Archivio dell'autore: inpurissimoazzurro

Informazioni su inpurissimoazzurro

In Purissimo Azzurro è una rivista di letterature & dintorni fondata e diretta dalla scrittrice Maria Amata Di Lorenzo

Quel che resterà

di ROSA ELISA GIANGOIA

Non sappiamo quel che resterà
quando con uno strappo lacerante,
ma forse non doloroso,
in un giorno qualunque,
pur sempre rimosso nell’illusione,
in un momento imprevisto,
ma certo non inatteso,
sfilandosi dal viluppo del corpo,
ognuno di noi ridisegnerà il sé
nell’immateriale purezza
del suo autentico esistere.
Nel cristallizzarsi della memoria
l’ansia dell’ignoto
consolerà la nostalgia del già noto
nell’essere estranei a se stessi.
La lunga esplorazione del conosciuto
forse aiuterà ad addentrarsi
con fiduciosa speranza
in territori di verginità assoluta.

Non sappiamo quel che ci porteremo
al di là dell’oblio
nell’eternità della memoria.
Gli aghi di cristallo del ricordo
scioglieranno la trafittura del rimpianto
del dolore del terrore e dell’attesa.
Ascenderemo ad incommensurabili altezze
lungo ipotizzabili scalee precipitose
di luce evanescente in trasparenza
fino al compiersi dell’ultima attesa
nell’inghirlandarsi del pensiero
con l’intreccio di ricercate tenerezze
e parole di confortante appagamento.
Allora ricercheremo l’unico fiore vivo:
tutto tacerà intorno ai fiori di moly
circondati da asfodeli reclinati
lattei sulla radice nera.
Li avevamo sognati da sempre.
Attraverso interminabili sentieri di luce
ritroveremo la patria disabitata,
sempre sperata e vagheggiata
nei giorni della vita.

Io cercherò un orto appartato
dove fioriscano fiori inaspettati
che si dissolvano
nel profumo inimitabile
della vita e della morte,
perché so chi lì mi attende.

Germoglierà un mistero di vita
inimmaginabile
dal seme sconosciuto del fiore di moly
nel silenzio fiducioso dell’attesa,
quando saranno cessati per sempre
gli spasimi dell’usura del quotidiano.
Svanirà la vanità del giorno
e si dileguerà il rimorso della notte:
nello sposalizio con l’eterno inseguiremo
la conferma della vita oltre la vita.

Se (consumato il tempo),
quando gli occhi folgoranti
della morte avranno annientato
tutto il nostro esistere,
qualcuno in inaspettato chiarore
dissolverà ogni umano dubbio
(sull’eterno e sul nulla)
allora soltanto per sempre
avrà avuto un senso il morire
ed anche l’aver vissuto.

.

© Rosa Elisa Giangoia – All rights reserved

Annunci

Margherita Guidacci: “Ho messo la mia anima fra le tue mani”

di ANNA MARIA TAMBURINI

Ho messo la mia anima fra le tue mani. /Curvale a nido. Essa non vuole altro / che riposare in te. / Ma schiudile se un giorno / la sentirai fuggire. Fa’ che siano /allora come foglie e come vento, / assecondando il suo volo. / E sappi che l’affetto nell’addio / non è minore che nell’incontro. Rimane / uguale e sarà eterno. Ma diverse / sono talvolta le vie da percorrere / in obbedienza al destino.  (All’ipotetico lettore)

In vita aveva pubblicato sedici libri di poesia e fu tradotta all’estero in varie lingue. L’ultima silloge, Anelli del tempo, consegnata nelle mani dell’amico fraterno padre Massimiliano Rosito qualche mese prima del decesso, apparve nei tipi di «Città di Vita» nel primo anniversario della morte. Appartenente alla raccolta postuma, All’ipotetico lettore rappresenta per molti aspetti il testamento spirituale di Margherita Guidacci (Firenze 25 aprile 1921 – Roma 19 giugno 1992) sulla propria opera: Ho messo la mia anima fra le tue mani./Curvale a nido. Essa non vuole altro /che riposare in te.(…).

Tutta la poesia, infatti, non è che il diario di un’anima, confessione trasparente di un percorso spirituale che non nasconde nulla dell’esperienza della vita, tanto meno le verità più amare, la sofferenza e il dolore, al punto che Mario Luzi, nel tentativo di rievocare il momento del primo incontro, associava la sua figura a «un’impressione di luce festosa, una letizia mentale, accompagnata però da un senso luttuoso. Qualcosa che non potrei definire altrimenti che con questa parola la quale sembra molto grave, insomma la segnava. Segnava delle ombre in lei e segnava nel profondo chi ascoltava»; e nella poesia stessa, per quella profonda contiguità tra l’autentica gioia e il profondo dolore, rinveniva  «la suggestione di un incanto rituale al suono di un’arpa; di una cetra che spesso ha delle vibrazioni alte e alle volte delle vibrazioni sorde, ombrose, luttuose».

«Avevo conosciuto prima lo sfiorire che il fiorire – scrive di sé, in vero, Margherita Guidacci -, avevo veduto prima come si muore che come si vive, e nella vita ero entrata, per così dire, a ritroso, senza poter staccare lo sguardo dal termine che ci attende sulla terra, il disfacimento della carne». Con queste parole e parlando di sé, la scrittrice trentasettenne introduce, in un articolo per il quotidiano «Il popolo», l’incontro con Clemente Rebora, intitolato, del resto, «La morte come vita».

Sia da parte materna che paterna la famiglia era originaria di Scarperia, dove possedeva un’antica casa d’epoca medicea. Il padre, Antonio Leone Guidacci, noto avvocato nel foro fiorentino, si ammalò di cancro e scomparve prematuramente nel 1931. Figlia unica, Margherita crebbe con la madre Leonella Cartacci e la nonna materna Maria Savi. Timida e introversa, a disagio al confronto con i bambini della sua età, furono i libri la più assidua compagnia dell’infanzia. E a conferma che la poesia è visita e dono, già dai primi anni affiorano i segni di una chiamata, in obbedienza al destino: «La mia tematica è probabilmente legata ad uno dei primi ricordi della mia vita. Avevo quattro anni e mezzo: (…) alla fine del 1925, dopo Natale ed ancora nell’atmosfera di Natale. Mia nonna era seduta in una grande poltrona vicina al caminetto; ed io sedevo ai suoi piedi, su un panchettino imbottito, appoggiando la schiena contro le sue gonne. A un tratto, non so come né perché, parve che le frontiere del mio mondo infantile – fino allora eterno, incomunicabile ed immutabile, di fronte al mondo anch’esso eterno, incomunicabile ed immutabile degli adulti – cadessero polverizzate. Sentii allora, con una violenza che mi fece paura, la continuità fra mia nonna e me, l’unicità della corrente – sangue e tempo – che ci attraversava. Lei era stata come me ed io sarei stata un giorno come lei. I nostri mondi non erano divisi. Per un attimo mia nonna non ebbe neppure un’individualità diversa dalla mia: era un’altra me stessa, che mi aspettava al termine di un’esperienza sconosciuta. O – faceva lo stesso – io ero lei, prima di quella esperienza. E tra i due momenti, che ormai mi apparivano drammaticamente intercambiabili, si svolgeva la legge di crescita e di decadenza, la legge ineluttabile a cui nessuno poteva sfuggire, che aveva appunto nome Tempo. Naturalmente le mie di allora non furono riflessioni ma impressioni che intuii collegate ad una realtà più grande di me, tanto che dissi a me stessa: “Debbo ricordarmene per più tardi. Più tardi capirò.” E me ne sono ricordata, anche se non sono riuscita, e temo che non riuscirò mai, completamente a capire. Le mie risposte a quel ricordo e i miei ripetuti sforzi di capire sono stati l’impulso primo e il tema in senso profondo, dei miei tentativi poetici». Una illuminazione. Tra saggezza memoria e fedeltà.

La poesia nasce anche dalla pietas di un’umanità autentica. Era molto giovane quando, appresa la notizia della tragica morte di Federico García Lorca, che aveva per altro appena scoperto, chiedeva a un anziano sacerdote amico di celebrare una Messa in suffragio; ne accenna, indirettamente, a distanza di mezzo secolo, per una testimonianza su Nicola Lisi, rievocando nel celebrante una figura lisiana, giacché il sacerdote nel caso specifico era al tempo stesso amico comune e figura letteraria dell’opera di Lisi: Margherita Guidacci ricorda con commozione, come in indelebile istantanea, il candore quasi infantile del celebrante, che, non conoscendo l’amico per cui era stata richiesta la celebrazione liturgica, si presenta all’altare, scusandosi per non aver trovato i paramenti a lutto, con una pianeta splendente di tutti i colori dell’arcobaleno: «Così pregammo insieme, due ‘semplici’, si potrebbe dire, usciti dall’Arca lisiana, e me ne venne una grande consolazione che si rinnova ogni volta che penso a Don Antonio in quella luminosa veste iridata, che pareva un poetico emblema del Paradiso».

Nicola Lisi era cugino della madre, che frequentava regolarmente la casa, e la iniziò alla poesia contemporanea a partire da Montale. Margherita Guidacci aveva diciotto anni. A quel periodo (1939) risale Canto di prigionieri polacchi, scritto «quando la Polonia, dopo una breve disperata resistenza era caduta sotto il duplice maglio della Germania di Hitler e della Russia di Stalin. Migliaia di persone venivano deportate, a est e a ovest, e io immaginai e cercai di esprimere i sentimenti di una colonna di soldati prigionieri, perseguitati dalle scene di morte a cui avevano assistito e straziati dalla perdita della loro patria. Avevo solo diciotto anni, e nella poesia si nota una giovanile esuberanza di immagini; in seguito sarei stata molto più sobria. Ma nonostante le sue imperfezioni, amo sempre quella poesia, per il sentimento con cui la scrissi e perché essa segnò per me un inizio: non era la prima in assoluto che io scrivessi, ma fu la prima in cui presi coscienza di voler essere, nella mia vita, un poeta».

Amante dello studio, dotata e sinceramente interessata a ogni ambito del sapere, tanto nelle discipline umanistiche quanto in quelle scientifiche, anche per l’innata esigenza di nitore e chiarezza la scelta della facoltà universitaria non fu senza esitazioni: «Arrivai alla facoltà di Lettere dopo un duro combattimento con me stessa. Amavo la letteratura, ma amavo immensamente anche la matematica e, presa la maturità, non sapevo decidermi fra questi due amori».

Fu ancora Nicola Lisi a introdurla nell’inverno 1942 nella biblioteca di Giovanni Papini: Margherita Guidacci stava preparando la tesi di laurea con Giuseppe De Robertis sul tema dell’innocenza in Ungaretti.

All’età di diciannove anni si accorse di possedere la facoltà della rabdomanzia, un impulso vitale di forza prorompente che scomparve col matrimonio, rimanendo indelebile, tuttavia, nella memoria perché appartenente alle profondità insondabili dei misteri della vita, come un’energia cosmica che visita l’uomo secondo modalità inesplicabili; e pubblicò ripetutamente le sue memorie di rabdomante.

Durante la guerra si innamorò di un soldato dell’esercito degli alleati che le fece dono di una raccolta antologica di Emily Dickinson. Così prese avvio il lungo esercizio di traduzione sull’opera della Dickinson, con una prima pubblicazione di soli venticinque componimenti (Poesie, Cya 1947), una successiva, notevole per la qualità e la mole, di Poesie e lettere (Sansoni 1961, poi Bompiani 1993), una scelta più ridotta di sole Poesie (Rizzoli 1979), sino alla collaborazione al volume di Tutte le poesie di Emily Dickinson a cura di Marisa Bulgheroni (Mondadori 1997) uscito dopo la sua morte.

La Guidacci tradusse moltissimo, anche da lingue non conosciute per il tramite di altri traduttori, ad esempio dal polacco – tradusse le poesie di Karol Wojtyla – o dal cinese. Studiosa di anglistica e americanistica, fu probabilmente la prima in Italia a tradurre i Four Quartes  di Eliot: le prime traduzioni escono già dal gennaio 1946. Nello stesso anno traduce e pubblica i Sermoni di John Donne.

«Il tempo dell’anima è l’eternità». «Non so attribuire alla vicinanza nel tempo – scriveva nel 1945 – più valore che alla vicinanza nello spazio: vale a dire, un valore quasi nullo. Ne desumiamo solo degli elementi molto esteriori, delle convenzioni superficiali che non incidono il vivo dell’anima.

Il tempo dell’anima è l’eternità. E io non so concepire che spiriti coeterni che si adunano dalle epoche più disparate; che formeranno nell’al di là quei gruppi radiosi, quei contemplanti e unanimi, riuniti da affinità sostanziali sulla quale la polvere multicolore dei diversi secoli non può influire.

I miei veri contemporanei sono quelli che appartengono alla mia medesima linea spirituale, sia che essa si ramifichi nel presente, sia che affondi verticalmente nel passato e nell’avvenire. Sono coloro coi quali coesisterò nel Paradiso: e non mi curo molto degli incontri di quaggiù».

Pubblicò nel 1946 la prima raccolta di poesia La sabbia e l’Angelo (Vallecchi). Si sposò nel 1949 con il sociologo sardo Luca Pinna, dal quale ebbe tre figli. Nel 1959 lasciò definitivamente Firenze e si trasferì a Roma. Insegnò Lingua e Letteratura inglese e americana presso Licei, presso l’Università di Macerata e l’Istituto Universitario di Magistero “Maria SS. Assunta”. Collaborò con numerose riviste – tra le quali si ricorda «Città di Vita» non solo per le traduzioni di autori spesso ancora sconosciuti in Italia, ma anche perché vi pubblicò poesia propria – , periodici e quotidiani (come «Il Popolo», «Giornale di Brescia», «L’Osservatore Romano»).

Facendo riferimento ai libri ai quali sentiva d’essere rimasta più legata, Margherita Guidacci sintetizzò, della propria poesia, tre momenti: La sabbia e l’Angelo era un libro «che cercava soprattutto una comunione con i morti. Avevo il senso che la poesia fosse la sola cosa che poteva, in qualche modo, mettere ancora in comunicazione i due mondi». «Il secondo periodo ebbe inizio traumaticamente, circa dieci anni dopo, con Neurosuite. Fu un libro che io scrissi nel ’68/’69 e fu pubblicato nel ’70. In esso parlavo di un’esperienza di clinica neurologica». Come il primo libro, «anche Neurosuite aveva una sua coralità: c’era il senso che il male non era soltanto mio (…); doveva guarire anche il mondo se si voleva che guarissero i singoli». «Nello stesso tempo ho portato avanti anche il discorso più personale, in cui stranamente, proprio nell’invecchiare, quando avrei dovuto semmai incupirmi di più, mi sono invece schiarita. La vita è piena di imprevisti».

Dopo Un cammino incerto (Cahiers d’Origine 1970) e  Neurosuite (Neri Pozza 1970) anche le raccolte successive Il vuoto e le forme (Rebellato1977), Terra senza orologi (Edizioni 32, 1973), l’Altare di Isenheim («Città di Vita» 1978, poi Rusconi 1980), attestano la sofferenza di questa fase “cupa” della vita, di profondo travaglio in senso psichico e spirituale. Ma in realtà a Margherita Guidacci capitò poi qualcosa di straordinario, perché dopo l’esperienza reiterata del lutto (era rimasta vedova nel 1977 e due anni dopo veniva a mancare la madre) le accadde di reincontrare, per caso, quel grande amore giovanile che aveva creduto morto e mai dimenticato. Fu questo incontro a segnare la svolta che sfociò nell’Inno alla gioia (Nardini 1983) – perché l’incontro assunse per lei a tutti gli effetti il significato di una resurrezione, che fu anche la sua propria rinascita – una raccolta per la quale qualunque altro titolo sarebbe stato inadeguato, nonostante «la deplorevole mancanza d’originalità e il formidabile precedente della combinazione Schiller-Beethoven»: il titolo «era l’unico perfettamente aderente al contenuto del mio libro: tanto che, se non fosse esistito, ritengo che sarei stata capace d’inventarlo».

Dunque veramente, non solo la vita, ma anche la testimonianza, che la poesia rende, mostra uno svolgimento opposto a un percorso ordinario: nel dettato sincero della sua poesia si percepisce il senso di un destino che ha qualcosa di assolutamente unico, certamente di straordinario, per cui tutto il percorso di una vita, nella fedeltà all’amore e per il significato che l’amore nella vita riveste, assume un valore conoscitivo di spessore filosofico-teologico sino all’ultima silloge pubblicata in vita Il buio e lo splendore (Garzanti, 1989) – che nel titolo echeggia l’amata Jessica Power, carmelitana scalza statunitense (Suor Miriam dello Spirito Santo) la quale nel 1946 aveva pubblicato The Place of Splendor e della quale Margherita Guidacci aveva tradotto la scelta antologica Luogo di splendore (LEV 1981) – :

Ognistelle

(ricordo del 4 novembre 1984)

 

Nella fulgida insonnia, contemplando

insieme a te la gloria di Dio

nei cieli di Ruislip, sentivo

quasi mancarmi il respiro: così pura

era la notte, così ardenti le stelle,

così vertiginoso il volo dell’anima

che avrei desiderato – come Monica

sorretta da Agostino in un’ora d’estasi

alla finestra di una casa di Ostia –

essere sciolta d’ogni nodo, quietamente

prepararmi a morire… Anche in te, credo,

passava allora un’ombra dei pensieri

di Agostino.

                        Noi siamo solamente

due peccatori, non possiamo competere

coi Santi, non si spinge

tanto lontano il nostro sguardo, né penetra

dentro i segreti dei volumi eterni.

Ancora molta nostalgia ed espiazione

chiede il nostro cammino. Eppure ci fu dato

leggere almeno il frontespizio dei cieli.

Nel caso di Margherita Guidacci la formula, a volte abusata, di “letteratura come vita” sintetizza compiutamente un destino che prevede qualcosa di eccezionale, forse di unico tra i poeti. Davvero per nessuno vale come per la Guidacci la fedele applicazione di quel principio e proposito: poesia come vita, ovvero anche, vita come poesia.

E l’amore che nella vita si avverte come anticipo dell’eterno – ci fu dato / leggere almeno il frontespizio dei cieli – oltrepassa la soglia della vita stessa; è l’amore che dischiude le porte all’eternità­: l’affetto nell’addio / non è minore che nell’incontro. Rimane /uguale e sarà eterno.

*

Fonti:

– M. Guidacci, Le poesie, a c. M. Del Serra, Le Lettere, Firenze 1999;

– «Città di Vita», 1993, n. 3;

– (a c.) I. Rabatti, Prose e interviste di Margherita Guidacci, Editrice C.R.T., Pistoia 1999;

– A.a.V.v., Per Margherita Guidacci. Atti delle Giornate di Studio, Lyceum Club, Firenze, 15-16 Ottobre 1999, a c. di M. Ghilardi, Le Lettere, Firenze 2001;

– D. Camiciotti, Una vita di fedeltà all’amore, «Città di Vita» 6/1999; «Città di vita» 6/2008, pp. 551-566;

– M. Guidacci, La voce dell’acqua, a c. G. Battaglia e I. Rabatti, Editrice C.R.T., Pistoia 2002;

– M. Guidacci, Il fuoco e la rosa. I Quattro Quartetti di Eliot e Studi su Eliot, a c. I. Rabatti, editrice petite plaisance, Pistoia2006.

——–

Precedenti contributi di Anna Maria Tamburini per Margherita Guidacci:

A.M. Tamburini, Verso la quindicesima Stazione. La Via Crucis nella poesia di Margherita Guidacci tra preghiera e liturgia, in A.A.V.V., «Parola e Tempo». La cultura della Risurrezione, 5/2006, Guaraldi, Rimini, pp. 422-454;

A. M. Tamburini, Amore e conoscenza. Forme di scrittura del sacro: Margherita Guidacci e Agostino Venanzio Reali sulla scia di Emily Dickinson, «Campi Immaginabili» 38/39, Rubbettino 2008, pp. 172-218;

A. M. Tamburini, Nel cuore della luce, «Città di Vita» 4/2010, pp. 333-350;

A. M. Tamburini, La pietra crudele. Presenze bibliche nell’opera prima di Margherita Guidacci e Cristina Campo, «Studium» 5/2010, Roma settembre /ottobre – Anno 106°, pp. 669-694.

*

© Anna Maria Tamburini – In Purissimo Azzurro

all rights reserved

“Una bianca giornata” di Arsenij Tarkovskij

Sta una pietra presso il gelsomino.
Un tesoro c’è sotto la pietra.
Mio padre è sul sentiero.
È una bianca bianca giornata.

Il pioppo d’argento è in fiore,
la centifolia e dietro a lei
le rose rampicanti,
l’erba lattescente.

Non sono mai stato
più felice di allora.
Non sono mai stato
più felice di allora.

Là non si può ritornare
e neppure raccontare
com’era stracolmo di beatitudine
quel giardino di paradiso.

© all rights reserved

Camus, rivolta del sacro

LETTERATURA. A 50 anni dalla morte, una ricerca sul rapporto sempre cercato con la trascendenza nello scrittore francese. Parla lo studioso Antonio Rinaldis


DI DAVIDE GIANLUCA BIANCHI

Aveva ricevuto il Nobel a soli 44 anni, nel 1957, come tributo per La peste. Di lì a tre anni, il 4 gennaio 1960, trovò la morte a bordo della sua Facel-Véga mentre tornava a Parigi in compagnia dell’editore Michel Gallimard (deceduto anch’egli dopo pochi giorni).

Troppo giovane per morire, Camus è stato soprattutto filosofo o scrittore? In uno dei Taccuini pubblicati alcuni anni fa, da par suo, risolveva la questione con un rapido tratto di penna: «Sono prima di tutto un artista. Ed è l’artista dentro di me che filosofeggia, per la semplice ragione che penso secondo le parole, e non secondo le idee».

Non credeva abbastanza nel potere della ragione per aderire ad un sistema di pensiero, ma ciò nulla toglieva al carattere teoretico, anzi metafisico, dalla sua opera. In questi termini lo studioso Antonio Rinaldis – che ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università Cattolica di Milano sotto la guida di Francesco Botturi – ha scelto di studiare il rapporto di Camus con il sacro, in una ricerca che verrà pubblicata a breve di cui ci fornisce qui alcune anticipazioni.

Professor Rinaldis, prima di affrontare direttamente il tema del ‘sacro’, partiamo dalla questione forse più difficile: come qualificare la filosofia di Camus?

«Roger Quilliot, in un volume apparso nel 1997, la definisce come la composizione di tre elementi, non facilmente conciliabili: ‘da una parte un ateismo risoluto, un amore appassionato e pagano per la vita, infine una profonda esigenza di giustizia». In maniera efficace, queste parole rappresentano la sintesi di tre pregiudizi che si sono progressivamente consolidati intorno al pensiero di Albert Camus».

Egli si confrontò più volte con la fede cristiana, ma non giunse mai ad aderirvi. Come si declinava questa assenza di fede?

«Essenzialmente dalla sua scelta di negare l’immortalità dell’anima. In altri termini, Camus rifiutava la speranza cristiana, perché la interpretava come una forma di rassegnazione fatalistica. Per questo motivo Charles Moeller inserisce Camus nella ‘letteratura della felicità e non in quella della salvezza’: se la salvezza è un’evasione irrazionale, l’unica certezza rimarrebbe circoscritta al mondo sensibile, della felicità puramente umana e terrena. Secondo molti critici in Camus ci sarebbe una saldatura fra lo scetticismo empirista e una razionalità dissacrante. Il risultato sarebbe quello che Albert Maquet definisce come ‘l’impossibilità di aprirsi a una verità assoluta’».

Camus non crede ma, nel contempo, rifiuta di essere annoverato fra gli ‘esistenzialisti’…

«Infatti. Il destino di Camus è piuttosto singolare. Impossibilitato a collocarsi dalla parte del cristianesimo, se così possiamo dire, viene però respinto anche dai maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo, come Sartre che, definendolo ‘anti-teista’, lo accusa di occuparsi troppo di Dio e troppo poco dell’uomo e dell’ingiustizia sociale».

La critica cattolica come qualifica la sua spiritualità?

«Per Remo Cantoni la sensibilità di Camus non si tradurrebbe in un orgoglio del soggetto pratico, ma diventerebbe una forma di umanesimo integrale, che manifesta la nostalgia di un assoluto, che però non riesce mai a raggiungere».

E’ un’osservazione interessante, che mi sembra riporti l’attenzione sui tre punti iniziali, su cui lei ha lavorato nella sulla ricerca su Camus: è così?

«Esattamente. I tre elementi identificati da Quilliot – ateismo, paganesimo e giustizia – possono essere letti in maniera diversa alla luce della categoria del sacro, inteso secondo le parole di Johann Peter Hebel: ‘Che lo si ammetta o no, siamo piante che debbono crescere radicate nella terra se vogliono fiorire nell’etere e dare i loro frutti’. Se accettiamo questa chiave di lettura il sacro sarebbe l’ entre- deux , l’intervallo fra cielo e terra, tra umano e divino».

Camus affronta direttamente il tema del sacro nei suoi scritti?

«No, anche se è sempre una presenza incombente. Non esiste una vera e propria teoria del sacro in lui, in primo luogo per il suo rifiuto di una filosofia sistematica. E’ possibile però individuare elementi frammentati e disseminati di sacralità, in tutte le sue opere, di saggistica come di letteratura. In primis, lo studio su Plotino e Agostino, che è la sua tesi di laurea in cui vengono in luce alcuni elementi chiave: la commistione fra dimensione artistica e dimensione religiosa; il desiderio verso il divino; l’assurdo come divorzio fra l’io e il mondo, impensabile se non ci fosse una radicale eccedenza del soggetto umano nei confronti della realtà, fatta di nostalgia d’assoluto; il teatro dell’impossibile, mirabilmente sintetizzato nella figura di Caligola che rappresenta lo iato fra l’aspirazione umana alla felicità assoluta e il silenzio del mondo, che nella pièce si risolve nella follia totalitaria dell’imperatore».

Anche nell’idea di rivolta, tanto cara a Camus, vi è qualcosa di trascendente?

«Direi proprio di sì. L’idea è legata all’archetipo della natura umana, affermata e difesa contro ogni sopruso: quindi ogni rivolta è retrospettiva e nostalgica. Ciò spiega la diffidenza di Camus nei confronti degli storicismi, come quello marxista, che ponevano il fine della storia al termine del processo storico, giustificando ogni azione posta al servizio di un’utopia che si costruiva con il divenire».

In conclusione, come si pone il sacro nella vasta opera di Camus?

«Non si presenta mai come possesso, ma nel suo lato soggettivo è desiderio nostalgico, che si trasforma in tragedia per l’impossibilità di trovare accordo e riconciliazione. Camus è il pensatore della tensione esistenziale verso la trascendenza, che l’uomo della modernità non riesce più a credere di poter incontrare. Nello stesso tempo è anche il più attento e vigile smascheratore delle false credenze di un umanesimo integrale che ha negato il divino, e che con ciò rischia costantemente di cadere vittima del delirio della storia o della tecnica».

© Avvenire 2 gennaio 2010

“Sulle orme” di Alessandro Ramberti

Vladimir Kush – all rights reserved

Non servono molti discorsi.
Tu solo hai quelli che bastano
a rendere eterna la storia, perché
trasformano il giorno e danno fiducia.

Ci accompagni lungo il campo ricolmo,
ma quando ce ne accorgiamo?

È forse eccessiva la bellezza
del cammino? Siamo distratti
dai nostri fragili piedi che sai irrobustire
oltre ogni speranza:

appoggiati ogni tanto al mio braccio
per farmi seguire i tuoi passi (magari
scoprendoTi in mani inattese)
ed a sfibrarsi saranno i pensieri sordi
sotto i calchi delle riflessioni generiche
confinate al lato interno del piacere.

© Alessandro Ramberti – all rights reserved