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Giuseppe Catozzella, parole più forti delle pietre
Milano brucia. E con lei l’Italia intera. Brucia. Se voltiamo la testa dall’altra parte. Se non spezziamo la catena del silenzio. Ci sono parole da scrivere che quando sono scritte sono più forti delle pietre.
Da pochissimi giorni è uscito Fuego (Feltrinelli Editore), il nuovo importante libro di Giuseppe Catozzella. Arriva dopo Alveare, e se voi avete letto Alveare sapete già di che cosa sto parlando. E sapete anche quanta passione civile, quella da cui tutti noi dovremmo essere contagiati, è animata la scrittura di questo giovane e bravo autore.
Penso che il nostro Paese abbia più che mai bisogno di autori come Catozzella, che sanno guardare in faccia la realtà e raccontarla: per troppo tempo infatti abbiamo vissuto come addormentati nelle nostre comode nicchie, adesso è venuto il momento di svegliarci, e di riprenderci la vita. Nell’esercizio della legalità. [continua]
Ho vissuto più di un addio
Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza. E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte. Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber. [continua]
Un anno dopo: Giuseppe De Carli
“Lei si chiama Maria, vero? Io sono Giuseppe… Se non ha niente in contrario, pensa che potremmo darci del tu?”. Sono le prime parole che il vaticanista Giuseppe De Carli, affermato volto e “microfono” storico del TG1, rivolgeva a una giovane collega che allora, molti anni fa, era praticamente agli esordi nel campo della comunicazione religiosa. Gentile, misurato, senza fronzoli, ma dotato di grande carica umana e di inesauribile passione per ogni cosa che faceva, una passione che sapeva farsi contagiosa e coinvolgere nel profondo anche gli altri, come ben sa chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Così chi ora scrive queste note ricorda il giornalista e scrittore Giuseppe De Carli prematuramente scomparso il 13 luglio di un anno fa… [continua]
Terza Festa del Libro di Ostia
Il 20 e 21 novembre 2010 si svolgerà presso la parrocchia di S.Monica la terza “Festa del libro e della lettura ” di Ostia,organizzata dall’Associazione culturale onlus “Clemente Riva”. Migliaia di libri a disposizione ad offerta libera per raccogliere fondi in favore di alcune realtà di volontariato: la Caritas di S.Monica, “Seconda Linea Missionaria ” ,“Ostia per l’Africa ” e il Centro per la Vita di Ostia.
Leggi tutto il programma sul sito: http://festadellibrodiostia.wordpress.com
Questo nonnulla che ci impegna la vita
di MARCO GUZZI
Siamo entrati in una grande crisi economica che durerà sicuramente per diversi anni. Poiché la nostra società comprende quasi esclusivamente il linguaggio dell’economia, è chiaro che la sua crisi, che ha ben altre e ben più profonde radici, debba esprimersi con forza proprio su quel piano. In realtà questa crisi economica proviene da una incredibile povertà di idee, di vitalità culturale in senso forte. La fecondità e l’autentico sviluppo economico, infatti, dipendono e discendono dalla forza inventiva dei popoli, non la producono.
E questa depressione culturale deriva a sua volta dallo stato psichico e spirituale semicomatoso in cui stagna la nostra civiltà europea e occidentale. Le grandi crisi però sono momenti molto favorevoli per l’evoluzione spirituale dei popoli. Possono esserlo. Dipende da noi. Siamo costretti a tornare all’essenziale. A diventare più seri.
Nelle difficoltà scopriamo a volte che ciò che conta nella vita è spesso assolutamente invisibile, inapparente: è cioè il clima interiore in cui parliamo con i nostri figli o con nostra moglie, lo stato d’animo con cui lavoriamo o affrontiamo le complessità dell’esistenza o guardiamo un fiore. Non ciò che possediamo, non i titoli di cui possiamo ammantarci, e dentro i quali finiamo per nasconderci e perderci, e nemmeno ciò che facciamo: imprese più o meno faraoniche, viaggi intercontinentali, o campagne napoleoniche, magari nel mondo dello spettacolo o degli affari o della politica.
No, ciò che conta è un nonnulla, un alito che scalda, l’anima, un soffio, l’aura che si effonde da te, e che o cura o ammala.
Solo di questo dovremmo occuparci: le persone intorno a me stanno bene? crescono felici? cosa dò da mangiare alle persone che incontro? cosa sono io per loro: un antidoto o un veleno? E occuparci seriamente di questo nonnulla ci impegna per tutta la vita. Semplicemente rendendoci felici. Il resto poi: mangiare, dormire, vestiti, e case e campi, tutto il necessario cioè ci è dato in sovrappiù.
Che questa crisi ci aiuti dunque a comprendere la nullità di tante scene mondane, la miseria di tutti questi personaggi da avanspettacolo. Che la crisi incrini e faccia crollare le torri di Babele in cui tanto spesso restiamo incarcerati. E io credo da sempre che in questo processo di revisione critica e di ricominciamento un ruolo cruciale e sostanziale lo svolgano le donne.
(c) Marco Guzzi – all rights reserved
Sulla giustizia – di Maria Gisella Catuogno
Dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario mi è sempre parso il più complesso e sacro.
Non che il legislativo e l’esecutivo siano uno scherzo, per carità, ma GIUDICARE, ergersi a giudice di qualcuno per deciderne il futuro, l’assoluzione o la condanna e, in quest’ultimo caso, le modalità di pena e di redenzione, rappresenta, ai miei occhi, quanto di più sublime e terribile al contempo, può compiere un uomo su questa terra. Da qui, il rispetto, l’ammirazione, lo sgomento, anche, direi, che provo nei loro confronti: che responsabilità enorme portano sulle loro spalle, che fardello unico e indivisibile! A loro spetta l’ultima parola, loro possono/devono decidere e la solitudine, credo, sia una loro fedele compagna.
I giudici che poi, in questo nostro bellissimo e disgraziato Paese, hanno scelto di dedicare lavoro, energie, tempo e spazio privato e pubblico, alla lotta alla mafia, sacrificando la loro stessa libertà e quella delle loro famiglie, rischiando giornalmente l’incolumità e la vita, incarnano, secondo me, il vero eroismo. Che è quello di chi esercita il proprio dovere senza lasciarsi intimidire pur consapevole dei rischi enormi, spesso mortali, a cui può andare incontro: come Giovanni Falcone che riesce a penetrare i misteri di Cosa Nostra, grazie agli incontri con Tommaso Buscetta, il superpentito, che raggiunge più volte in America. E’ in seguito a questi colloqui che si dirada la nebbia fitta che avvolgeva l’organizzazione criminale; si capisce che la mafia siciliana ha la struttura di una cupola e che non è invincibile.
La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. Dall’esperienza nasce il pool antimafia palermitano, guidato da Rocco Chinnici, che vede affiancare a Falcone, tra gli altri, il collega e caro amico Paolo Borsellino. Chinnici perderà la vita nell’83, per una Fiat 127 imbottita di tritolo destinata a lui, ma il pool continuerà ad operare alacremente.
E in un’intervista di vent’anni fa, ancora purtroppo straordinariamente attuale, Borsellino individuava nel rapporto mafia-politica e nella rinuncia da parte di certi giudici ad affrontarlo, il nodo gordiano dell’intera problematica: L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.
Dal lavoro del pool scaturisce tra l’ ‘86 e l’ ‘87 il maxiprocesso che porta alla sbarra, nel capoluogo siciliano, più di quattrocento persone. A meno di due mesi l’uno dall’altro Falcone e Borsellino sono assassinati, insieme alle rispettive scorte e alla moglie di Giovanni, Francesca Morvillo. Davvero, quelle due date, 23 maggio e 19 luglio 1992, fanno piombare l’Italia onesta nel lutto e nello sgomento e fanno gridare a un altro magistrato, Antonino Caponnetto, straziato dal dolore, E’ finità, è finita..
Appena due anni prima, il 21 settembre 1990, un giudice di soli trentott’anni, Rosario Livatino, era stato ucciso sulla SS 640, mentre si recava, senza scorta, in tribunale. A fermare la sua vita erano stati quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina. Livatino, detto il giudice-ragazzino, per la giovane età, ventott’anni in cui diventa magistrato, si era subito distinto per l’impegno profuso in quella che lui considerava una missione da compiere, riuscendo a venire a capo di quel sistema di corruzione che avrebbe preso il nome di Tengentopoli Siciliana. Livatino, attraverso lo strumento della confisca dei beni, infligge duri colpi alla mafia ed entra inevitabilmente nel loro mirino. Non c’è scampo, purtroppo.
Quella che segue è la testimonianza del suo professore di Liceo, Giuseppe Peritore. La lettera del giovanissimo Rosario (Sarino) che a soli ventitré anni è già laureato e scrive al vecchio insegnante per comunicargli la bella notizia e l’espressione del riconoscimento che prova nei suoi confronti, è un luminoso esempio della straordinaria sensibilità umana del neodottore.
Conosco Sarino Livatino studente nel mio corso al liceo di Canicattì, l’anno scolastico 1969-70. Mi colpisce subito la sua intelligenza e la sua sensibilità di uomo. Quando dal posto si alza e prende la parola mi entusiasma. La sua mente e la mia comunicano a livello extrasensoriale. Io faccio una lezione di storia e Rosario è vicino a me per assistermi. Come rappresentante d’istituto sono accanto a lui al colloquio orale degli esami di maturità. La terza liceo che accompagno ha un gruppo di testa di assi…ma il portabandiera è Rosario Angelo Livatino.
Universitario non mi dimentica; ci scriviamo; in lui vedo già il futuro magistrato. L’11 agosto 1975 mi scrive la lettera “bomba” per comunicarmi la sua laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. In vita mia non ho mai ricevuto, e forse mai riceverò, i riconoscimenti contenuti in questa lettera che diviene il documento più importante della mia esistenza.
Copia Lettera dell’11 agosto 1975
Canicattì, 11/8/1975
Gentile e stimato Professore,
mi sono permesso di disturbarLa inviandoLe la presente perché desidero comunicarLe questa notizia: Il giorno 9 dello scorso mese ho conseguito la laurea in Giurisprudenza con la votazione di 110 su 110 e la lode della commissione.
Perché mi sto facendo premura di farLe sapere quanto sopra? e soprattutto perché specificare il voto?
Una sciocca vanteria?
No, è ben altro! E’ il desiderio di esprimerLe, anche se in ritardo, ma in modo più concreto che con semplici parole, la mia gratitudine per quanto Ella ha fatto per me.
Le ricorderò un episodio di alcuni anni fa: in 3° liceo, ricorrendo il Suo onomastico, si pensò di dedicarLe alcune frasi “in rima” scritte alla lavagna. Un passo lo ricordo bene:
“…………………………….
nostra madre ci insegnò a camminare.
nostro padre ci insegnò a parlare,
Lei ci insegnò a ragionare
………………………………………..”
Al di là di quello che poteva essere il valore “lirico”(!) di quelle frasi, il loro contenuto era sincero volendo significarLe il nostro “grazie” per quei doni che continuamente Ella ci elargiva: la capacità critica ed autocritica; la volontà di riflettere e gli strumenti di riflessione; il desiderio di superare le apparenze per tentare di scoprire i significati reconditi; e, più di ogni altro, il gusto per la discussione, per l’incontro dialettico.
Nella nostra formazione ed educazione la sua opera di docente fu, senza nulla togliere al resto del corpo insegnante, validissimo peraltro, una sorta di “rivoluzione copernicana”: un nuovo metodo di studio, un nuovo modo di apprendere; ed oltre che nuovo indubbiamente il più esatto.
Ciascuno di noi ( mi permetto di parlare anche a nome degli altri perché idealmente li sento vicini a me in questo doveroso omaggio ) ha serbato in sé quella sorta di tesoro intellettuale ripromettendosi di farne l’uso che più fosse degno del donante.
Ed è per questo che mi sono permesso di informarLa di quanto sopra e dirLe tutto questo a distanza di tanto tempo: quel risultato da me conseguito è in parte, ed in gran parte, anche suo. Sono i suoi insegnamenti e soprattutto una sorta di “habitus” mentale che lei ha saputo crearmi giorno dopo giorno nel corso di due anni che, messi a frutto, hanno consentito il raggiungimento di quel traguardo a quel livello.
Io Le rendo noto questo mio piccolo primo successo col cuore di colui che mostra dei meravigliosi frutti a chi gli ha donato dei semi di preziosa qualità affinché questi ne gioisca e se ne senta compartecipe nel merito. Non credo di riuscire ad esternarLe pienamente il mio senso di gratitudine per quanto so di doverLe, ma si abbia ugualmente la promessa che porterò sempre i suoi insegnamenti e il suo ricordo con me.
Perdoni se l’ho importunata e voglia accettare la mia stima ed il mio affetto.
Sostituto procuratore in Agrigento, Rosario mi scrive e spesso mi manda i saluti tramite gli avvocati licatesi. La mattina dell’11 settembre 1990, la televisione interrompe i suoi programmi e con una edizione straordinaria del telegiornale comunica la dolorosa notizia del Suo assassinio. Mia moglie ed io abbiamo pianto!
(tratto dal sito di Giuseppe Peritore)
Quest’anno, nel ventesimo anniversario della morte di questo magistrato, la cui giovane vita è stata interrotta così brutalmente, suonano profetiche le parole che cinque anni fa pronunciò Don Pietro Li Calzi, parroco della chiesa di San Domenico a Canicattì: “Volevano spengere una luce, hanno acceso un faro per sempre”.
Non perché la mafia sia vicina ad essere sconfitta, tutt’altro: anzi possiamo dire che se oggi – almeno quella siciliana – uccide sempre meno, forse si deve al fatto che essa è diventata sempre più organica a molte istituzioni e che il connubio con la politica, sia livello locale che nazionale, si è accentuato. Quello che invece è sensibilmente cambiato è l’atteggiamento di tanta parte della gente siciliana, che ha imparato a contrastare l’omertà e il pizzo, e a sentire profondamente la legalità come valore irrinunciabile.
Rosario Livatino, che Giovanni Paolo II definì “martire della giustizia ed indirettamente della fede” può dunque essere annoverato, insieme Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, come uno dei grandi giusti del nostro tempo, figure esemplari, nella loro coerenza e nel loro coraggio, dell’umanità più autentica e disinteressata.
(c) Maria Gisella Catuogno – all rights reserved
Liliana Cavani e il genio femminile nella Chiesa
Riprendono dopo la pausa estiva gli appuntamenti su Flannery.it e il mese di settembre comincia con Liliana Cavani, una regista italiana di indiscutibile bravura, che parla del genio femminile e degli spazi (o non spazi) che esso ha soprattutto all’interno della Chiesa cattolica. Sono parole, le sue, precise e pungenti, che inducono a più di una riflessione sul tema. Vai al link diretto.
Un sito per Giuseppe De Carli
Da vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli aveva seguito per vent’anni Giovanni Paolo II nei suoi innumerevoli viaggi, per poi fondare Rai Vaticano, la struttura che attualmente dirigeva. Tra le iniziative più clamorose da lui pensate e realizzate «La Bibbia giorno e notte», un’idea unica e incredibile: far leggere l’intero testo sacro, Antico e Nuovo Testamento, integralmente e senza interruzioni da oltre milleduecento lettori che si sono alternati sul leggìo della chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme nell’ottobre del 2008. Nato a Milano il 18 giugno 1952, plurilaureato (filosofia, scienze politiche e il baccalaureato in Teologia costituivano il suo background culturale), De Carli è stato “la voce del Papa”, entrando nelle case di milioni di italiani con la sua voce inconfondibile e sicura, la simpatia e una passione contagiosa per la Chiesa, che ha amato e fatto amare da vero figlio di Dio. Questa voce, aggredita dal male, si è spenta per sempre ai suoni di questo mondo terreno la mattina del 13 luglio 2010 al Policlinico Gemelli di Roma. Per ricordarlo è stata appena aperta una pagina su Facebook, a cui vi invitiamo ad aderire, e un sito web per raccogliere ricordi, messaggi, testimonianze.
Nel nostro Vero Luogo
Prove tecniche di “rivoluzione” globale
di MARCO GUZZI
In questi ultimi mesi la società umana ormai globalizzata sta attraversando una crisi radicale di tutto il suo assetto economico, traballano i sistemi finanziari e mentali di un mondo costruito sulla frenesia dell’accumulo, e traballa l’impero americano che incarna al meglio questo modello di sviluppo.
Fa quasi compassione vedere gli USA dover rassicurare i creditori cinesi, e ribadire di essere ancora debitori credibili. L’America non è più l’America del mondo?
E diventerà la Cina il nostro Eldorado, questo che è l’ultimo impero comunista rimasto, con tutto il suo armamentario di violenza, di pene capitali, e di violazione continua dei più elementari diritti umani?
Trema intanto anche la terra in Abruzzo e uccide in una notte quasi trecento persone. La natura ci mostra ancora una volta il suo volto spietato, del tutto impermeabile ai nostri poveri desideri umani, ai nostri sogni, alle nostre speranze. Quasi nessuno sa dirci una parola sensata. C’è chi ancora crede che sia Dio a mandarci queste prove, un Dio sadico e bestiale, che ha fame del sangue dei suoi figli e di suo Figlio per placare la propria ira funesta. E c’è chi crede di liberarsi del problema del male semplicemente negandolo, reprimendo dentro di sé la domanda che ci fa umani: perché tutto questo?
Da tempo sappiamo che le cose su questa terra stanno andando verso una resa dei conti, e tendono ad estremizzarsi perciò, in quanto è l’intera tendenza dominante della cultura umana che si sta per rovesciare. Nel suo ultimo libro (Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi 2008) l’antropologo René Girard scrive: “Oggi la violenza è scatenata a livello planetario, provocando ciò che i testi apocalittici annunciavano: la confusione fra i disastri causati dalla natura e i disastri causati dagli uomini, la confusione tra il naturale e l’artificiale.”
Oggi è più che mai evidente che né la natura né la storia sono luoghi umana-mente abitabili. Dobbiamo imparare ad abitare in un altro luogo, nel nostro Vero Luogo, come direbbe il poeta Yves Bonnefoy, per risanare da lì, da quel luogo libero, la terra e il mondo, la natura e la storia.
Risuonano in me in questi giorni con forza inaudita, come un annuncio di liberazione e come un grido di vittoria, le parole del Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo”.
Neppure il mio regno è di questo mondo, neppure la mia più autentica realtà appartiene a questa struttura visibile di mondo. Io sono altrove. E di questa capacità umana di spostamento mentale e spirituale in un Altrove Presente dovremmo occuparci, perché soltanto questa rivoluzione interiore potrà liberarci dagli effetti devastanti della tendenza irrefrenabile alla distruzione che ormai domina in questo mondo.
E dovremmo confrontarci in modo del tutto nuovo, laico, scientifico, e moderno, con quelle tradizioni millenarie che custodiscono la conoscenza dei rapporti tra il Qui e l’Altrove, e cioè l’esperienza degli stati spirituali dell’essere umano.
Il problema all’ordine del giorno mi sembra essere questo: come possiamo risanare il Qui terrestre centrandoci nell’Altrove Presente? O, detto in termini cristologici, come procede il Regno lungo i secoli finali della storia?
Questo d’altronde è stato il tema che ha dominato l’intera epoca moderna, fino alle sue estreme controfigurazioni nel XX secolo. Ora, in questi ultimi trenta anni, sembra rimosso, ma è solo per un breve momento accantonato da menti ancora troppo deboli per affrontarlo al livello in cui ormai siamo chiamati a comprenderlo. Dobbiamo adesso riprendere il tema e sottoporlo ad appropriate variazioni.
Dobbiamo, come occidentali cristiani, più o meno credenti poco importa, comprendere che per farci portatori delle ragioni del Regno, e cioè di una pace, di una giustizia, di una libertà, e di una uguaglianza, che letteralmente non sono di questo mondo (che cioè non appartengono né al mondo della natura né a quello della storia finora conosciuta), siamo chiamati a spegnere in ogni istante la nostra mente ordinaria, e cioè in un certo senso a morire al nostro io mortale e cieco, egoista, infantile, e pronto alla reazione di attacco-difesa, e che in realtà è a fondamento di tutta l’ingiustizia e la violenza che vorremmo combattere.
Detto in altri termini: la rivoluzione di questo mondo è simultanea-mente un evento spirituale e un fatto storico. Questo è stato troppe volte dimenticato ad Occidente, producendo da una parte rivoluzioni storiche terribilmente violente e distruttive, e cioè senza carità perché senza conversione mentale, e dall’altra spiritualità della disincarnazione, della fuga dal mondo, e alla fine della sua piena legittimazione, e quindi senza giustizia perché senza conversione materiale.
Ora siamo chiamati a comprendere meglio il nesso indissolubile che lega ogni trans-formazione storica ai processi di trans-figurazione interiore, anche grazie all’incontro provvidenziale con le grandi tradizioni orientali. Qualcosa di enorme sta avvenendo nel profondo delle nostre anime. Stiamo preparando le basi di una umanità radicalmente rigenerata.
(c) all rights reserved
Svolta di respiro – Spiritualità della vita contemporanea
Antonio Spadaro
SVOLTA DI RESPIRO
Spiritualità della vita contemporanea
Milano, Vita e Pensiero, 2010
Pagine: 256 | 18,00 €
“Svolta di respiro“, l’espressione che dà il titolo al libro, è una densa e suggestiva immagine di Paul Celan per indicare l’opera del poeta, e in genere quella dello spirito: l’uomo fa proprio (‘inspira’) il mondo che lo circonda e lo restituisce (‘espira’) rielaborandolo in visioni, immagini, comprensioni della vita e del suo significato. E’ l’attività creatrice dello spirito aperto al mondo. La spiritualità infatti non appartiene a un tempo e a uno spazio separati, ma all’esperienza ordinaria del vivere, anche nei suoi aspetti più feriali.
Questa concezione delle cose ispira Antonio Spadaro nella lussureggiante spiritualità del mondo contemporaneo proposta in queste pagine. Essa si sviluppa attraverso una fitta trama di riferimenti a scrittori, poeti, teologi che hanno dato parola ai modi fondamentali con cui gli uomini si dispongono alla bellezza della vita: l’attesa, il desiderio, la sorpresa, l’innovazione, il genio, lo studio, il dubbio. L’elenco potrebbe essere inesauribile, al pari delle esperienze concrete fatte di cose, ambienti, colori, azioni quotidiane che emergono qui nel loro nitore affascinante, grazie a quella parola creativa che le strappa alla pratica opaca dell’abitudine.
“L’uomo”, ci ricorda e ci sprona Spadaro, “è chiamato a tendersi verso la freschezza del reale, è spinto a cercarla e trovarla. E’ chiamato a non indugiare disincantato su ciò che è stagnante e induce a disperare, oppure a credere che tutto finisce man mano che il tempo passa. In fondo alle cose vive una freschezza sorgiva”.
Tradizioni pasquali e riti primaverili
di MARIA GISELLA CATUOGNO
Per i Cristiani la Pasqua segna il culmine dell’anno liturgico celebrando la Resurrezione del Cristo, che è trionfo sulla morte e sul male del mondo. E’ una festa mobile, che può cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile, ossia la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, proprio all’ inizio della bella stagione, quando le ore di luce pareggiano quelle di buio e cominciano lentamente, giorno dopo giorno, a superarle, dando avvio alla metà luminosa dell’anno, da sempre considerata più propizia dagli esseri umani: inevitabile, perciò, che le tradizioni pasquali abbiano legami più o meno espliciti con i riti, di origine remotissima, che esaltavano la rinascita della natura, la fecondità, la vita stessa che si rinnova dopo la desolazione dell’autunno e dell’inverno, la metà oscura dell’anno.
Del resto, il termine inglese Easter o quello tedesco Ostern non hanno evidentemente nessuna affinità con l’ebraico pesah (“passaggio”), da cui deriva il greco paska e il latino pascha: la Resurrezione di Gesù avvenne infatti durante la “Pasqua ebraica”, che ricorda l’esodo dall’Egitto del popolo d’ Israele ma i Cristiani conservarono il nome della festività primitiva ad indicare un evento del tutto diverso da quello originario.
Easter e Ostern, invece, etimologicamente, alludono a uno scenario mitologico pagano, che proprio nei giorni dell’equinozio festeggiava il ritorno della “stella dell’est”, la divinità anglo-sassone della fertilità chiamata Eostre o Ostara, l’equivalente “nordico” delle mediterranee Afrodite e Venere e della babilonese Ishtar. Ne parla Beda il Venerabile, dotto monaco benedettino inglese, vissuto tra il settimo e l’ottavo secolo, che nel suo De temporum ratione la mette in relazione con il risveglio della vegetazione, mentre Jacob Grimm, in Teutonic Mythology, oltre a renderla generosa dispensatrice di fecondità, la collega alla luce d’oriente e all’equinozio, chiamato dai Celti Eostur-Monath e poi Ostara.
Ebbene, il tema della luce, del “fuoco” ricorre molto anche nella cultura cristiana, che si è sovrapposta a quella pagana operando con essa una sorta di convincente, ed a tratti inestricabile, sincretismo religioso. Nel suo Ramo d’oro Frazer ci parla delle feste del fuoco primaverili, che di solito iniziavano la prima domenica di quaresima: esse erano diffuse in tutta Europa, con scopo augurale e scaramantico. Intorno a tali “fuochi di gioia” si cantava e si danzava. I falò sulle colline, nelle intenzioni di chi li accendeva, dovevano propiziare la fertilità ed allontanare le congiunture atmosferiche negative, come i fulmini o la grandine e, quanto più tardi si spengevano, tanto più fruttifera sarebbe stata la terra.
In Germania, ma anche in altre parti d’ Europa e della stessa Italia, sembra che ancora oggi i contadini, in omaggio all’ antico rito, raccolgano tutti i rami secchi che trovano nelle campagne, ne facciano un grande rogo e ne spargano le ceneri sui campi, mentre i tizzoni ardenti vengono portati all’ interno delle abitazioni per scacciarne gli spiriti maligni. Da queste consuetudini deriverebbe la tradizione del grande cero pasquale, fuoco sacro per la religione cristiana, col quale il sacerdote, il Sabato santo, prima della celebrazione della Messa di Resurrezione, usa riaccendere i lumi spenti della chiesa: sul buio, simbolo del dominio del male e del peccato, trionfa la luce, emblema di vita spirituale; per questo le candele santificate da quel fuoco sono (erano) degne di essere portate a casa e custodite con cura.
Tra le usanze pasquali più diffuse e radicate c’è quella di scambiarsi le uova di cioccolato.
L’uovo, da sempre, infatti, è simbolo di creazione, di rinascita: la primavera porta gli uccelli a deporre le uova e queste, per il cacciatore e il raccoglitore di un tempo lontanissimo, costituivano una preziosa fonte di sussistenza, dopo le ristrettezze invernali. Presso molte mitologie, inoltre, l’uovo primordiale, embrione e germe di vita, è il primo essere a emergere dal caos: esso stesso emblema, per la forma, la compattezza, il valore oggettivo ma soprattutto virtuale (dal suo dischiudersi può nascere un nuovo essere), di “cosmos”.
Una tradizione ancora oggi diffusa in area germanica è la ricerca, nei giardini delle case, delle uova nascoste dal “coniglio pasquale”; in Inghilterra invece si fanno rotolare sulla strada uova sode fino a quando il guscio non si sia completamente rotto. Tali usanze hanno uno stretto legame proprio con il culto di Eostre: infatti presso i pagani si celebrava il ritorno della dea andando a scambiarsi “uova sacre” sotto l’albero ritenuto magico del villaggi, in quanto la divinità proteggeva e favoriva la fertilità di ogni aspetto della natura.
Cari ad Eostre erano la lepre o il coniglio, animali prolifici per eccellenza, che i Britanni e i Germani associavano alle divinità lunari, in quanto le aree nere della luna li rappresenterebbero. La raffigurazione della “ lepre nella luna” è presente anche in tradizioni cinesi, africane e indiane. Alcune leggende narrano infatti del sacrificio dell’animale, che si sarebbe buttato spontaneamente nel fuoco per nutrire il Buddha affamato: in seguito, per gratitudine, egli avrebbe impresso l’immagine della lepre sulla luna. In Cina “l’animale lunare” è raffigurato con un mortaio e un pestello mentre prepara un elisir d’ immortalità, gli Indiani Algonchini addirittura adoravano la Grande Lepre come creatrice della Terra.
L’antenato dell’odierno coniglio pasquale, dunque, quello che nasconde le uova nei giardini delle case perché i bambini tedeschi ne vadano gioiosamente alla caccia, era dunque la lepre di Eostre, che deponeva l’uovo della vita per annunciare la rinascita della Natura. Il cibarsi delle uova a Pasqua, all’inizio del periodo primaverile, diventa così un rito di partecipazione alla resurrezione, mentre l’usanza di colorarle diversamente, prima di posarle su un cestino di vimini, anch’esso abbellito da nastri e fiocchi, per portarle a benedire in chiesa, è un probabile riferimento alla deposizione di uova differenti da parte delle diverse specie d’uccelli.
La stretta connessione tra consuetudini pasquali, ancora oggi vive, e i remoti riti primaverili si riflette nei “giardini” del Sepolcro di Cristo, tipici del Venerdì santo di molte località, che appaiono una rilettura in chiave cristiana degli antichi e pagani “giardini d’Adone”. Dopo l’equinozio di marzo, si celebravano nel mondo greco le feste Adonie, che ricordavano la resurrezione di Adone, bellissimo giovane amato da Afrodite. Nella sua infanzia la dea lo nascose in una cassa che consegnò a Persefone, regina del mondo sotterraneo; ma quando Persefone aprì la cassa e vide la bellezza del bambino, si rifiutò di renderla ad Afrodite, malgrado la dea in persona fosse scesa agli Inferi. La disputa fu placata da Zeus, il quale stabilì che Adone abitasse con Persefone nel mondo delle tenebre, per una parte dell’anno, e per l’altra nel mondo superiore. Il giovane venne poi ucciso per gelosia da Ares trasformato in cinghiale. Adone è in mitologia il corrispondente greco del dio assiro-babilonese Tammuz cui ci si rivolgeva chiamandolo Adon, cioè signore, il quale dimorava sei mesi all’anno negli Inferi e a primavera risaliva alla luce, congiungendosi con Ishtar, l’Afrodite babilonese.
Ebbene, che Adone rappresentasse in realtà lo “spirito arboreo”, che si eclissa per metà dell’anno e risuscita nel rimanente, è testimoniato appunto dai “ giardini” a lui offerti: cesti e vasi pieni di terra in cui si seminavano grano, orzo, lattuga e varie specie di fiori, che il calore faceva rapidamente germinare; insomma, una sorta di “modello d’imitazione” per incoraggiare la crescita della vegetazione e soprattutto delle mèssi. Ora, sappiamo dal Ramo d’oro di Frazer che, all’avvicinarsi della Pasqua “le donne siciliane seminano grano e lenticchie in piatti che tengono al buio e annacquano ogni due giorni”: le piante crescono bianche, private come sono della clorofilla, e con esse si ornano, nelle chiese cattoliche, gli altari che ricordano il Sepolcro del Cristo morto.Proprio come si faceva un t empo col dio Adone!
Lo studioso ipotizza che in altre parti d’Italia questo avvenga ed ha ragione, perché anche all’Elba era diffusa quest’usanza: ciascuno portava al Sepolcro le piante più belle del proprio giardino e i piatti di candidi grani. Al pari di altri luoghi, nella nostra isola la festività è avvertita, oltre che per la sua valenza spirituale, come preludio ad un periodo dell’anno più favorevole e propizio. La si accoglie con le cosiddette “pulizie di Pasqua” nelle abitazioni e nei giardini. Le giornata più lunghe e luminose si prestano a queste operazioni, che probabilmente hanno anche un valore catartico: la purificazione interiore legata alla Quaresima si deve accompagnare a quella materiale dell’ ambiente quotidiano.
I giorni precedenti la Domenica di Resurrezione, dunque, nelle abitazioni private, ma non soltanto, considerando che proprio la Pasqua segna da noi l’esordio della stagione turistica, al profumo di pulito si mescola quello dei dolci tipici del periodo. Oggi la tradizione casalinga si è un po’ persa, soppiantata dal meno faticoso ricorso ai prodotti dei forni locali, ma in molte case sopravvive, specialmente dove ci sono nonne volenterose e in forze!
Rammentare questi dolci mi porta il profumo delle fresie, oltre quello dell’infanzia, e il suono delle campane a festa. La schiaccia pasqualina richiedeva tempo, pazienza ed esperienza: i tempi di lievitazione erano lunghissimi, l’impasto doveva assolutamente accogliere semi d’anice, che diffondevano intorno un aroma inconfondibile mentre la spalmatura esterna era rigorosamente eseguita col rosso d’uovo. L’attenzione delle donne in quei giorni era anche dedicata all’anellata, un dolce con lo strutto, senza lievito, simile alla crostata. Lo si cospargeva di zucchero e lo si decorava con buchini di forchetta e circolini fatti con il ditale (anello) prima di infornarlo. Aveva un sapore buonissimo, unico. Credo sia in disuso e comunque oggi si preferisce utilizzare il burro.
Invece ancora molto diffusa in tutta l’Elba, sebbene la sua origine appartenga al versante orientale, resta invece la sportella, ciambellina di pasta frolla, cosparsa di zuccherini colorati, simbolo di fertilità femminile, a cui gli antichi riesi abbinavano il cirimito, il corrispondente maschile: i due tipi di dolci venivano scambiati dai giovani in festa il Lunedì dell’Angelo, giorno di Pasquetta, durante la scampagnata a Santa Caterina, antico santuario mèta del duplice pellegrinaggio, non sempre tranquillo data la proverbiale rivalità tra i due “campanili”, da Rio Marina e da Rio Elba.
Anche le radici di questa consuetudine nostrana sono probabilmente da ricercare in quel patrimonio di riti primaverili, comune a popoli diversi, che celebravano con modalità affini l’inizio della bella stagione e con essa la fecondità di tutti gli esseri viventi, perché, almeno tra le specie, se non nel singolo individuo, sulla morte potesse trionfare decisamente la vita.
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L’albero della vita
Il paesaggio è ridente e la primavera comincia a dare i suoi profumati fiori e frutti. E’ il tempo della maturazione e del dono; ogni cosa creata da Dio si trasforma in bene per l’uomo. Ma può il legno verde servire all’uomo? Può un albero che non produce più essere utile? Ebbene, da questo albero, miracolosamente sono nati e nascono meravigliosi frutti che danno gioia all’uomo, lo fortificano e gli donano nuova vita. La piccola vita che riceve linfa dalla VITA, che muore per Amore, perchè noi da questo legno verde ricevessimo la forza per nutrire ed annunciare la Speranza. Da quel legno verde il silenzio delle tenebre si è trasformato in grido d’Amore, quell’unico Amore che trasforma e dà dignità ad ogni vita. Da albero di morte ad albero di vita; i rami, come frecce puntate verso il cielo, reclamano la luce, la sola che farà vedere loro un destino di bene.
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