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Celestino cercatore di Dio

di ARDEA MONTEBELLI

Papa Benedetto XVI nella sua recente visita a Sulmona, a conclusione dell’anno celestiniano, definisce Celestino: “cercatore di Dio”, colui che esprime pienamente la perenne tensione dell’uomo verso l’Assoluto. Nel silenzio degli eremi abruzzesi Celestino riesce a percepire la voce di Dio. La sua straordinaria esperienza religiosa ha guidato il mio lavoro sugli eremi, un percorso dell’anima estremamente affascinante dove fotografia e poesia tendono ad un’unica meta: la ricerca della verità. Il titolo della mostra fotografica e del relativo catalogo “Celestino V-il gran segreto del cielo” sintetizza il mio rapporto con la spiritualità di Papa Celestino e con i luoghi dove egli è vissuto gran parte della sua vita. Sono convinta che sia stato lui stesso a guidarmi nel lunghissimo percorso affinché la mia ricerca non rimanga un’esperienza solitaria ma coinvolga, oggi più che mai, il maggior numero di persone.

Sono rimasta umanamente e spiritualmente affascinata dalla figura di Celestino, un cristiano coerente, tenace, inflessibile, determinato fino alle estreme conseguenze. Egli si offrì a Dio fin da fanciullo e fino alla morte fu solo ed esclusivamente di Dio e di nessun altro. Mite, distaccato dalle cose terrene, non aggressivo, non avido di ricchezze, disprezzò il potere ed amò profondamente le cose semplici e pulite che la natura ci offre. Ignazio Silone nell’opera “L’avventura d’un povero cristiano”, descrive Celestino per bocca del suo confratello fra Bartolomeo: “come un uomo semplicemente meraviglioso. Chi lo sentiva cantare nelle ore meno prevedibili della notte le lodi al Creatore; chi lo vedeva giocare e conversare con gli animali meno addomesticabili, come una volpe, una serpe, altre bestiole della montagna; chi lo vedeva pregare, scopriva come fosse un uomo felice, un uomo con l’anima in pace. Lo stesso monte Palleno, dove erano rifugiati in quel primo tempo, sembrava trasfigurato. La montagna era spesso avvolta da una luce limpida che non si é più rivista in nessun luogo. Il modello di vita proposto da Celestino potrebbe essere utile per segnalare, soprattutto ai giovani, la possibilità di altre vie per la felicità terrena.

Celestino V è stato grande perché è stato capace di sognare il cielo, sempre. Ed un pezzetto di cielo c’è nel cuore di tutti noi, brilla gioioso negli occhi dei bambini, si fa spazio di bellezza sconfinata nelle verdissime montagne della Maiella (che Francesco Petrarca definì “Domus Christi”) e del Morrone.

E guai se manca il cielo nel cammino della vita. La terra senza cielo si fa fango; ma la terra con il cielo, diviene giardino. Il cielo è tutto, perché ravviva i colori, che già ci sono nelle cose; ma senza il cielo, ogni colore si spegne e tutto resta nel buio e nel grigiore. Celestino ebbe il coraggio di volare nel cuore di Dio, spogliandosi del superfluo.

Il coraggio di vivere da figli perdonati:

La Perdonanza è il gesto più famoso e più dolce di papa Celestino. Infatti ha concesso, in occasione della sua incoronazione, il 29 agosto 1294, che tutti quelli che attraversano la porta della Chiesa di Collemaggio, potessero ricevere l’indulgenza plenaria, a patto che si fossero confessati ed avessero chiesto perdono dei loro peccati.

La concedeva a tutti, non solo a chi pagava. La perdonanza non per chi è ricco, ma soprattutto per i più piccoli e poveri. É la compassione che ha sempre caratterizzato il cuore di Pietro da Morrone, vicino agli umili, alla gente di campagna, alle persone fragili e provate dalla vita. Indica cioè che nella vita la soluzione di tutti i nostri conflitti interiori ed esterni la troviamo nel perdonarsi a vicenda, mettendo da parte i rancori e le rabbie.

Il coraggio di sentirsi liberi, obbedendo al proprio cuore:

La vita eremitica di san Celestino ci insegna quanto sia importante e preziosa la libertà, dono che Dio ha fatto a tutti gli uomini. La libertà si ottiene mediante l’amore alla vita e la cura degli altri che, tradotti, diventano preghiera di gratitudine e servizio. Celestino V era un uomo che credeva fortemente nella libertà, altrimenti non avrebbe rinunciato al potere del papato! Nonostante fosse stato chiamato a dare stabilità alla Chiesa in quel periodo, non rinunciò alla sua libertà! Questa è la storia della sua tenacia e di come conquistò quella libertà che lui cercava, a cui apparteneva: essere libero nel cuore ad ogni costo.
Proprio come un graffito scritto sulla parete della sua grotta, il bisogno di sentirsi libero gli procurò la forza di volontà che lo ha aiutato a ribellarsi alle avversità, al potere, credendo saldamente nel sogno di santità.

Il coraggio di pregare, come ala che permette di volare:

Pietro del Morrone diventò un appassionato cercatore del cielo, cioè di Dio, nella preghiera e nel silenzio.

Il coraggio di tuffarsi nella bellezza del creato:

Questo dono è preziosissimo, sempre più. Liberi e pieni di amore verso i fratelli e verso la Creazione! Un vero regalo che ci fa san Celestino. Lui che ha sempre amato la natura, ha scelto luoghi difficili ed eremi immersi nel verde, con panorami meravigliosi e scenari intatti di bellezza verginale. É veramente un santo che ci aiuta ad amare il creato.

Celestino fu un buon cristiano che, secondo la regola Benedettina, ordine al quale appartenne, non antepose mai nulla all’amore di Cristo. Sono immensamente grata al santo eremita per essermi stato preziosa e generosa guida nel luminoso percorso dell’anima, concedendomi di sentirlo amico.

*

Mostrami, Signore, la tua via
perché nella tua verità io cammini.
(Sal 86, 11)

“Gli dice Pilato
che cos’è la verità?”
(Gv 18, 38)

Che cos’è la verità?
Un abisso che si veste di metafore,
il lungo abbandono del cuore
in attesa di un segno finale,
quel soffio che salva
come un grido di sollievo.
Nel volgere ignoto
di un respiro di luce
l’ultima conoscenza
pare scandire:
la morte,
la vita.

Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perchè sei tu il Dio della mia salvezza.
Sal (25, 5)

Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”.
Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo
io sono nato e per questo sono venuto nel mondo:
per rendere testimonianza alla verità.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.
(Gv 18, 37)

Come non fuggire
al fragore che si abbatte sulla terra
e ci spinge
in luoghi senza consapevolezza,
lacerati sempre più in fretta
da inutili verità?
Nei volti, nelle attese
la traccia della rivelazione
dissolve il vuoto della coscienza.
Lo udremo mormorare
tra le foglie
il senso delle cose
rapiti dalla bellezza.

Al di sopra di tutto questo prega l’Altissimo
perché guidi la tua condotta secondo verità.
(Sir 37, 15)

Se diciamo che siamo in comunione con lui
e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non
mettiamo in pratica la verità.
(1Gv 1, 6)

Inesorabile e bugiardo
il male s’insinua nell’intimo,
offre tracce di alleanze
a lungo contemplate
nelle oscure caverne dell’anima.
Ma il cielo ci cattura,
il gran segreto del cielo
che respira lo stesso fiato leggero
ci guarda continuamente
da ogni più remoto angolo.

 

(c) Ardea Montebelli – all rights reserved

Madre Teresa e il paradigma delle Beatitudini

Al piano terra della Mother House, la Casa Madre delle Missionarie della Carità, nella Lower Circular Road di Calcutta, c’è la cappella semplice e disadorna dove dal 13 settembre del 1997, dopo i solenni funerali di Stato, riposano le spoglie mortali di Madre Teresa. Fuori, nel fitto dedalo di viuzze, i rumori assordanti della metropoli indiana: campanelli di risciò, vociare di bimbi, lo sferragliare di tram scalcinati attraverso i gironi infernali della miseria. Dentro, invece, il tempo sembra fermarsi ogni volta, cristallizzato in una specie di bolla rarefatta. La cappella accoglie una tomba povera e spoglia, un blocco di cemento bianco su cui è stata deposta la Bibbia personale di Madre Teresa ed una statua della Madonna con una corona di fiori al collo, accanto a una lapide di marmo con sopra inciso, in inglese, un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”(Gv 15,12). Pellegrini da ogni parte del mondo vengono tutti i giorni a visitarla, persone di ogni credo e ceto sociale che giungono qui, nel cuore di Calcutta, per pregare e, spesso, per trovare una qualche risposta ai loro problemi esistenziali. Una risposta alle grandi domande che agitano il cuore degli uomini e delle donne del terzo millennio, a cui né scienziati, né sociologi ed opinion leaders sanno fornire concrete spiegazioni… [continua]

Teresina è uscita dal gruppo

therese13di SIMONA LO IACONO

Ci sono vite che si chiudono in un guscio di noce. Che a guardarle dentro fai fatica ad afferrarle. Masticandone il gheriglio puoi sentirne il gusto mieloso, che trapunge la lingua d’un aroma dolce.

Sono piccole vite. Non le coglieresti neanche se il vento non ti rimandasse il suono dei rami in cui si annidano, se l’alba non le illuminasse assecondandone l’ombra. Le dimenticheresti se la natura non se ne facesse carico. Hanno piccole storie. E tuttavia talvolta accade.

La noce si schiude. Lascia affiorare la polpa. Semina silenziosamente altri semi. Non si arresta, ma s’impianta ritta a sfida del tempo.

Frutti così non sono solo delle piante. A volte è la tramatura dell’esistenza a darceli, a farli rotolare tra noi maturi, già sazi. Già pronti a riprodursi. Quando accade, quando piccole vite sostano tra le nostre, ecco, è perché hanno un tempo breve ma molto coraggio.

E’ perché la benevolenza di quella piccolezza si inerpichi sulla nostra umanità restituendocela umile ma forte.

E’ così che Teresa Di Lisieux affiora dalle pagine di Maria Di Lorenzo. E’ così che viene dipinta ed evocata: una vita che potrebbe essere contenuta da un guscio di noce. Nel suo “Teresina è uscita dal gruppo”, infatti, la santa viene raccontata attraverso la sua piccola esistenza. Un’infanzia subito assediata dal dolore per la perdita della madre. Una crescita che si snoda tra malattie gravi e tepore casalingo, sulle ginocchia di un padre irrobustito da una potente vocazione e quattro sorelle che voleranno presto tra le grate della clausura. Giochi semplici e un grande sospiro: il cielo, amarlo in tutto, essere tutto, volere tutto.

Teresina capisce presto che la strada per le altitudini è quella che si nasconde. Quella che canta in segreto. Quella che nel minuscolo regno della farfalla o di uno stelo d’erba coglie la potenza e l’immensità del cuore di Dio.

Si decide risolutamente a uscire dal gruppo. Apparterrà a quel cuore. Lo sovrapporrà al suo. Sarà – essa stessa – il cuore di Dio.

Nello slancio che la anima c’è tutta l’irruenza della santità, tutto il non detto dei desideri più amati. Non è uno slancio incomprensibile. E non è neanche lontano da noi, da noi che cerchiamo l’origine dei sogni in posti talvolta sbagliati, o che crediamo di trovarli per poi restarne delusi.

Maria Di Lorenzo ne è consapevole e alla narrazione della vita della santa alterna lettere di uomini, donne, adolescenti. Tutti in ricerca di una felicità vagheggiata e mai afferrata, di una pienezza il cui ricordo si perde nell’incavo dell’anima, di una domanda, di una risposta. Di un “senso”.

Teresina non ha avuto bisogno di una vita molto lunga per trovarlo. Né di oggetti o abiti, di un lavoro o di una famiglia. Non ha avuto niente di ciò che noi chiamiamo felicità e che – come la felicità – ci manca. Eppure è svolata tra le altitudini che contemplava senza paura. Ha affondato il viso nella galassia che la sovrastava senza neanche alzare lo sguardo.

Ha guardato in basso, Teresina, quando è uscita dal gruppo.

Copyright © Simona Lo Iacono

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La recensione di Simona Lo Iacono è pubblicata dal periodico “La voce dell’isola” (21 Giugno 2008).