vivere.

Copyright © Umberto Piersanti – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Rebora-Rosmini: poetica e metafisica

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Lettura

di

un ‘

semplice’

e

‘complesso’

rapporto

*

di MARIO PANGALLO

*

Già nel passato diversi autori hanno cercato le analogie e le similitudini con Rosmini, che Rebora avrebbe riversato nella sua produzione poetica dopo la conversione avvenuta nel 1928 (solo alcune segnalazioni: Poesia e spiritualità in Clemente Rebora, a cura di R. Cicala-U. Muratore, Stresa 1993; U. Muratore, Clemente Rebora. Santità soltanto compie il canto, Cinisello Balsamo MI 1997; Omaggio a Clemente Rebora, «Microprovincia», 38 (Gennaio-dicembre 2000). La critica ha generalmente evidenziato il forte influsso spirituale che l’ascetica rosminiana ha innescato nella vena artistica reboriana. Meno evidente traspare nella critica letteraria il rilievo filosofico del pensatore trentino sulla poesia del poeta milanese. Nei suoi studi Rebora ha portato avanti un approfondimento di tutta la produzione letteraria di Rosmini, compresa la riflessione metafisica. La prosa reboriana è cosparsa di cenni e citazioni tratte – rimandiamo in particolare all’opera: Rosmini. Tutti gli scritti «rosminiani». L’incontro del poeta milanese con il filosofo roveretano, Rovereto 1996, solo per citare qualche testo di pertinenza – dal Nuovo saggio sull’origine delle idee, dalla Introduzione alla filosofia, dalla Filosofia del diritto, dai Principi filosofici. E che Rebora abbia compreso i principî di verità presenti nel pensiero del Fondatore dell’Istituto della Carità lo rileviamo dalle sue considerazioni e dalle sue riflessioni sui frequenti passaggi che il poeta riprende da Rosmini. LA PROSA Riportando il pensiero di Rosmini sulla santità, che non è altro che realizzazione della volontà di Dio, è interessante nella sua sinteticità l’espressione coniata da Rebora: «Una società di Santi per vincere una società di erranti» (O.c., p. 26). Il poeta fa precedere questa locuzione dall’invocazione di Rosmini «Mandaci i tuoi eroi, oh, mandaci i tuoi eroi». Nella prima parte della proposizione reboriana – “società di Santi” – vi è un chiaro richiamo alla società teocratica che Rosmini nella Filosofia del diritto definisce «quell’altissima società, nella quale gli uomini e Dio hanno un bene medesimo, e in comunione lo partecipano e godono» (cfr. Rosmini A., Filosofia del diritto, IV, a cura di F. Orestano = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 38, Padova 1969, n. 669, p. 898). Questa divino-umana condivisione, sebbene abbia il suo termine ultimo nell’eternità, inizia una precipua realizzazione già nell’epoca presente, nella temporalità e storicità della Chiesa. Rosmini invece non parla mai di “società di erranti”, in quanto nessuno consapevolmente si unirebbe ad altri per perseguire insieme un fine che considerano palesemente un “errore”; tuttavia l’efficace definizione reboriana rende molto bene l’idea di una società «facilmente sedotta da un principio a lei straniero e nemico, che co’ suoi prestigi la induce a prendere le apparenze del vero pel vero» (cfr. A. Rosmini, Introduzione alla filosofia, a cura di P. P. Ottonello = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 2, Roma 1979, pp. 15) ; la società, afferma Rosmini, viene così attraversata da un pensiero riflesso ma distorto, che simile a un “prestigiatore” si contrappone alla verità attraverso i secoli e in ogni parte dove il genere umano esercita il proprio dominio sul mondo reale. Di aiuto può essere la considerazione del fatto che Rosmini parla di una opposizione tra il “sistema della verità” (O.c., pp. 19-28), radicato nell’idea dell’essere, e i “sistemi morali erronei” (cfr A. Rosmini, Principi della scienza morale, a cura di U. Muratore = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 23, Roma 1990, pp. 61-65), che confondono le specifiche competenze del soggetto e dell’oggetto, e che pertanto non sono in grado di consentire all’uomo di raggiungere il ‘vero’, mediante una oggettiva conoscenza dell’essere nelle sue tre forme ideale, reale, morale. Sempre dalla prosa si può prendere un secondo passaggio dove Rebora afferma che «con Rosmini ci si sente nella verità, persuasi della verità, riposati: “la luce della verità che viene da Dio è semplice, tranquilla, umile, soddisfacente, edificante” […]. Proprio per questo Rosmini è semplice nella sua complessità; egli è così vero! Sfugge perciò a chi lo consideri parzialmente» (Rebora, Rosmini, p. 40). Il termine “sentire” – “ci si sente nella verità” – non è in contraddizione con l’ideologia di Rosmini, dove l’idea dell’essere, cioè la verità prima, non è un sentire ma si intuisce immediatamente sin dal concepimento. Possiamo infatti notare che il Roveretano nella Psicologia afferma che «se le operazioni intellettive sono accompagnate da sensibilità, convien dire che anche la prima di tutt’esse, l’operazione immanente, essenziale, che abbiam detta “intuizione dell’essere in universale”, sia sensibile» (A. Rosmini, Psicologia,I, a cura di V. Sala = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 9, Roma 1988, n. 137, p. 97). Rebora riporta a seguito una citazione di Rosmini presa dall’Epistolario dove la “luce della verità” trova piena corrispondenza nell’“idea dell’essere”, perché questa idea primaria porta in sé le caratteristiche dell’unità, essendo un’idea semplice, priva di ogni determinazione; ed è contemporaneamente complessa perché mediante l’idea dell’essere è possibile risalire alla universalità e quindi alla complessità del pensiero umano. La cosa singolare è che Rebora attribuisce queste due qualità – semplicità e complessità – a Rosmini stesso, evidenziando che il filosofo trentino non può essere studiato settorialmente, né approfondito solo in alcune sue parti, come fossero a sé stanti rispetto alla totalità del suo pensiero, perché Rosmini «sfugge […] a chi lo consideri parzialmente». Con queste riflessioni possiamo considerare appurato il fatto che Rebora nella sua prosa rivela una visione approfondita e completa del pensiero filosofico del Roveretano. LA POESIA Si vuole ora verificare se entro l’elaborazione poetica reboriana si riscontra la medesima competenza e ampiezza conoscitiva della filosofia, in particolare della metafisica rosminiana. Con una domanda: Rebora riesce a formulare poeticamente il genio filosofico del suo Fondatore? Una risposta la si trova immediatamente nel rimando teoretico dei versi che descrivono la vocazione religiosa del poeta. E fui dal ciel fidato a quel sapiente che sommo genio s’annientò nel Cristo onde Sua virtù tutto innovasse. Dalla perfetta Regola ordinato, l’ossa slogate trovaron lor posto: scoprì l’intelligenza il primo dono: come luce per l’occhio operò il Verbo, quasi aria al respiro il Suo perdono. [da ‘Curriculum Vitae’] L’incipit della poesia «E fui dal ciel» lascia intravedere la concezione cristiana e rosminiana della storia, come successione di eventi riposti interamente nelle mani della Provvidenza celeste, tanto che Rosmini la indica come unico fondamento del suo istituto religioso (nella Pars VI delle Costituzioni, dedicata al «Fondamento di tutta la Società» si legge: «Questa Società poggia su un unico fondamento: la Provvidenza di Dio Padre onnipotente, e chi vuol porne qualche altro cerca di distruggerla»: Cf. A. ROSMINI, Costituzioni dell’Istituto della Carità, a cura di D. Sartori = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 50, Roma 1996, n. 462, p. 369). E non a caso Rebora aggiunge di essere stato affidato «a quel sapiente», alludendo a Rosmini, perché «il primo elemento della sapienza è LA VERITÀ» (Rosmini, Introduzione alla filosofia, p. 130) mentre il secondo è «LA VIRTÙ» (O.c., p. 125). Se si tiene presente che Rosmini scrive che «la virtù universale si chiama dunque giustizia, considerandosi il primo suo atto […] il riconoscimento degli esseri, mediante il quale si fa di essi una giusta stima» (A. Rosmini, Compendio di etica e breve storia di essa, a cura di M. Manganelli = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 29, Roma 1998, n. 522, p. 173); si può notare che vi sono tutti gli elementi principali del sistema filosofico rosminiano: l’intelligenza, che è tale perché intuisce l’essere originario, è sostanziata nella poesia dal “primo dono” – l’idea dell’essere – la quale è anche “luce per l’occhio” che illumina nella realtà naturale, allo stesso modo come il ”Verbo”, «che si comunica all’essenza intellettiva dell’anima» (Rosmini, Introduzione alla filosofia, n. 101, p. 181) è il ‘Logos’ che illumina e vivifica in ambito soprannaturale. Ma Rebora lascia intuire il fatto che questa ‘illuminazione’ rosminiana è stata raggiunta grazie al ‘rinnovamento della filosofia’ – “tutto innovasse” – intrapreso dal pensatore trentino; tale ‘rinnovamento’ realizza il passaggio logico-teologico che porta a riconoscere la perfetta corrispondenza tra “verità” e “carità” proprio all’interno delle normative costituzionali – “dalla perfetta regola ordinato” – dove la perfezione è determinata dalla similitudine e corrispondenza tra l’Istituto della Carità e la Chiesa, infatti come la Chiesa è la sposa di Cristo, così «la perfezione intesa da noi è l’unione strettissima dell’uomo con Dio, che otteniamo amando sommamente Gesù Cristo» (Rosmini, Costituzioni, n. 183, p. 189). Ma non è fortuito neppure il termine “ordinato”, perché l’‘ordine’ è intrinseco all’essere, per cui la verità e la carità richiedono entrambe quest’‘ordine’ per poter aderire alla perfezione dell’essere: «ora – scrive Rosmini nella Introduzione alla filosofia – la compiuta verità è ordinata, perché l’essere è ordinato; di maniera ché, secondo l’ordine di generazione, precede l’essere reale all’ideale, ed entrambi al morale, che tutto l’essere seco congiunge e perfeziona. Così, allo stesso modo appunto, è ordinata altresì la carità» (Rosmini, Introduzione alla filosofia, p. 188; con riguardo all’ordine della carità, rinvio al mio specifico studio: M. Pangallo, L’ordine della carità, «Rivista rosminiana» 98 [2004], pp. 85-92). In Poesie sparse Rebora palesa il profondo amore di Rosmini per l’Inghilterra e l’ampiezza del suo desiderio per la conversione dei paesi anglosassoni: “Da Gregorio a Gregorio l’Inghilterra Con Benedetto ascende e con Rosmini: Tornando un’Anglia d’Angeli, la terra Troverà Cristo in tutti i suoi confini” [da ‘Poesie sparse’] Il poeta in questi brevi versetti lascia intendere una ‘seconda primavera del cattolicesimo’ nelle isole britanniche, questa volta per la predicazione dei padri rosminiani – “con Rosmini” : nel 1835 i primi missionari rosminiani sbarcano in Inghilterra, paese che darà all’Istituto della Carità un considerevole numero di vocazioni, secondi solo all’Italia. Rebora lascia intuire che saranno costoro, i rosminiani – Angeli, nel senso etimologico di ‘messaggeri della Parola’ -, a espandersi in ogni dove dell’Anglia. Al pensiero teologico rosminiano va invece legato l’ultimo versetto “la terra // Troverà Cristo in tutti i suoi confini”: richiamando la similitudine di Gesù della vite e dei tralci, Rosmini, ne’ L’introduzione del vangelo secondo Giovanni, ricorda che «è la vite il principale agente di tutte le operazioni del tralcio […], onde chi opera nel cristiano le operazioni della vita soprannaturale è Cristo col cristiano» (A. Rosmini, L’introduzione del vangelo secondo Giovanni. Commentata, Roma 2002, p. 191); questo stesso testo riporta poi il paragone paolino che presenta la Chiesa come il corpo umano, dove «di questo corpo mistico Cristo è il capo, i fedeli sono le membra» (Ibidem); Rosmini conclude spiegando che «questi diversi paragoni spiegano quella intima segreta unione che congiunge Cristo […] con quelli ch’egli genera spiritualmente alla vita eterna che è in lui» (Ibidem). Pertanto si può dedurre che “Cristo” è reso presente sulla “terra” dalla diffusione dei rosminiani -“in tutti i suoi confini” – che nelle proprie persone rendono Cristo reperibile nel mondo. Ma il termine “Angeli” richiama non solo una espansione territoriale del Vangelo, ma anche una divulgazione della ‘Cristologia rosminiana’, i cui confini sono determinati da Cristo stesso come principio ontologico, cosmologico e teologico, che sono le tre scienze che troveranno piena armonizzazione nell’opera somma di Rosmini: la Teosofia (A. Rosmini, Teosofia, I-VI, a cura di M. A. Raschini-P. P. Ottonello = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 12-17, Roma 1998-2002). Nel 1955 il poeta rosminiano lega il centenario della morte di Rosmini con la festa del noviziato in cui si celebra san Stanislao: San Stanislao ai suoi protetti porta Nel Centenario un amabile avviso Per onorare il Fondatore importa D’esser veri novizi al Paradiso Nascosti in Cristo con un solo cuore, buoni ai fratelli con crescente amore. [San Stanislao (11 aprile) 1955] Per il Fondatore dell’Istituto della Carità, il noviziato «è scuola degli affetti e disciplina di virtù» (Costituzioni, n. 167, p. 175). La ‘virtù’, a sua volta, è una qualità che guida l’uomo ad operare il bene morale, e in questo modo rende l’uomo buono. La virtù è quindi il riconoscimento dell’idea dell’essere e l’adeguamento ad essa della volontà: nel campo morale naturale si tratta di una adesione volontaria all’essere conosciuto con l’intelligenza; sul piano soprannaturale l’adesione al Verbo incarnato e crocifisso consente la ‘visione beatifica’ del “Paradiso”, che Rosmini, riferendosi alle parole di Gesù al ‘buon ladrone’ «oggi sarai con me in paradiso», afferma che «questa voce di paradiso pigliasi per la stessa visione beatifica venendo a significare che paradiso è ogni luogo per l’anima che vede Dio. [Gesù] dice però ‘con me’ facendo conoscere che la beata visione quel ladro acquistavala per la unione con Cristo»(Rosmini, Antropologia soprannaturale, II, a cura di U. Muratore = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 40, Roma 1983, pp. 254-255). Questa ‘unione con Cristo’ trova nel passaggio poetico di Rebora due direzioni chiaramente delineate anche nell’Istituto della Carità: la prima – “Nascosti in Cristo con un solo cuore” – corrisponde a quello che Rosmini chiama lo “stato elettivo” dove il religioso rosminiano è «dedito alla contemplazione e al culto divino, secondo quel detto: “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42)» (O.c., n. 486, p. 383). Ma nelle normative rosminiane vi è anche una descrizione che aiuta a capire il termine reboriano “nascosti”: nelle Costituzioni leggiamo che «lo stato di vita contemplativa […] richiede prima di tutto la diligente custodia della santa solitudine» (O.c., n. 488, p. 385). Il successivo versetto poetico – buoni ai fratelli con crescente amore -, rimanda, quasi si trattasse di un chiasmo, allo “stato assunto”, cioè ad una attività intrapresa «per le necessità del prossimo» (O.c., n. 486, p. 383), dove l’amore di Dio trova piena corrispondenza nell’amore dei fratelli. Ma Rebora usa qui un’espressione particolare “con crescente amore”. Questo richiamo rimanda a ciò che Rosmini chiama ‘carità universale’, la quale trova tre precipue realizzazioni, quella ‘corporale’, l’‘intellettuale’, e la ‘spirituale’. Queste tre modalità non sono considerate dal nobile roveretano sullo stesso piano, ma si trovano su gradi differenti, dove il vertice è determinato dall’ultimo termine, che è la ‘carità spirituale’, chiamata anche ‘pastorale’. Quest’ultima porta i destinatari della carità all’incontro con Dio, al sublimarsi in lui, al preferire Dio sopra ogni cosa. La carità spirituale consente di dare agli altri la possibilità di conoscere e perseguire la ‘visione beatifica’, il ‘paradiso’. Si comprende così facilmente che le prime due forme – la ‘corporale’ e la ‘ intellettuale’ – sono sussidiarie e propedeutiche alla terza. La carità resta universale e abbraccia ogni modalità di bene al prossimo, ma deve essere “crescente”, deve portare a raggiungere la carità più alta, quella che introduce nell’eternità. Va inoltre ricordato che questa trilogia rosminiana della carità ha la sua esemplarità e corrispondenza nelle forme dell’essere che – come già visto – si presentano anch’esse triadiche, essendo l’essere ‘uno’ nell’essenza ma ‘ideale’, ‘reale’, ‘morale’ nelle sue modalità. La celebrazione del centenario della morte di Rosmini offre a Rebora l’occasione di un breve poema in tre atti, intitolato “Il gran grido”. È il grido di Gesù sul Calvario, che nella storia raccoglie anche il coro dei santi, nell’attesa escatologica: III Così crescendo il grande grido avvampa in un magnanimo coro di santi […] quando quel grido solo sarà vita! Ed ecco un’intima voce si aggiunge: pur solitaria nel suo grave tono, quasi in pace sapiente senza pena, ma dentro è piena dell’ansia di tutti: voce di un genio sovrano splendente d’umano e divino sapere, d’uno che, fisso al Volto di Dio, al Crocifisso Amore infinito, legge – adorando, tacendo, godendo – nel Trinitario circolar mistero la verità delle infuocate nozze; poi nel sofferto pensiero profondo, la carità di quel gran grido assomma, di quell’unico grido si colma, e inebriato del Sangue del perdono, maternamente mosso da Maria, in una sola ingenua richiesta con slancio di figlio prorompe – Padre, vedi il fondo dell’anima mia, fammi buono! – Settembre 1953 [Da Inni] Rebora, in questi versi, più che altrove, sembra faticare a trovare scioltezza di ritmo, a legare pensiero e parola, quasi a conferma dell’orientamento critico della Lollo che sosteneva che «la spiritualità rosminiana […] se con la sua lucida razionalità fu da un lato equilibratrice di tendenze troppo impulsive dell’animo di Rebora, dall’altro non mancò di schiacciare la natura sensibilissima su cui dovette agire» (R. Lollo, “La scelta tremenda”. Santità e poesia nell’itinerario spirituale di Clemente Rebora, Milano 1967, 122). Ma è proprio questa ‘razionalità’ che offre al poeta spunti di ricerca critica e innovativa, come il verso che introduce il personaggio Rosmini – “Ed ecco un’intima voce si aggiunge” – dove, rispetto al ‘grido’ di Cristo e della Chiesa – “Così crescendo il grande grido avvampa // in un magnanimo coro di santi” -, il pensatore trentino si fa ‘voce’ che esce dal “coro”, perché rivela una peculiarità tutta sua espressa dal vocabolo “intima”, che poi a sua volta trova una successiva rispondenza nel fatto che la medesima “voce” è “solitaria”; ma quest’ultimo aggettivo non significa né ‘isolata’, né misantropa, dato che Rebora la riconosce attenta e partecipe “dell’ansia di tutti”. Si tratta dell’anelito umano in continua ricerca della verità che rende ‘ansiosi’, cioè desiderosi di poterla raggiungere; e Rosmini – “sapiente” – con il suo ‘sistema della verità’ si erge solitario, ma fiducioso nella Provvidenza – “in pace” -, in quanto il ‘vero’ scoperto, l’idea dell’essere intuita nell’interiorità – “intima” – si presenta con tutta la sua poderosa evidenza – “grave tono” -. Il poeta milanese, ora, incalza il pensiero e riveste la “voce” di maggiori determinazioni, gli offre ruolo di protagonista; lei infatti si fa soggetto, perché è la “voce di un genio sovrano // splendente d’umano e divino sapere”. Il termine “sovrano” è un rimando fin troppo esplicito alla definizione di ‘persona’ che Rosmini estende nell’Antropologia in servizio della scienza morale, egli infatti afferma che la persona umana è «un individuo sostanziale intelligente, in quanto contiene un principio attivo, supremo, ed incomunicabile» (A. Rosmini, Antropologia in servizio della scienza morale, a cura di F. Evain = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 24, Roma 1981, n. 832, p. 460), questo principio è la ‘volontà’ umana, mentre il termine “supremo” per Rosmini significa “sovrano” in quanto ha palese autorità sopra tutte le altre potenze e qualità umane. Rebora, cosciente che l’intuizione dell’idea dell’essere è principio e luce – Rosmini parla di ‘luce dell’intelligenza’ e ‘lume della ragione’ – di tutto il pensiero filosofico rosminiano, giunge a definire il pensatore trentino “splendente d’umano […] sapere”. La successiva espressione, “nel Trinitario circolar mistero”, porta il lettore a individuare l’altro ‘sapere’, quello “divino”. In Rosmini umano e divino sono complementari – “circolar” -, perché «il ragionamento ontologico si svolge necessariamente in circolo» (A. Rosmini, Teosofia, I, a cura di M. A. Raschini-P. P. Ottonello = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 12, Roma 1998, n. 91, p. 114), in quanto per il pensatore roveretano, anche amplificando la propria ricerca in ogni branca del sapere e in ogni realtà sussistente, non è possibile uscire dal mare dell’essere. Ora in Dio vi è l’essere sussistente in tutte e tre le modalità – “Trinitario […] mistero” -, mentre l’intelligenza illuminata dalla grazia consente al poeta di passare dall’ideologia (essere indeterminato) alla teosofia (essere assoluto). Ed è proprio la Teosofia l’opera più poderosa e più esaltante di Rosmini, dove il pensatore «può accingersi con ragionevol coraggio alla speculazione sistematica e progressiva» (A. Rosmini, Nuovo saggio sull’origine delle idee. Preliminare alle idee ideologiche, a cura di G. Messina = Opere Edite e Inedite di Antonio Rosmini 3, Roma 2003, n.33, p. 86) del “pensiero profondo” reboriano che in Rosmini «dall’essere indeterminato, che è il punto luminoso, ci conduce fino all’essere assoluto» (O.c., n. 34, p. 87). Non per nulla il Roveretano giunge a chiamare la Teosofia «scienza arcana», che Rebora puntualmente riprende con il sostantivo “mistero”. La parola conclusiva dell’inno – “buono” – racchiude in sé il filo rosso che accompagna tutta la filosofia rosminiana: il termine in Rebora richiama il recupero fatto da Rosmini della Scolastica dove l’assioma «bonum et verum convertuntur» riassume il binomio essere ed ente in una metafisica che considera l’uomo in grado di giungere alla conoscenza teosofica della verità assoluta, possibile solo se vi è la piena adesione della volontà all’essere morale, il solo, quest’ultimo, a rendere l’uomo ‘buono’. CONCLUSIONE I dati presi in considerazione consentono di affermare che la ‘razionalità’ rosminiana non ha inibito la vena poetica di Rebora, ma al contrario l’ha potenziata al punto tale che l’UNITOTALITÀ (termine particolarmente sviluppato in Rosmini, L’ordine del sapere e della società, a cura di P. P. Ottonello, Roma 1997) del pensiero filosofico rosminiano ha trovato piena rispondenza nella poesia mistica reboriana. Rebora afferma che Rosmini partendo dalla filosofia approda all’ascetica, per salire infine allo stadio mistico. Il poeta milanese di Rosmini scrive che «l’unità e la totalità, caratteri della sua filosofia, egli [Rosmini] li ha tradotti nell’ascetica, e consistono nella sua mistica, che segna il decisivo abbandonarsi all’azione deiforme di Dio-Carità: personalmente nell’anima, e unanimemente nel Corpo Mistico, la Chiesa, di cui l’Istituto della Carità doveva costituire, un subordine e in privato, quasi un avviamento, un modo di favorirlo nei fratelli, quanto e finché la divina Provvidenza lo volesse» (Rebora, Rosmini, p. 180). Per Rebora potremmo dire che si è verificato il processo inverso: i canti religiosi registrano un punto di partenza mistico, si lasciano pervadere da una costante ascetica e, come fossero atolli nell’oceano poetico, attraverso penetranti e precise verbalità filosofiche, si rivelano capaci di rispecchiare la semplicità e la complessità della metafisica dell’essere. È chiaro quindi che la poetica reboriana non disdegna, anzi si adorna con disinvolta e puntuale pertinenza della filosofia rosminiana. Copyright © Mario Pangallo – In Purissimo Azzurro Tutti i diritti riservati – All rights reserved * VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Epistolario di Clemente Rebora

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Viaggiatore senza biglietto

in attesa alla stazione

di CARMELO GIOVANNINI

Quinto di sette fratelli, Clemente Rebora nacque a Milano il 6 gennaio 1885, in una famiglia benestante, ricca di grandi valori umani, ma senza alcun riferimento alla preghiera, ai valori religiosi, alla Scrittura, alla Chiesa, ai sacramenti. “La mia famiglia, così brava – ricorderà Rebora infermo a Stresa nel 1953 – si era sganciata al tempo di Garibaldi, dalla sua tradizione cattolica, pur camminando ancora nella sua scia morale, con grande rettitudine e austerità, ma senza più nulla di soprannaturale. Io ero all’oscuro di ogni nozione di Fede (ma il S. Battesimo, che io avevo ricevuto due giorni dopo la nascita, operava occulto: da fanciullo avevo scritto una poesia con il seguente ritornello: “Sola, raminga e povera / un’anima vagava”).

Clemente, per volontà di parenti fu battezzato “poi più nulla, fino alla prima Comunione ricevuta a 44 anni”. E intanto cresce “forte, tutto urti e frastuono”, “dentro gemevo, senza Cristo: Sola, raminga e povera / un’anima vagava”. Unico punto di riferimento la famiglia: “Mamma, zolla aria luce, / Papà, tronco puro severo, / Fratelli, miei rami e mio nido, / Sorelle, mie foglie e mie gemme”. La mamma ogni tanto deve intervenire a tranquillizzare la sua esuberanza: “Clemente, non fare così”!

Il senso di vuoto, di incertezza, di punti di riferimento sono sottolineati nella sua poesia e nelle sue lettere: “O mamma o mamma mia, / sono un mercante senza mercanzia, / sono un pilota che ha perso la via” (Frammenti, L); “Carro vuoto su binario morto” (Frammenti, XI) in attesa che una forza sconosciuta lo porti alla vita. “L’egual vita diversa urge intorno; / cerco e non trovo e m’avvio / nell’incessante suo moto”(Frammenti, I). Nelle lettere in modo molto incisivo sottolinea il senso di vuoto, di incertezza, di bisogno di vedere chiaro dentro di sè e fuori di sè e di dare un senso forte alla vita. All’amica dei tempi universitari Daria Malaguzzi scrive: “Tendo perennemente verso qualcosa che non sarà mai; esulto talvolta di creature che si agitano in me e che io non potrò mai scorgere nella realtà degli uomini. Ecco la fonte regina della mia angoscia perenne, il tormento lusingatore e vano!” (EDB, n.24).

Al fratello Piero Rebora confidava: “La mia invocazione perenne è: Signore, concedi ch’io meriti tanto da poter capire con chiarezza cosa voglia questo impeto che m’urge dentro, così da trovare giusto posto e forza al mio dovere, comunque sia. Sono un cane da fiuto del divino nell’umano” (EDB, n.801) e ancora: “Mi pare alle volte di esser chiamato, e non so da chi né per che cosa. In ogni modo rispondo, e mi incammino da qualche parte, e incontro sempre qualcheduno che pareva mi aspettasse; la maledizione è quando sono stanco. Ma voglio vincere questa stanchezza che mi si presenta sotto l’aspetto di un male fisico, abbastanza malvagio, in quanto dissimulato. E’ in ogni modo ciò che deve compiersi in me che m’importa; per il signor Rebora Clemente non ho né interesse né pietà alcuna” (EDB, n.714).

Un altro interlocutore, a cui rivolge le confidenze sul suo mondo interiore, è il pittore Bruno Furlotti, da lui incontrato nei giorni bui delle sue visite mediche al manicomio di Reggio Emilia, dopo lo scoppio nel 1915, davanti a lui, al fronte sul Podgora, di un obice da 305. “In tutto il mio essere, da tempo s’agita qualcosa che ancora non intravedo, e al quale non so quindi ubbidire” (EDB, n.684); “Vivo molto solo, cercandomi ancora senza trovarmi, ma con tanta vita e irresistibilmente; ma sono un uccello sopra un mare che ricomincia sempre” (EDB, n.667); “Aspiro violentemente a ciò che sento, e attendo che la lava trabocchi” (EDB, n. 591). E già nel 1911, ha 26 anni, a Daria Malaguzzi parlando dei suoi Frammenti lirici, che sarebbero stati con lei revisionati prima di darli alla stampa nel 1913 presso “La Voce” di Prezzolini, sintetizzava così questo suo interno vulcano in ebollizione:

Mi sbatto nel contrasto fra l’eterno e il transitorio, fra quello che sento (e amo) necessario e quello che vorrei non fosse, fra la potenza e l’atto, fra la cosa conosciuta e il lasciarla partire, fra la rozzezza di un fabbro e la permalosità di un sofferente. Ma la conclusione non è sempre un lasciarsi andare a deriva o una rassegnazione dolciastra o una fosca visione o un rimpicciolimento infantile di un mondo egocentrico: anzi sprizza una scintilla di veemenza che si esaurisce nell’accensione della natura e degli uomini o dell’infinità che mi circonda; e vorrei allora giovare ed elevare tutto e tutti; smarrirmi come persona per rivivere nel meglio o nel desiderio di ciascuno, esser un dio che non si vede perché è negli occhi medesimi di chi contempla, essere un’energia che non si avverte perché è nel divenire stesso d’ogni cosa che esiste perché si ricrea in ogni attimo. S’io pubblicherò alcuni pochi frammenti lirici – orribili come poesia – rivedrà codesti contrasti”.

E nel 1922 pubblica i Canti anonimi, dove, ancora, nella lirica conclusiva “Dall’imagine tesa” esprime questo suo tormento interiore, che nemmeno la presenza per sei anni, nella sua vita, della pianista russa Lidia Natus, amore condiviso e tormentante, riuscì a colmare e superare:

“Dall’imagine tesa / vigilo l’istante / con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno: / nell’ombra accesa / spio il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono – / e non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno: / ma deve venire, / verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto: / verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio”.

Passeranno ancora alcuni anni prima dell’approdo di Rebora alla verità nel 1928. In questi anni Rebora, sempre alla ricerca di qualcosa che lo fa “certo del suo e mio tesoro” si dedicherà alla direzione di una Collana di libri presso Paravia, allo studio di Mazzini e all’attività di insegnante e di conferenziere. Sarà durante una conferenza (interrotta!) su Cristo e la donna che Rebora approda alla scoperta della verità: “La Parola zittì chiacchiere mie. / La Provvidenza sue vie dispose: / mi fece attento a Pietro e alla sua Chiesa; / dei martiri la Fede venne accesa”.

“Il Signore prepara, e poi dà il via”: che fare? si chiarisce che il sacerdozio è la sua nuova via. Dichiarato inadatto ad entrare nel seminario di Venegono decide sua sponte di farsi Rosminiano ed entra nell’ordine fondato da Antonio Rosmini: “quel sapiente / che sommo genio s’annientò nel Cristo / onde sol Sua Virtù tutto innovasse. / Dalla perfetta Regola ordinato, / l’ossa slogate trovaron lor posto: scoprì l’intelligenza il primo dono”. E constata: “senza Confiteor non si sale altare, / Magnificat conclude il Miserere / e il De Profundis nel Te Deum ascende”. Scoprirà che il segreto della grandezza del suo Padre Fondatore “sta nella sua vita interiore: si conservò quasi appena battezzato, sino alla fine”. E Rebora dovrà constatare che “l’esigenza battesimale non dà tregua fino a che non venga corrisposta”!

In una eccezionale pagina autobiografica (ben pochi tra i Rosminiani sapevano chi era Clemente Rebora!) nel 1951 scriveva in Charitas (p. 298): “Ebbi la grazia di entrare, a quarantasei anni, come novizio nella sua Famiglia Religiosa; portavo ancora le conseguenze di un disordine, di una lunga e spesso angosciosa ricerca; battezzato infante, poi più nulla fino alla prima Santa Comunione, un anno e mezzo avanti di farmi Religioso. Oh l’esigenza battesimale non lascia tregua fino a che non venga corrisposta! Ora, quando sentii leggere in refettorio il racconto della vita, direi esterna, del Padre Fondatore, mentre ammiravo (e chi può, sinceramente, non stupirne?) la sovrana grandezza di una tale personalità, tuttavia dentro di me c’era come un disagio: sembrava che in lui tutto procedesse con una perfezione prestabilita; eppure non ci sentivo la santità, quella santità che ci libera in letizia dal terribile quotidiano nell’effusione di Colui che ha detto: Io sono di lassù (Gv. 8, 23) In seguito, umiliato e potato, senza neppur essere introdotto nella conoscenza della sua dottrina filosofica, fui come costretto a rifarmi alla radice; il suo segreto era quello che mi interessava; la parte ignea della sua natura, accostata con la meditazione dei suoi scritti a me accessibili, andava producendo nel mio interno un soprannaturale benessere (che rifluiva talvolta anche sul fisico): le mie ossa si mettevano a posto, i polmoni respiravano profondo, e il pensiero non faceva da trapano, ma gioiva del dono dell’intelligenza; mi muovevo finalmente nel mio elemento: la Buona Novella del Regno operava; per cui il dolore cresceva in amore, e il Miserere si compiva nel Magnificat. Ripensandoci, stimo che tali effetti benefici provenissero, e provengano, dallo spirito di verità che pervade, nella carità, l’opera di Antonio Rosmini; e la commozione arcana, talora vicina alle lacrime ma come soave rugiada, a certe parole e a certi tratti della sua vita me lo conferma”.

Nel 1951 chiede ed ottiene di aggiungere al suo il nome di Maria e dal 12 settembre si firmerà Clemente Maria Rebora. Dopo più di vent’anni di silenzio ritornò ad una poesia, frutto di luce e di sofferenza: Curriculum vitae, Inni, Canti dell’infermità, Poesie varie. Morì a Stresa alle 6.54 del 1° novembre 1957 dopo 25 lunghi mesi di dolorosa e umiliante malattia. Fu detto di lui: “L’abbiamo visto marcire vivo!”. Le sue spoglie riposano ora a Stresa nella Chiesa del Crocifisso di fronte alla tomba del suo “Padre Fondatore” Antonio Rosmini: il maestro e il discepolo, il filosofo e il poeta : due santi!

Copyright © Carmelo Giovannini – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Rebora uno e due

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

L’inquietudine

e

la fede

di

PAOLO

RUFFILLI

*

È stato Gianfranco Contini a definire Clemente Rebora “una tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo”. Ma prima che gli effettivi meriti di questo poeta marginale fossero apertamente riconosciuti, ne è passato di tempo. E, in fondo, solo negli ultimissimi anni gli studi critici sull’opera complessa e stratificata del più grande poeta cattolico del Novecento hanno fatto seri passi in profondità. Quando nel 1913 la “Voce” di Prezzolini, come al solito all’avanguardia nelle lettere italiane del tempo, pubblicò i Frammenti lirici di Rebora, la critica non ne comprese né il valore né lo specifico poetico, per la novità sorprendente dei contenuti e soprattutto per la scabra concentrazione del linguaggio.

La novità stilistica, del resto, era clamorosa rispetto alla tradizione accademica italiana: il vocabolario pungente e il registro di immagini e metafore arditissimo venivano a porsi come frattura rispetto agli antecedenti anche più anticonformisti. C’era, nella poesia di Rebora, una libertà assoluta: il senso di una potenzialità vertiginosa, a cui l’autore si disponeva dal retroterra di una convinzione illuministica, di conciliare l’inconciliabile. Qualcosa che, a ben vedere, è sempre rimasta come spinta innescante, nel lavoro poetico di Rebora; anche dopo la conversione al cattolicesimo (conversione per modo di dire, vista l’appartenenza già alla confessione) e l’ordinazione sacerdotale. In quella dimensione volontaristica in cui Rebora si pone, all’insegna della fede, in cui male e bene devono trovare per forza soluzione, per superare la bruta animalità dell’uomo.

Nello spazio di questo volontarismo, si segna la stessa cifra stilistica di Rebora. È stato osservato, da più parti, come la scelta eccentrica del lessico e la stessa aritmicità della strofa si leghino allo sforzo di esprimere concetti inusitati rispetto alla tradizione poetica italiana. E, tutto questo, nell’anelito alla comunione totale con un dio di giustizia e misericordia, che da un certo momento in poi diventa l’interna ossessione del poeta (oltre che, naturalmente, dell’uomo). Nel voto di “patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’amore divino” (che è una scelta di vita), diventa però arduo perseguire un discorso poetico in sé compiuto (che è pur sempre una necessità di letteratura). Ecco allora che, inevitabilmente, la penna di Rebora si perde un po’ dietro alla prece e alla litania; le quali, si dovrà pur riconoscerlo, hanno una parte sempre più preponderante nella sua produzione.

Con uno scadimento (si parla, naturalmente, da un punto di vista solo letterario) troppo evidente per cancellarlo di fronte al gran polverone della tentata recente sopravvalutazione di questo poeta, la cui più interessante produzione resta circoscritta rigorosamente dentro gli anni Venti, dentro cioè la fase sua di più laica inquietudine. La fede, proprio come l’amore, è un tema arduo da affrontare in poesia; accade che non conosca o, per meglio dire, non regga le mezze misure. Naufraga spesso nel luogo comune, nella ripetizione, nel trito e nel ciarpame. E, se non trova respiro capace di elevarla, l’effetto è controproducente: la ripetuta esclamazione, la supplica, l’invocazione, l’esorcismo, non fanno che ribattere la stessa nota stonata.

Il bisogno scaramantico ha ben poco a spartire con la letteratura. E tanta parte della poesia di Rebora, del Rebora sacerdote e cantore della fede, è di tal fatta. Non ha slancio verticale, da grande mistica, che è tutta un’altra cosa. Per quanto abbia poi un suo sapore, amarognolo e cupo, perfino sconvolgente.

Copyright © Paolo Ruffilli – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

La scientia crucis in Clemente Rebora

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Un paradiso pieno di dolore all’ombra della Madre

di FERDINANDO CASTELLI

*

“E d’un tratto m’accorsi: c’era Uno in Croce;

si struggeva a guardarmi in un’offerta

soave: solo mi voleva bene;

più tardi intesi la Sua parola interna:

tu m’aprirai la porta del tuo cuore

e a tu per tu noi ceneremo insieme”

(da ‘Curriculum vitae’)

*

Edith Stein (che nel Carmelo ha assunto il nome di Teresa Benedetta della Croce, morta nel lager di Auschwitz e proclamata santa da Giovanni Paolo II) nella sua opera Scientia Crucis (Milano, Ancora, 1960): così scrive:

“Quando noi si parla di una scienza della croce, la parola scienza non va intesa nel senso abituale solito; non si tratta di una teoria, vale a dire di un semplice complesso di proposizioni vere – reali o ipotetiche – né di una costruzione ideale congegnata da un progresso logico del pensiero. Si tratta, invece, di una verità viva, reale e attiva; seminata nell’anima come un granello di frumento, vi getta radici e cresce, dando all’anima un’impronta speciale e determinante nella sua condotta, al punto da risultare chiaramente discernibile all’estero. È in questo senso che si parla di scienza dei Santi e che noi parliamo di scienza della croce”(ivi, pag. 23).

Nella sua vita di convertito, ma soprattutto negli ultimi anni, Clemente Rebora ha realizzato, nel corpo e nell’anima, la scientia crucis, e l’ha espressa in testi vibranti e intensi. Riecheggiano quanto egli ha scritto nel volume Antonio Rosmini – asceta e mistico (Vicenza, La Locusta, 1960).

***

Dopo la conversione la sua vita si svolge su due binari, di morte e di vita. La morte a quanto sa di mondo (orgoglio, ricerca di sé, vanità) e la vita che è conformazione al Cristo. Con una decisione amorosa e piena farà del Cristo il centro, il metro, il senso della propria esistenza, in una tensione di identificazione spinta fino alla croce. La scientia crucis lo indurrà a uscire da se stesso per farsi dono di amore e di solidarietà sì che possa dire con l’apostolo Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Tale obiettivo è il motivo dominante di Il gran grido, una delle sue liriche più significative. Composta nel 1953, in occasione del centenario della morte di Rosmini, ha una struttura semplice e nello stesso tempo grandiosa. Nella prima parte il Poeta contempla Cristo in croce. Tutto è immobile, in un immenso silenzio improvviso. Si avverte solo il gocciolare del sangue del Moribondo che pende regale / aperte le braccia ai fratelli / verso la Madre nel parto. Il gran grido – consummatum est – annunzia la sua morte.

Nella seconda parte, il Poeta, lo sguardo fisso sul Crocifisso Amatore, medita sul gran grido. Esso non è soltanto il grido del compimento – tutto è compiuto – ma anche il grido dell’inizio: l’invito cioè a seguire Cristo e con Lui immolarsi per la salvezza degli uomini. Il Golgota non è più un luogo maledetto, ma un paradiso pieno di dolore, di quel dolore che è esistenza di condivisione. Cristo condivide il dolore dell’uomo, facendolo suo, l’uomo condivide il dolore del sanguinante cuore del Crocifisso.

La terza parte è consacrata ad Antonio Rosmini, genio sovrano / splendente d’umano e divino sapere. Tale sapere permette anche al Poeta di leggere – adorando, tacendo, godendo – / nel Trinitario circolar mistero / la verità delle infuocate nozze: le nozze del Signore con l’umanità e di questa col suo Salvatore.

* * *

Gli ultimi anni di Rebora, riflessi nella sua poesia e nel diario del suo infermiere, il p. E. Viola (Mania dell’eterno, Vicenza, La Locusta, 1980), rivelano la sua ansia di bere il calice del Signore, cioè d’immergersi nella sua Passione. Ciò significa riprodurre nella propria vita l’agonia del Getsemani, l’asprezza della via crucis e la morte sul Calvario. Egli accetta, anzi desidera tutto incondizionatamente. Sul suo orizzonte c’è solo la Croce nella cui luce egli vede ogni cosa, sopratutto la propria infermità: “O Croce o Croce o Croce tutta intera / nel tuo abbraccio a trionfar di Circe / sola sei buona e bella, e come vera!” (Avvicinandosi il Natale).

Notturno è una lirica dalle risonanze intense, sofferte, mistiche; riecheggia s. Caterina da Siena, s. Giovanni della Croce e talune pagine di Søren Kierkegaard. Per comprenderla bene occorre ricordare che Rebora aveva emesso un voto che lo legava alla santa Passione: “Mio Signore e mio Dio, faccio voto di chiederti in ogni tempo la grazia di patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’opera del Tuo Amore. Così sia. Ogni atomo di me stesso, e ogni attimo che mi è concesso, sia amore del tuo Cuore, riconoscenza e lode del tuo Nome, tua vittoria e in tua Gloria, o Gesù Amore, mio Signore mio Dio”.

Cristo lo prende in parola. Nell’ottobre 1955 è colpito da una grave forma di arteriosclerosi che lo tiene semivivo per due anni. L’olocausto investe anche lo spirito: “Tra me e Dio c’è un muro! Non sento più nulla!”; “Sono lontano da Dio”; “Sono abbandonato!”; “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Composto due anni prima della morte, Notturno riecheggia due sentimenti: da una parte la volontà di vivere fino in fondo il suo voto, dall’altra un senso di rimpianto per la mancanza di generosità nella consumazione dell’olocausto. Da questa tensione scaturisce un canto notturno che ricorda le movenze del primo Rebora, specialmente nella prima parte.

Inchiodato al muro della sofferenza, tutto crocifisso e insanguinato, il Poeta medita sul suo voto. La grazia di patire e morire oscuramente gli è stata accordata. Ma perché le anime si allontanano da lui? Perché la realtà non si armonizza con le prospettive che gli hanno ispirato il voto? Perché il martirio non è vivificato dall’amore? Agli interrogativi risponde la Madonna: bisogna che la sua preghiera sia nuda e che la sua offerta sembri inutile; bisogna accettare l’agonia del buio interiore e sentirsi “come maledetto”. In tal modo la misericordia di Dio ci si rivela nella sua potenza salvifica.

“Il sangue ferve per Gesù che affuoca.

Bruciami! dico: e la parola è vuota.

Salvami tutto crocifisso (grido)

insanguinato di Te! Ma chiodo al muro,

in fisiche miserie son confitto.

La grazia di patir, morire oscuro,

polverizzato nell’amor di Cristo:

far da concime sotto la sua Vigna,

pavimento sul qual si passa, e scorda,

pedaliera premuta onde profonda

sal la voce dell’organo nel tempio -

e risultare infine inutil servo:

questo, Gesù, da me volesti; e vano

promisi, se poi le anime allontano.

Bello è l’offrir, quale il fiorire al fiore;

ma dal sognato vien diverso il fatto.

Padre, Padre che ancor quaggiù mi tieni,

fa’ che in me l’Ecce non si perda o scemi!

A non poter morir intanto muoio.

Il sangue brucia: Gesù mette fuoco;

se non giunge all’ardor, solo è bruciore.

Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma;

pietosa in volto, sembra dica ferma:

- Penitenza, figliolo, penitenza:

prega in preghiera che non veda effetto:

offriti sempre, anche se invan l’offerta;

e mentre stai senza sorte certa,

umiliato, e come maledetto,

Dio in misericordia ti conferma”.

Come si vede, la scientia crucis in Rebora è diventata realtà di vita e lo colloca accanto a s. Giovanni della Croce, s. Teresa di Lisieux e a Madre Teresa di Calcutta. La sua adorazione è diventata muta, nudo il dono di sé, un lasciarsi afferrare e trasportare (“Poi, rimango io, con la salma in terra:/ afferrato a Lui, non l’afferro”), coscienza del proprio nulla (“Ogni volere divino è sforzo nero. / Tutto va senza pensiero: / l’abisso invoca l’abisso”). Intende dire che l’abisso della sua miseria invoca l’abisso della misericordia di Dio. “Tutto è grazia”, afferma il moribondo del Diario di un curato di campagna di Bernanos; “Tutto è misericordia”, proclama Rebora dall’abisso del suo nulla.

***

Il 18 maggio 1956 compone una poesia: Ventesimo di prima messa; è la traduzione in versi del suo martirio.

“Quello che m’era emblema al sacerdozio

- torchiato, e in agonia più pregava! -

or si palesa in atto senza scampo

qui nel martirio atrocemente opaco:

enorme spazio nero al mio vedere,

come sospeso son tra lampo e lampo,

tutto ozio di tempo, orribil peso.

Stremato, dico a me, a farmi salvo:

Misericordias Domini in aeternum cantabo”.

In calce alla poesia si legge: “Dal letto della mia infermità per il 20 settembre 1956”. Le misericordie del Signore non sono per lui parole astratte; sono la persona e l’opera di Cristo, che vive in lui. Ha scritto: “La misericordiosa bontà di Gesù Crocifisso mi tiene ancor sempre sacerdote attivo: non potendo più celebrare il Sacrificio dell’Altare, mi fa celebrare il Sacrificio della Croce”. La scientia crucis, in questa battuta, tocca il suo vertice più alto.

Copyright © Ferdinando Castelli – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

Vai al sommario > Per Clemente Rebora

Sbaragliare l’esistenza

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

Campana, Rebora, Betocchi e “La Voce”

di PIETRO CIVITAREALE

Il discorso intorno a “La Voce” è stato in genere svolto nell’ambito di una storia della cultura o al massimo della narrativa (G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1971, pp. 13-52). Ma è ovvio che esso può essere ripreso anche per quanto riguarda una storia della poesia. A tale proposito già Renato Serra, arrestando l’analisi delle Lettere alle soglie della Grande Guerra, dava un attendibile identikit del poeta vociano, riconoscendogli “un lirismo nuovo”, “un lirismo più puro”, il quale, nato “da quello stesso affetto della intima vergine poesia, che appare in altri come audacia, rottura di forme e di tradizioni, impeto e scoppio immediato”, diventava, “al di fuori di ogni divisione tra prosa e versi, una qualità ed una legge dell’arte” (R. Serra, Lettere, in Scritti di Renato Serra, Le Monnier, Firenze 1958, pp. 237- 390); e Alfredo Gargiulo, superando questi primi indizi serriani, parlava di “autobiografia”, “bisogno di interiorità, “confessione nascosta sotto la considerazione di un problema morale”(A. Gargiulo, Letteratura italiana del Novecento, Le Monnier, Firenze 1958).

Autobiografia e moralità letteraria, dunque, risolte, sul piano dello stile, nella concisione espressionistica del frammento lirico, secondo il dettato di una concezione romantica e antiletteraria della poesia, vista come assoluta adesione all’interiorità. Negli scrittori più autentici poi il frammento si collegava con la ricerca di un linguaggio dalla ritrovata verginità. Abbiamo così il diarismo di Slataper, Soffici e Palazzeschi, mentre Papini entra di scorcio con il racconto delle avventure intellettuali della sua prima giovinezza; l’autobiografismo morale di Serra e Jahier; l’ansia di verità metafisica di Boine e Michelstaedter con il miraggio di una figura universale dell’uomo; lo spiritualismo cosmologico di Onofri con il sintomo della crisi etica che investe tutta la generazione letteraria formatasi negli anni intorno alla prima guerra mondiale (lo spiritualismo di Onofri, con le sue mistiche architetture, lo si vedrà riaffiorare, con contaminazioni e coloriture diverse, nelle poetiche di vari autori che lo seguiranno: da Comi a Fallacara a Vigolo, da Ungaretti a Luzi a Betocchi); il pessimismo agonico di Sbarbaro, capace di designare tempi e oggetti dell’esperienza, quasi con mobilità gestuale, in un rito della poesia, semplice in apparenza, ma intimamente solenne.

Ma soprattutto abbiamo i miti spaziali e temporali di Campana, descritti a livello di una visionarietà penetrata dalla coscienza e restituita alla sua natura di fatto morale, di giudizio sui misteri del mondo, e la chiusa, sofferta, quasi dogmatica personalità di Rebora, che sperimenta sulla propria pelle la presenza ferma ed assoluta di una vicenda tellurica di religiosità e poesia, come emblemi misticamente percepiti, come idee e finalità bloccate nel segreto della sua umana origine e predestinazione. Nel linguaggio di questi due ultimi autori soprattutto va visto il tentativo, del tutto fisiologico ed intuitivo, di rinnovare la sintassi della poesia in una più scavante ricerca meditativa contro una realtà espressiva dignitosa ma iperbolica ed artificiale, quale quella che si originava dalla crisi ideologica e culturale del tempo.

Indubbiamente i simboli rapinosi e inquietanti con i quali Campana esprime i momenti della sua interiorità non sono ancora esemplari: rappresentano soltanto lo scioglimento di tutto l’uomo nel crogiuolo del linguaggio (suprema aspirazione dei moderni, provata e riprovata con alterna fortuna), ma già il dramma spirituale che Rebora porta con sé, pur nella spigolosità e nell’angustia comunicativa del suo dettato, è un punto fondamentale di rottura dei vecchi schemi letterari classicistici, destinato ad aprire le porte all’ammissione di quegli spezzoni meditativi nell’empireo delle folgoranti analogie del novecentismo: senza dubbio, l’indicazione di una strada di fermezza morale e di stoicismo cristiano con un retroterra drammatico, in grado di evitare le secche dell’appagamento equivoco o casalingo.

Le indicazioni date da questi poeti, pur nella loro approssimazione programmatica e teorica, costituiranno infatti un terreno fertilissimo di suggerimenti e di stimoli, valido non solo per alcuni compagni di avventura, ma anche per coloro che opereranno più tardi. In tal senso, le esperienze poetiche del primo Ungaretti, del primo Montale, di Caproni, di Luzi ed altri, molto debbono a quel clima, anche se in apparenza ne sono intellettualmente e moralmente lontano. Per l’opera poetica di Carlo Betocchi, poi, tali indicazioni risulteranno decisive, con tanta più evidenza in quanto il gusto odierno ha ormai storicizzato la tradizione poetica dominante del Novecento (ossia l’eredità del simbolismo e dell’espressionismo ermetico) ed è disposta a recuperare tutta una linea di poesia antinovecentista.

Ma tentare di consegnare a Betocchi la patente di vociano (con tutte le riserve di carattere storico e culturale che una tale operazione comporta) significa metterlo a confronto con quegli scrittori che nel gruppo de “La Voce” trovarono il luogo di incontro delle loro idee e delle loro esperienze letterarie e culturali; cioè con quei “maestri in ombra“, come Campana e Rebora appunto, i quali, per usare le parole di Pasolini, non seppero “vincere la resistenza di quel particolare momento” che costituiva “il passaggio del vocianesimo al rondismo”(cfr. P. P. Pasolini, Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1973, pp.374-376), per cui finirono col restare ai margini della storia letteraria del Novecento, anche se proprio questo fatto consentì loro di scrivere, in modi tanti diversi, in nome della vita, dell’anima, della interiorità. Insomma di salvarsi fuori della loro storia particolare e della storia di tutti.

La scelta di un programma poetico come ricerca della verità è caratteristica prettamente vociana della poesia di Rebora, come è qualità vociana della poesia di Campana lo sperdimento totale nell’onda del reale, nel barbaglio di fuoco della sua cruda verità. Campana rappresenta la poesia che sperimenta la compresenza della parola e della immagine reale, la vita che si configura come pieno mistero e pieno dominio, il linguaggio dai poteri evocativi illimitati, la sopraffazione del canto sul significato: tutti elementi che concorrono a dare alla sua poesia quella tensione lirica e visionaria, quella visività figurativa mediterranea che saprà inventare apparizioni e miti della tradizione toscana. Tra lo sperdimento-sogno di Campana e la verità-realtà di Rebora, tra l’orfismo del primo e la “petrosità” del secondo, si muove la poesia di Carlo Betocchi, non ignorando, nello stesso tempo, la paziente ed intima necessità interiorizzatrice del pascolismo sabiano, in cui progressivamente trova la sua definitiva autenticazione stilistica. Vale la pena di accennare alla posizione di Saba rispetto al gruppo de “La Voce”. Di estraneità in apparenza (a salvaguardia della esigenza di una costruzione autonoma della poesia), ma sostanzialmente vicina, per la comune ispirazione autobiografica, la gravità, inconsapevole e profonda, di popolano che racconta di sé con umiltà (di per sé già qualità vociana).

Ma, come ci suggerisce inequivocabilmente il titolo della sua raccolta di esordio (C. Betocchi, Realtà vince il sogno, Vallecchi, Firenze 1932), tra il sogno e la realtà è quest’ultima a prevalere nelle scelte morali ed operative di Betocchi, anche se lo svolgimento della sua esperienza poetica, ad un certo punto della sua storia, sembrò convergere sulle indicazioni della proposta ermetica, fino a far affiorare nelle opere di mezzo (in particolare, Altre poesie, Vallecchi, Firenze 1939 e Notizie di prosa e di poesia, ibidem 1947) i residui di un’ambiguità formale non completamente risolta, lo sgomento per una profondità della verità impossibile da raggiungere. In questo senso, la sua poesia troverà, sempre più, punti di una coincidenza non momentanea con quella di Rebora, con un tipo di poesia, cioè, cresciuta su una presenza assoluta delle cose, sull’inserimento o sulla salvezza dentro la parola del significato storico e della “materialità” degli oggetti dell’esperienza.

Sia in Rebora che in Betocchi è ravvisabile infatti una sorta di incandescenza stilistica che, prima di essere testo, è biologia: natura e vita. Centrale è in loro il tema della oggettivazione dell’energia interiore dell’uomo; cosa che equivale ad una immediata identificazione della poesia con la realtà dell’esistenza, di cui riflette da una parte gli aspetti fisici e temporali (e al limite il disordine) e dall’altra lo slancio virtuale di liberazione. Sotto questo aspetto, la loro è una poesia che si sostanzia del bisogno di una verità totale, onnicomprensiva, di cui non rappresenta né il luogo né lo strumento, ma il diario, la verifica quotidiana. E’ questo il segno di una loro diversità, legata non soltanto alla religiosità, che li ha portato a superare il concetto di subordinazione della poesia alla scomparsa dei suoi stessi oggetti e a restituircene invece una immagine che cresce sulla loro conservazione e instaurando così un modo di rimanere nella storia, al di là della stessa sostanza metatemporale della esperienza storica.

Un modo necessario e naturale di non trionfare sulla vita, ma di salvarne le dimensioni concrete, le zone opache, le lacerazioni profonde, contro tutti gli stilismi consolatori ed evasivi. Da qui la ragione primaria della loro fedeltà autobiografica, dell’apertura insolita all’invadenza dell’impoetico e dell’informale, del coraggio di sbaragliare la resa espressiva con i dati stridenti della narrazione, che è dote prettamente vociana. Sia in Rebora che in Betocchi, infatti, lo stile non pretende mai di piantare in asso i modi della loro istintiva natura popolare, l’innata saggezza della loro innocenza, ma vi si adegua anzi con immediatezza e spontaneità, né la loro scrittura rifiuta i compromessi gergali, le presenze auliche, le opacità o le accensioni del linguaggio quotidiano: al contrario li accetta in tutto il loro spessore storico, in tutta la loro originaria verità, in tutto il loro essere insomma voce e specchio dell’esistenza.

Copyright © Pietro Civitareale – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA

Senza tregua

NOVEMBRE 2007 – PER CLEMENTE REBORA

L’itinerario poetico-esistenziale

di Clemente Rebora

di ELIO ANDRIUOLI

Tra i moralisti de “La Voce”, accanto a Jahier e a Boine, vi è Clemente Rebora, nato a Milano il 6 gennaio 1885 e morto a Stresa il 1 novembre 1957. Laureatosi in Lettere presso l’Ateneo milanese, Rebora insegnò materie letterarie nella sua città, collaborando inoltre a “La Voce”, a “La Riviera Ligure” e ad altre riviste. Notevole fu in lui la problematica morale, propria della tradizione lombarda, dal Parini agli Scapigliati, unita ad una ricerca assidua di Assoluto. Si avverte nei suoi scritti l’influsso del Péguy e del frammentismo lirico proprio del suo tempo, sfociato poi nei Frammenti Lirici del 1913. La partecipazione alla Prima Guerra Mondiale e la fine della relazione da lui tenuta per sei anni con la pianista russa Lydia Natus, dalla quale si separò in seguito alla partenza di lei per Parigi, nel 1919, determinarono in lui la profonda crisi spirituale che lo portò nel 1929 ad entrare nel convento dei Padri Rosminiani di Domodossola, dove fu ordinato sacerdote nel 1936.

Dopo i Canti anonimi (1922), che testimoniano della crisi da lui attraversata, Rebora cessò per lunghi anni la sua attività letteraria (che si era pure esplicata nel campo della traduzione di scrittori russi, tra i quali Andreev, Tolstoj, Gogol’, egregiamente resi in lingua italiana), riprendendo soltanto tardi a scrivere poesie, per volontà dei superiori del suo Ordine. Nacquero così Via Crucis (1955), Curriculum vitae (1955), Gesù il Fedele (1956), Canti dell’infermità (1957), libri che costituiscono l’espressione di un sentimento religioso intensamente vissuto e sofferto.

Caratteristica dello stile di Rebora è l’aspra musica dissonante delle sue poesie, che par ricalcata sulle Rime petrose di Dante; così come è una caratteristica della sua poesia il gioco espertissimo degli endecasillabi e dei settenari, che sembra in lui derivare dal Leopardi. Si tratta ad ogni modo di uno stile personalissimo, che rivela autenticamente l’animo dell’autore, il quale non va alla ricerca di preziose armonie (e lui stesso lo dichiara: “né i melliflui abbandoni / né l’oblioso incanto / dell’ora il ferreo bàttito concede”, Frammenti Lirici, I), ma di parole che esprimano la sua ansia di verità e di schietti rapporti umani.

La volontà di conoscenza porta Rebora ad una appassionata ricerca, che dà luogo ad un verseggiare concitato, teso, nel quale è frequente l’uso di parole adoperate in maniera marcatamente espressionistica (Gianfranco Contini parlò per lui di “stilismo lombardo“) e nel quale sovente affiorano sinestesie e ossimori, movimenti analogici e bruschi passaggi dal concreto all’astratto e viceversa (tecnica tipica dei mistici), torsioni sintattiche e impennate liriche di alto respiro, accanto a cadute nel ragionativo e nel prosastico. Il tutto però permeato da un fuoco interiore che ogni cosa nobilita e innalza a poesia.

Rebora ebbe anche una grande sensibilità musicale, dal momento che, oltre che poeta, fu pure un valente interprete e un buon compositore di musica. Vi è poi in Rebora, sin dalle sue prime poesie, un profondo sentimento della natura (“Mamma, zolla aria luce, / papà, tronco puro severo, / fratelli, miei rami e mio nido, / sorelle, mie foglie e mie gemme”) e la percezione del mondo come opera di Dio (“Slancio di creazione, / perché sì duro t’incrosti / negli urbani viluppi, / o men chiaro traluci / o doloroso affondi?”, II), alla quale l’uomo deve collaborare, pena l’infelicità.

Quelle che sono le eterne domande che ognuno si pone: chi siamo? dove andiamo? qual è il senso del nostro vivere? assumono in Rebora un’imperiosità e un’urgenza che non gli danno tregua e che lo spingono continuamente verso un attivo operare (“Chiedono i tempi agir forte nel mondo”, X), così da vincere l’opacità di un vivere intristito e senza luce (“Sciorinati giorni dispersi, / cenci all’aria insaziabile: / prementi ore senza uscita, / fanghiglia d’acqua sorgiva / torpor d’àttimi lascivi / fra lo spirito e il senso”, VI). Come in altri poeti del suo tempo (Pianissimo di Camillo Sbarbaro è del 1914), vi è in Rebora la visione negativa della città, luogo di perdizione e di mortificazione dell’uomo, contrapposta alla campagna, libera e sana (“Tutta è mia casa la montagna, e sponda / al desiderio il cielo azzurro porge” – IX, mentre la “città vorace / … / nella fogna ancor tutti affratella” – X).

Tra le poesie più significative di Rebora, per la capacità che in essa egli dimostra di dar vita alle cose inanimate e di farle fremere e pulsare, quasi avessero un corpo ed un’anima, vi è la XI dei Frammenti Lirici, che inizia: “O carro vuoto sul binario morto, / ecco per te la merce rude d’urti / e tonfi”, dove l’agganciamento alla locomotiva di un vagone ferroviario è descritto con rara abilità tecnica: “Gravido ora pesi / sui telai tesi; / ma nei ràntoli gonfi / si crolla fumida e viene / annusando con fàscino orribile / la macchina ad aggiogarti”.

Poesia ricca di molto pensiero, quella reboriana ha il dono dello scatto lirico, che la solleva e che si manifesta specialmente nell’immediatezza degli incipit: “O pioggia dei cieli distrutti / che per le strade e gli alberi e i cortili / livida sciacqui uguale, / tu sola intoni per tutti!” (XIV); “Sui fianchi òndano avvinti / gli amatori in bisbiglio / nel languor sciolto dell’estiva sera” (XXIV); “Nel ciel piovuto l’aria in sé rientra / in uno sguardo ritroso di luce” (LII). E si vedano ancora: “Giovinezza mi fa leggiadro e saldo” (LXI); “Quasi luna albeggiando è il sol fra nebbie” (LXIII); “Nel terso gravitar dei mondi insonni” (LXVIII).

Sempre è rilevabile (e lo si avverte sin da una prima lettura) in questi versi l’inquietudine, l’assidua ricerca, la volontà di superare il contingente per toccare l’eterno, l’ansia di purificazione e di riscatto, che si traduce in immagini cariche di una forza inusitata, che talora, come già si è osservato, assumono forme violentemente espressionistiche: “Nell’avvampante sfasciume, / tra polvere e péste, al meriggio, / la fusa scintilla / d’un dèmone bigio / atterga affronta assilla / … / i muri abbassano pàlpebre…” (XXXVI); “ciel che t’infoschi / in un vorace stormo di nubi” (XLVII); “Dal grosso e scaltro rinunciar superbo / delle schiave pianure, / … / si lamina enorme la vetta” (LXX); “Ci spàsima intorno il vestito / dell’universo stordito” (Fantasia di Carnevale); “C’è un corpo in poltiglia / con crespe di faccia, affiorante / sul lezzo dell’aria sbranata” (Voce di vedetta morta).

Vi è in Rebora il momento dell’abbattimento e della crisi: “Altra fu la promessa / … / e dove bene tentai / è un nulla e i cari affetti mi son vani” (XLV); e vi è l’invito rivolto a tutti gli uomini ad una nuova fratellanza “Ciascun dica ove è perso, / e nella voce unita / consensi abbia e richiami” (XXXIX); così come vi è il suo andare fiducioso incontro al prossimo: “… nell’amor della gente mi paleso / … / rinascer tento negli altri felici” (LVI). Il sentimento di una ritrovata armonia lo si incontra verso la fine dei Frammenti Lirici: “Bello incrociar la vita / nella maglia del tutto / e mirarne il disegno / e il guizzo d’ogni punto” (LXXI); “Son l’aratro per solcare: / altri cosparga i semi” (LXXII).

Più pressante si fa in Rebora la “voce” che l’invita a sé per un radicale cambiamento della sua esistenza nei Canti Anonimi (1920-22) e nelle Poesie Sparse (1913-27). Quale premessa ai Canti Anonimi il poeta pone questi versi: “Urge la scelta tremenda: / Dire sì, dire no / A qualcosa che so“, che costituiscono un chiaro accenno alla lotta interiore la quale lo porterà alla conversione, facendo nascere in lui “una certezza di bontà operosa, verso un’azione di fede nel mondo”. Di tutto ciò sono testimonianza poesie quali Sacchi a terra per gli occhi e Se Dio cresce.

Delle Poesie Sparse si legga specialmente, a questo proposito, quella che inizia “Mentre lavoro nei miei giorni scarsi / mi pare deva echeggiar imminente / una gran voce chiamando: Clemente! / Per un’umana impresa ch’è da farsi…”. Appartengono a queste due sillogi talune delle poesie più giustamente famose del nostro poeta, quali Al tempo che la vita era inesplosa; Campana di Lombardia; Dall’imagine tesa; Clemente non fare così e specialmente Viatico, che è una delle poesie più forti di Rebora e tra le più alte che la guerra abbia ispirate: “O ferito laggiù nel valloncello, / tanto invocasti / se tre compagni interi / cadder per te che quasi più non eri, / tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora, / pietà di noi rimasti / a rantolarci e non ha fine l’ora, / affretta l’agonia, / tu puoi finire, / e conforto ti sia / nella demenza che non sa impazzire, / mentre sosta il momento, / il sonno sul cervello, / làsciaci in silenzio – // grazie, fratello”.

Strazio, orrore e pietà qui si congiungono in un movimento unitario e compiuto in maniera indimenticabile. Si veda anche Voce di vedetta morta. Concludono la produzione di questo primo periodo della vita di Rebora le Prose liriche (1915-17), dal marcato andamento ritmico e da quella che Fernando Bandini ha definito, per distinguere queste prose dalle precedenti poesie, “una compatta fisicità”.

L’ultima poesia di Rebora, quella successiva alla sua entrata in convento, non molto aggiunge all’immagine che egli ci ha lasciata dell’arte sua, se si fa eccezione per qualche testo, percorso da un più acceso misticismo e maggiormente compiuto dal punto di vista formale, come La cima del frassino e Notturno, che più si riallacciano alla precedente poesia di questo autore. Una poesia che ha influito come poche a svecchiare il mondo delle nostre Lettere, ma che ha saputo mantenere un suo ritmo e un suo decoro espressivo, ai quali ancora oggi è possibile guardare con molto profitto.

Copyright © Elio Andriuoli – In Purissimo Azzurro

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

*

VAI AL SOMMARIO > PER CLEMENTE REBORA