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Il bluff delle case editrici

Per gentile concessione di Martino Dettori, che ne è l’autore, pubblichiamo in forma integrale l’interessante articolo sul bluff delle case editrici pubblicato il 5 luglio 2009 da IL JESTER. La pagina a cui si puo’ far riferimento è la seguente: http://www.iljester.it/il-bluff-delle-case-editrici.html

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Qualche tempo fa scrissi il “Bluff dei premi letterari“, descrivendo le insidie illusorie che stanno dietro eventi spesso autocelebrativi o comunque non certamente indirizzati a scoprire giovani talenti. Allora promisi che molto più avanti avrei scritto qualcosa riguardo molte case editrici che, lungi dall’essere davvero interessate all’opera dello scrittore (indipendentemente dalla sua qualità che potrebbe anche essere persino sublime), hanno solo l’unico e non tanto malcelato obiettivo di fare cassa a spesa dei novelli autori.
Un vero e proprio giro d’affari questo, che viene a congiungersi con i finanziamenti pubblici all’editoria, e che di fatto ha contribuito a decretare la morte della letteratura italiana, chiudendo porte, porticine e cancelli ai giovani (in senso letterario) manovali della penna. Già, perché a questo punto non interessa più a nessuno scoprire un talento dello scrivere; interessa piuttosto scoprire se lo scrittore di turno può essere spennato per bene, facendolo illudere che il suo libro abbia tutte le carte in regola per sfondare.
Ecco che allora il meccanismo è davvero semplice quanto incredibilmente efficace. Lo scrittore, come ben sapete, è sempre alla ricerca di una casa editrice che creda in lui e lo pubblichi. Tanto che, entusiasmicamente, dopo magari qualche annetto di lavoro al pc, prende le proprie sudate bozze, ci spende un bel po’ di quattrini per farne delle copie, e inizia a proporle a destra e a manca, nella speranza che qualcuno si accorga di lui. In molti casi, le redazioni neanche rispondono, facendo venire l’atroce sospetto che la bozza sia passata direttamente dalle mani del postino a quelle del netturbino; altre invece, più cortesemente e più seriamente, dopo aver letto (forse) la bozza, rispondono e comunicano che il libro non è compatibile con la loro linea editoriale (ma le scuse sono tante e delle più disparate), magari invitando lo scrittore a scrivere qualcos’altro (e questa è già una buona cosa). Altre ancora invece cosa fanno? Be’, qualche mesetto dopo aver spedito loro la bozza, chiamano lo scrittore e gli dicono con moderato entusiasmo che sono interessati, ma che vorrebbero colloquiare con lui. Qualche casa editrice neanche spreca telefonate: invia direttamente il contratto di edizione e invita a firmarlo alle loro condizioni (quali, è presto detto). Cosa dire? Ovviamente lo scrittore pare realizzare il sogno di una vita: vedere il proprio libro pubblicato e così veder riconosciuto (anche economicamente) il proprio sudore. Del resto, sfogliando i grandi best seller (anche nostrani), spesso ci diciamo che pure noi saremmo capaci di scrivere certe banalità, dimendicandoci sempre che per arrivare a pubblicarle, ci vuole ben altro che la dote letteraria e il genio, quanto piuttosto un’incredibile fortuna o qualcos’altro. E sono soprattutto questi due ultimi elementi a fare la differenza tra uno scrittore anonimo e uno scrittore di successo.
Dicevo che la casa editrice chiama lo scrittore e gli sottolinea l’interessamento. Se non gli spedisce il contratto per posta, lo invita a contattare la redazione per discuterne i termini. Chiaramente, la prima cosa che il novello Manzoni fa è verificare che il tutto non sia un’illusione. Perciò, prendendo coraggio, chiede: “Ma devo per caso pagare, per pubblicare il libro?” Loro ovviamente sorridono sornioni e dicono: “Ma no. Non deve pagare un centesimo. Siamo una casa editrice seria noi. Non chiediamo soldi ai nostri scrittori! Sta scherzando?”.
A quel punto, pollo è chi non coglie l’occasione al volo. Così, entusiasta della fortuna che probabilmente gli sta sorridendo, l’autore fissa l’appuntamento con l’editore o con il suo segretario e già vola verso un futuro fatto di appuntamenti letterari, interviste, librerie, Premi Letterari ecc. ecc.
E via sognando, il giorno dell’appuntamento arriva. Con il cuore in gola, con la bozza sottomano, con il vestito della festa, l’esordiente si presenta all’indirizzo della casa editrice, che può essere locata indifferentemente in un anonimo appartamento in periferia, oppure in un elegante attico in centro. Entra, si accomoda e attende che il titolare lo riceva e gli garantisca fama e onore. E lui (l’editore), dopo averlo fatto attendere un po’ (mossa psicologica!), lo riceve eccome! Gli viene incontro e gli stringe la mano, sottolineando il fatto che il libro ha destato il suo personale interesse.
Così, dopo aver messo a proprio agio lo scrittore, si prodiga in liturgie lamentose sullo stato dell’editoria nostrana, evidenziando quanto questa sia in difficoltà e considerando che gli scrittori sono tanti e che la qualità è bassa. Poi, sospirando affronta l’argomento bozza e dice all’aspirante Dickens cosa faranno del suo lavoro, rimmarcando la fortuna che gli è capitata: perché non a tutti è concesso il privilegio di vedere il proprio libro preso in considerazione. Il 90% degli autori, infatti, viene scartato. D’altra parte – prosegue l’editore – la bozza necessita in ogni caso di un’attenta lettura (in alcuni casi) da parte di un loro non meglio identificato comitato. Insomma, paventa una strada non completamente in discesa, fino a dire all’autore che la decisione non è definitivamente presa e che sarà presa solo dopo il termine della lettura. Pertanto invita il novello Moccia (sic!) a non illudersi, poiché loro non sono l’Einaudi o la Mondadori e con loro non c’è da diventare ricchi.
Lo scrittore in erba naturalmente annuisce e cerca di capire le difficoltà. Non si illude, e anzi, in un certo senso inizia a essere pessimista, tanto che i sogni di poco prima cominciano a venarsi di delusione. Ma l’editore lo incoraggia: “Suvvia, non si preoccupi. La sua bozza ha destato il nostro interesse, però deve capire che prima di inoltrarci nel progetto e investire dei soldi, vogliamo essere sicuri che sia un lavoro valido. Perciò, spero avrà pazienza e attenderà qualche settimana, prima di ottenere una risposta certa.”
Il futuro Moravia capisce. “E cosa potrei altrimenti fare?”, si domanda. Così, dopo un’ultima stretta di mano, si congeda (o meglio lo congeda l’editore), sperando in una risposta positiva, che guarda “caso” arriverà dopo circa tre o quattro settimane. E il tono sarà quello di chi ha scoperto il nuovo Dante, il neo Manzoni, il novello Stephen King. Il libro ha colpito e lo scrittore urla quasi di gioia: qualcuno finalmente ha capito l’artista che c’è in lui e ha riconosciuto appieno il suo lavoro e la sua fatica, tanto da essere invitato immediatamente alla stipula del contratto di edizione che prevede un tot di compensi per ogni copia venduta e che prevede che la promozione e la distribuzione del libro siano completamente a carico dell’editore. Più di così, verrebbe da dire, non si può. E invece…
Invece l’inghippo c’è, sebbene spesso non sia scritto in nessun contratto. L’editore, dopo aver dipinto un futuro da premio letterario e da grandi case editrici, sottolinea ancora una volta al fiducioso autore che loro non pretendono soldi dai loro autori e che il suo libro è un piccolo capolavoro della letteratura moderna (il che potrebbe anche essere vero). Come già aveva detto al telefono, la sua è una casa editrice seria. E allora il novello Kafka, udendo ciò, confortato dalla prospettiva, chiede il contratto con la mano che gli prude per mettere la firma, prima che il suo interlocutore cambi idea. Ma l’editore, in verità, non ha alcuna intenzione di cambiare idea… anzi, vuole andare fino in fondo, così presenta l’agognato pezzo di carta e invita lo scrittore a leggerlo. Lui vorrebbe firmare subito, ma l’editore gli sottrae il foglio con un sorriso e gli di dà l’inaspettata mazzata: “Be’, chiaramente, signor Autore, lei dovrà acquistare almeno cento copie del suo libro a un costo agevolato pari all’80% del prezzo di copertina”.
Lo scrittore con la penna a mezz’aria sorride ebete. “Come? Non me le date gratis le copie?” chiede.
L’editore annuisce. “Be’, sì. Dieci copie le spettano di diritto (è scritto nel contratto), ma le altre le deve acquistare, altrimenti non è possibile instaurare il rapporto.”
Che fa lo scrittore, secondo voi? Potete immaginarlo: pur di vedere pubblicato il suo libro, accetta e compra le copie. Firma il contratto e continua a sognare. Peccato però che non saprà mai se la casa editrice poi abbia davvero pubblicato le duemila copie indicate nel contratto, oppure si sia limitata a stampare le cento copie da vendere all’autore. Ci vorrebbe una causa civile per scoprirlo, e la maggioranza degli autori non ha né tempo e né soldi da spendere in ricorsi giudiziari. Così, la promozione del libro rimane lettera morta, e i compensi… be’ i compensi per le vendite, siccome sono scalari – cioè l’importo per ogni libro aumenta in base al tot di libri venduti (es. 0,01 cent. a copia per vendite che non superano le cento copie vendute, 0,10 cent. a copia per vendite che non superano le cinquecento copie vendute e così via) – chiaramente saranno irrisorie, poiché senza un’adeguata attività promozionale e una opportuna e necessaria diffusione nelle librerie (che costa!!!), il libro rimane a futura memoria di parenti e amici, un monumento alla perdita di tempo.
Va da sé, infine, che a questo punto viene l’atroce sospetto che i complimenti, l’idea che il novello autore sia un nuovo Manzoni, un nuovo genio della penna, questo tipo di case editrici li riserva a tutti gli ignari autori (bravi o pessimi che siano)… con la conseguenza che il loro guadagno lo ottengono non già dalla distribuzione dei libri (che presenta notevoli spese e che dunque non conviene, tant’è che difficilmente l’autore troverà il proprio libro in una qualsiasi libreria), bensì dalla vendita degli stessi all’autore. Per fare un esempio: se il libro costa 10,00 euro, e l’autore ne deve comprare 100 copie, la casa editrice già incassa dall’autore per la stampa del libro 800 euro. Moltiplichiamo questa somma per una ventina di autori e abbiamo un importo pari a 16.000 euro.
Questa, signori, è certa editoria nostrana. Chiaramente, non tutte le case editrici piccole o grandi si prodigano in un siffatto deprecabile sistema. Moltissime sono oneste e davvero credono e investono negli scrittori che contattano: queste sono case editrici serie! Ma sono davvero poche rispetto alla stragrande maggioranza che chiede o denaro per la pubblicazione, oppure impone all’autore l’aquisto di un tot di copie per inziare e/o proseguire il rapporto editoriale. E certamente non sfugge alla cattiva tendenza anche la casa editrice che manda il contratto direttamente a casa: questa a volte è più sfacciata, poiché fa capire chiaramente che l’efficacia del contratto è subordinata all’acquisto di un tot di copie. Così, quando si deve rispedire il contratto firmato, è necessario allegare copia della ricevuta del bonifico.
Ovviamente non posso fare nomi di case editrici avezze a simili sistemi. Quello che posso solo dire è che se avete un libro da pubblicare e vi rivolgete a un editore, state semplicemente in guardia. Se vi chiede di acquistare un tot di copie dei vostri libri, allora capirete quanto quell’editore creda nella vostra opera, e questo – ribadisco – a prescindere dalla sua qualità, che potrebbe anche essere nettamente superiore al best seller di turno…

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Romanzi. Errori e sviste dell’editoria italiana

QUEI CAPOLAVORI DEL ’900 NON COMPRESI

DA CRITICA, EDITORIA E MERCATO


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di MASSIMO ONOFRI

Il libro, uno dei più mitizzati del Novecento italiano, s’intitola Le lettere ed appare nell’agosto del 1914 per l’editore Bontempelli di Roma. L’ha scritto il giovane Renato Serra, che vi tenta un bilancio generale dell’attività letteraria italiana in corso. De Roberto vi è appena nominato ( e non per il suo capolavoro, I Viceré ): ma solo un gradino più su di Beltramelli, ritenuto, sulla scorta di Croce, scrittore poco originale e faticato, epperò sincero. Anche Pirandello – che aveva già scritto alcune formidabili novelle, Il turno, L’esclusa, Il fu Mattia Pascal, I vecchi e i giovani , il saggio L’umorismo – vi figura, ma ritratto sullo sfondo, e dentro un mediocre quadretto di famiglia, tra Grazia Deledda, Amalia Guglielminetti e gli ormai dimenticati – alzi la mano chi se li ricorda: eppure, allora, godevano d’un grande successo di pubblico – Luciano Zuccoli, Virgilio Brocchi e Carola Prosperi. Il libretto di Serra ha l’indubbio e per niente piccolo merito di fare il punto anche sugli aspetti materiali, non solo estetici, della circolazione libraria, anticipando di molto quegli approcci sociologici, e di mercato, che pure sono così importanti per capire al meglio la storia culturale d’un Paese: ma il quadro dei valori che ne emerge, in pagine che scommettono sull’eccellenza dello squisito Alfredo Panzini, resta sconfortante. Non credo valga appellarsi a uno di quei principi inviolabili della ricerca storica: che, cioè, la visuale del Serra era troppo ravvicinata per rimproverargliene l’attendibilità. Basterebbe solo opporre l’esempio di Giuseppe Antonio Borgese che dal Serra, nel suo libello, viene letteralmente massacrato, il quale nel 1929 ( e dalle colonne del più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera ) non mancava l’appuntamento con due ventenni che, per di più, avevano pubblicato quasi alla macchia, mentre li consegnava per sempre a formule critiche di straordinaria suggestione: dico Mario Soldati e Alberto Moravia. Se ho citato il libro di Serra è perché resta una perfetta dimostrazione di quali e quante imprevedibili alchimie stiano a capo di quel processo attraverso cui un autore o un’opera vengono consacrati e canonizzati. Per un canone di valori che, con buona pace di Harold Bloom, resta sempre instabile e oscillante: quando è vero che persino l’immane Dante, magari su autorizzazione del Bembo di turno ( che non era certo uno qualsiasi), ne ha conosciuto, in qualche momento, l’esclusione. Alchimie, bisognerà aggiungere, che nel nostro Novecento hanno contato sulla combinazione di tre fondamentali elementi: critica, editoria, mercato. Se torniamo ai tre padri fondatori italiani del secolo scorso – Pirandello, Svevo, Tozzi -, ci si rende conto di come sia stata propria la critica, oggi così negletta, a giuocare il ruolo principale. Senza Tilgher, che pure ne fece un mezzo filosofo tedesco ( suscitando le giuste rampogne di Croce), il successo di Pirandello non sarebbe stato lo stesso. Quanto a Svevo, i cui primi due romanzi non psicanalitici – Una vita e Senilità – furono appena notati dalla sola stampa triestina, ineludibile è la domanda: senza l’intercessione di Joyce che favorì il trionfo francese della Coscienza di Zeno , e l’intervento immediatamente successivo d’un già autorevole Montale, le cose sarebbero andate come sono andate? Non dico poi di Tozzi, la cui opera ebbe come erede testamentario il solito Borgese ( che, a dire il vero, ci mise anche pesantemente le mani), per un’immagine oggi di fondamentale rilievo sperimentale e epistemologico, che tutto deve alle indagini decisive di Debenedetti e Baldacci. Si può trascurare, dentro un discorso sui capolavori contrastati del Novecento, il caso Morselli? Certamente no: visto che, a valle di quell’incolmabile frustrazione ( infinitamente procrastinata) per la mancata pubblicazione dei suoi romanzi, ci scappò persino il suicidio dello scrittore. Del resto: come poteva trovare asilo, nell’Italia di tutti gli storicismi progressivi, uno scrittore che calava la politica e l’ideologia dentro un dramma privato ed esistenziale ( Il comunista ), oppure così beffardamente controstorico da costruire un romanzo ( e un futuro) a partire dall’ipotesi d’una Prima guerra mondiale vinta, invece che dalle potenze dell’Intesa, dagli Imperi centrali ( Contro- passato prossimo), con incredibili conseguenze: e non voglio dire d’un altro libro, pure fantasticato dentro i territori della distopia, come Roma senza papa . Per certificare le ingiurie dei contemporanei ai danni del genio, s’è fatto spesso, quanto a Morselli, l’esempio del conterraneo e allora popolarissimo Piero Chiara. Oggi Morselli è celebrato dal prestigioso impegno della casa editrice Adelphi, mentre Chiara giacerebbe negletto nella sua tomba, quasi del tutto ignorato ( e assai ingiustamente), se non ci fosse stato il recente Meridiano Mondadori a riportarlo all’attenzione di pubblico e critica: questo, per dire dei ritmi inesorabili d’un pendolo che oscilla, misterioso, tra oblìo e glorificazione. Tutta colpa degli editori, allora? Forse sì e forse no, se è vero che il postumo Gattopardo , altro clamoroso caso di metà secolo e primo best seller italiano, fu certo rifiutato da Einaudi, per essere però pubblicato dalla mitica Feltrinelli gestione Bassani: laddove l’einaudiano Vittorini, per altro, come ha definitivamente dimostrato Gian Carlo Ferretti, ha molte meno colpe ( se poi ne ha davvero avute), nella censura del capolavoro, di quante una vulgata dura a morire continua ad attribuirgliene. Senz’altro no, invece, se si pensa a Stefano D’Arrigo la cui Horcynus Orca è stata di recente considerata da George Steiner, insieme a Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, il vero capolavoro della letteratura italiana del Novecento: un’opera mastodontica in cui la lingua va come in metastasi, radicalmente anticommerciale, che non sarebbe mai esistita se Arnoldo Mondadori non avesse assicurato allo scrittore, e per anni, un congruo stipendio per cui potesse lavorare in pace. Ho citato Satta, scrittore stupefacente ( nonché teorico del diritto di altissimo livello), la cui famiglia, prima di conoscere la consacrazione ( ancora postuma) adelphiana, fece molta fatica a far stampare il romanzo, che inizialmente finì nelle collane d’una casa editrice specializzata in pubblicazioni giuridiche come la Cedam. Va pure detto, però, che ci sono stati scrittori che hanno fatto di tutto per resistere agli editori che volevano pubblicarli. Ultimo, il caso di Gesualdo Bufalino, autore tra i più struggenti e significativi di fine secolo scorso: Elvira Sellerio, Leonardo Sciascia ed Enzo Siciliano, che avevano intuito il romanziere occultato nell’elegantissima prefazione che aveva redatto per un libro di vecchie foto comisane, dovettero fare di tutto, ed anche di più, per stanare il vecchio e renitente professore. Ne sarebbe uscito quel gioiello che è Diceria dell’untore. Chiudo con un accenno a un caso controverso e che riguarda l’unico scrittore esplicitamente filonazista che l’Italia repubblicana abbia mai avuto: mi riferisco al Dante Virgili di La distruzione , su cui Antonio Franchini ha scritto un libro bellissimo e pieno di sensi di colpa, Cronache della fine, cui rimando. Capolavoro assoluto o monumento d’ignobiltà, questo di Virgili? Difficile rispondere se, alle sue spalle, e pronto a schiacciarlo, aleggia il fantasma di Céline con tutti gli equivoci ( tra immoralismo estetico e moralismo eticizzante) che il suo caso ha generato, proprio quando un giovane ebreo americano naturalizzato francese, Jonathan Littell, con un libro di quasi mille pagine scritto dal punto di vista di un ufficiale delle Ss, ha offerto il suo contributo, ad accrescere, con la confusione, anche la nostra incertezza.

Copyright (c) Avvenire 23 agosto 2009

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La scomparsa di Rienzo Colla

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RIENZO COLLA, UNA «LOCUSTA» PER DON PRIMO

di MARCO RONCALLI

Complici forse il clima vacanziero che distrae e la riservatezza che ne ha sempre avvolto l’agire pur operoso, la notizia della morte di Rienzo Colla, 88 anni, sabato in un ospedale di Vicenza, non ha avuto ancora il giusto risalto. Ed è un peccato, perché si tratta dell’addio non solo di un patriarca delle lettere vissuto nella libertà, ma di una delle figure più singolari di laico cattolico o di cattolico laico attento alla profezia. Un uomo cresciuto fra i migliori intellettuali credenti o non credenti, oltre che un piccolo­grande editore, tanto schivo e umile quanto lungimirante e combattivo, il cui marchio si è identificato con la sua persona come raramente è successo (viene in mente, fatte salve le differenze, Charles Péguy con i ‘Cahiers de la quinzaine’).

Della sua piccola casa editrice è stato infatti il fondatore, il direttore, il redattore, il correttore di bozze, il magazziniere, lo spedizioniere… Lui ad inventarne il nome aprendo il vangelo e imbattendosi nei versetti in cui Marco parla della dieta di Giovanni il Battista: «Locuste e miele selvatico». Metafora di un cibo con cui ha nutrito generazioni di lettori affascinati da un catalogo che, forse come nessun altro, porta anche solo un titolo sbagliato. Ed è normale per il ricordo – ora che lui ha lasciato il suo appartamento pieno di libri in Contrà Mure Porta Castello, per entrare nella casa del Padre – attaccarsi a ciò che ha saputo dare, quei libri piccolo formato, dalla copertina bianca avvolta da carta velina, il titolo rosso… Appunto questo cibo originalissimo, quasi un unicum in tempi di fast food anche editoriale, sotto oltre trecentocinquanta titoli. Ma qui i numeri non contano, valgono invece gli autori e, soprattutto, la fedeltà a quel simbolo biblico­zoologico diventato sigillo e garanzia di una produzione che spazia dalla spiritualità alla saggistica, alla poesia.

Un catalogo dove saettano i nomi di Turoldo, Bernanos, Wiechert, Mounier, Merton, Lazzati, Maritain, Balducci, Carretto, Rahner, Giovanni XXIII, Péguy, Bloy, Martin Luther King, Guardini, Milani, Mauriac, Croce, Julien Green, Böll, Illich, La Valle, Waugh, Cocteau, Barth, Bo, Rebora, Saba, Angelini, Papini, Simone Weil, Pasolini, De Luca … Tutti lì, mai casualmente, dopo il primo emblematico titolo «La parola che non passa» di Mazzolari. Proprio lui, il parroco di Bozzolo accanto al quale ora Rienzo continua a vivere – come ha scritto lunedì nel suo telegramma di lutto l’amico monsignor Loris Capovilla -, era stato all’origine di questa avventura editoriale durata tutta la vita. Rienzo aveva conosciuto don Primo nel ’39 quando nessuno voleva stamparlo e dargli il necessario imprimatur.

Lui ci riuscì, anche se l’autorizzazione ecclesiastica prima concessa dalla curia venne poi ritirata per le troppe esagerazioni e… l’attenzione ai lontani. Sarebbe stata solo la prima di una serie di tribolazioni. «Stiamo uniti per non perderci [...]. E preghi per chi passa da tribolazione in tribolazione per rendere testimonianza alla verità», scriveva in una delle prime lettere a Rienzo don Primo, oggi nel catalogo della Locusta con decine di titoli. Si tratta di una delle lettere pubblicate, ma i carteggi ancora inesplorati del piccolo-grande editore contengono certamente altre sorprese e l’archivio della Locusta potrebbe riservarne molte ancora di grande interesse: lo segnalava in un convegno recente Annibale Zambarbieri, sottolineandone – al momento – le difficoltà d’accesso per gli studiosi. Ma questa è un’altra storia.

Copyright (c) Avvenire 23 luglio 2009

Duecento anni fa nasceva Braille

BRAILLE. QUANDO LE LETTERE SI ILLUMINARONO

braille

di Riccardo Maccioni

ANNIVERSARI – Duecento anni fa nasceva l’inventore francese dell’alfabeto che ha aperto a milioni di ciechi le diverse strade della cultura. Un sistema di lettura e scrittura tattile, basato su sei punti, usato anche per i calcoli aritmetici e le partiture musicali. Ma oggi i suoi traduttori sono pochi.

Sulla sua tomba nel Pantheon di Parigi, una semplice frase: « E fu la luce » . Raramente una definizione è stata più appropriata. Louis Braille non è stato solo un inventore geniale, ma un apripista, il chiavistello per far uscire i ciechi dall’isolamento, un buio che rende ancora più scura l’ombra negli occhi. Grazie al suo sistema di lettura e scrittura tattile infatti milioni di persone hanno potuto incontrare un’immagine, illuminare un volto, scoprire le pagine fino ad allora « vietate » a chi non poteva vederle.

Per la sua invenzione il figlio del sellaio di Coupvray, di cui quest’anno si celebra il bicentenario della nascita, prese le mosse da un’idea di Charles Barbier de La Serre, ex capitano di artiglieria che aveva realizzato un sistema per leggere al buio i messaggi cifrati. Si basava sulla combinazione di dodici punti incisi su un cartone. Lavorando giorno e notte su quel modello iniziale, preda di una sorta di irrefrenabile febbre, Braille riuscì a realizzare la sua « rivoluzione » . Il nuovo alfabeto cui avrebbe dato il nome, si basava sull’uso di sei punti disposti su tre linee di due punti ciascuno. Ottenne così 64 « segni » in rilievo, sufficienti per coprire l’intero alfabeto.

Malgrado le difficoltà iniziali, è nota la gelosia di Dufau il direttore dell’Istituto per ciechi dove Braille viveva, il nuovo metodo prese rapidamente piede trovando in breve applicazione anche per i calcoli aritmetici e nelle partiture musicali. Dopo il manuale del sistema ( 1829), nel 1837 vide la luce il primo libro scolastico, una storia di Francia in tre volumi, e nel 1878 il Congresso internazionale di Parigi dichiarò il Braille codice ufficiale di scrittura e lettura per non vedenti in tutti gli Stati.

Anche una storia fatta solo di gioia e successi, l’ultimo è l’applicazione delle nuove tecnologie, ha però una sua zona grigia. Di quelle che zavorrano i tesori di cui non sappiamo più riconoscere l’eccezionalità. Il grido d’allarme è italiano: mancano traduttori, sempre meno persone sanno trascrivere in braille. « Non si tratta di un passaggio meccanico da un codice all’altro – spiega Cecilia Trinci responsabile tecnico della Stamperia Braille di Firenze, l’unico centro totalmente pubblico del nostro Paese -, ma di calibrarsi su un linguaggio che parla alla mano, non agli occhi . Ci vogliono conoscenze e competenze specifiche » . Il problema riguarda tanto le professionalità che, soprattutto, le risorse economiche. « Mancando una formazione strutturata – prosegue Trinci -, la continuità viene garantita dal passaggio di competenze. Le ‘ consegne’, le capacità vengono trasferite da uno specialista all’altro in modo estemporaneo».

Un processo « artigianale » che oggi è messo in crisi. « La Regione Toscana per attivare corsi di formazione, ha bisogno di posti di lavoro liberi. Che specie in questo tempo di crisi, non ci sono » . A rischio sono soprattutto ruoli di altissima specializzazione, a cominciare dai musicisti- trascrittori. « Più che le persone – spiega Pietro Piscitelli presidente della Biblioteca italiana per ciechi Regina Margherita di Monza – mancano i fondi. Calcolando i centri collegati alla nostra struttura, in Italia si arriva a circa 300 trascrittori. Il problema è la mancanza delle risorse da destinare alla loro attività » . Piscitelli elenca articoli di legge e commi.

« Nel triennio in corso la finanziaria prevede, per la nostra Biblioteca, un taglio del 34% quest’anno, del 24% nel 2010 e del 42% nel 2011. Significa metterci in ginocchio » . Per questo gli enti che lavorano per i ciechi avevano deciso una protesta ad oltranza dal 23 giugno a metà luglio. Misura che è stata sospesa. « Il governo si è impegnato a garantirci l’applicazione del comma che disciplina i centri qualificati come enti di assistenza, che sono esenti dai tagli. Aspetteremo fiduciosi fino a settembre, poi nel caso, faremo partire la protesta. Ad ogni modo i contributi alla Biblioteca nei primi 6 mesi del 2009 hanno subito un taglio del 34%. In un anno sarebbero 1milione 310mila euro in meno su un contributo totale di 4milioni » . Per fronteggiare la crisi si pensa alla cassa integrazione per i dipendenti, 50 tra interni ed esterni, e a ridurre la produzione dei testi scolastici, sia in Braille che ingranditi per ipovedenti. « In mancanza di correzioni, circa 200 studenti rischiano di non avere libri su cui studiare » .

Proprio il servizio alla scuola è la voce principale della Biblioteca italiana per i ciechi, la più importante del nostro Paese, con un patrimonio librario di oltre 50mila titoli. « Siamo impegnati innanzitutto nell’integrazione scolastica dei nostri ragazzi, che portiamo avanti anche grazie a 16 centri di consulenza tiflodidattica ( cioè riguardanti i non vedenti ndr). La scuola ‘ normale’ da sola non ce la fa » . In mancanza di aiuti anche questi supporti rischiano la penalizzazione. « Nel nostro centro di Firenze – aggiunge la Trinci – lavorano dodici persone, realizziamo circa 200 mila pagine all’anno, dai testi scolastici alle mappe per l’accessibilità agli alberghi. Ci vorrebbe più personale, ma le assunzioni sono bloccate » . E l’informatizzazione può risolvere solo in parte il problema. « Diciamo che integra il lavoro dell’uomo – spiega Trinci -. Il computer agevola ma non sostituisce la competenza del trascrittore, che deve per esempio decidere come organizzare la pagina, per renderla leggibile dalla mano » .

« L’informatica, i software – aggiunge Piscitelli – ci permettono di accelerare i tempi di trascrizione ma del Braille non si può fare a meno. Sarebbe come chiedere a un bambino di rinunciare alla penna per imparare a scrivere » . Braille due secoli fa ha acceso una luce che guida ancora milioni di ciechi. Il problema è non farla spegnere. Cecilia Trinci, responsabile della stamperia di Firenze, l’unica pubblica: «Serve maggiore formazione per tradurre questo linguaggio». Pietro Piscitelli, presidente della Biblioteca per non vedenti di Monza: «In Italia abbiamo 300 trascrittori però mancano ancora finanziamenti adeguati»,

CHI È Il ragazzo senza vista che insegnò a leggere con le dita

Louis Braille nacque il 4 gennaio 1809 a Coupvray, piccola cittadina francese non lontana da Parigi. Il padre era un sellaio e proprio giocando nell’officina del padre, all’età di tre anni si ferì gravemente all’occhio sinistro. L’infezione che ne derivò gli fece perdere la vista da entrambi gli occhi. All’età di 10 anni venne accolto nell’Istituto dei Ciechi di Parigi fondato nel 1786 da Valentin Haüy, inventore tra l’altro di un rudimentale sistema di lettura tattile. Malgrado la vita nell’istituto non fosse per nulla semplice Louis si dimostrò sveglio, intelligente e socievole. Divenne anche un abile organista, tanto da essere spesso richiesto in varie chiese per le cerimonie religiose. Il primo progetto del suo rivoluzionario sistema di lettura e scrittura nacque dall’incontro con Charles Barbier de La Serre, un ex capitano di artiglieria che aveva realizzato un sistema per leggere al buio i messaggi cifrati. Nel 1829, intanto due anni prima era entrato nel corpo docente dell’Istituto, Louis completò la sua invenzione. Di lì a poco ideò anche un’estensione del metodo per la matematica ( Nemeth Braille) e per le note musicali ( Codice musicale Braille). Morì il 6 gennaio 1852, a 43 anni appena, vittima della tisi. Nel 1952 a un secolo esatto dalla morte, il suo corpo è stato trasferito nel Pantheon di Parigi, dove riposano i grandi di Francia. Malgrado la statura del personaggio non sono molte le sue biografie in italiano. Simpatico il volumetto per ragazzi di Jakob Street: « Louis Braille. Il ragazzo che leggeva con le dita » ( pagine 104, euro 9,30) edito da Filadelfia. ( R. Macc.)

Copyright (c) Avvenire 26 luglio 2009